UBI PETRUS

Ubi Petrus, ibi Ecclesia: "Dove c'è Pietro, lì c'è la Chiesa" (Sant'Ambrogio, Explanatio Psalmi XL,30,5)

2 novembre 2017

RIFLESSIONE PER COMMEMORARE I NOSTRI DEFUNTI



LA VITA OLTRE LA MORTE
Francesco: «Il Paradiso è l'abbraccio con Dio»


(L'abbraccio del Padre misericordioso al figliol prodigo)
Antonino Legname

E se fosse vero? Questa domanda inquieta anche gli atei più incalliti. Dopo la morte c'è Dio o il nulla? E se c'è Dio, dove andiamo dopo il nostro pellegrinaggio terreno?  «Il paradiso non è un luogo da favola, e nemmeno un giardino incantato - ha detto Papa Francesco nella Catechesi del 25 ottobre 2017 - Il paradiso è l’abbraccio con Dio». Nel giorno della Commemorazione dei defunti apriamoci alla speranza. È significativa l'immagine dell'ancora usata dai primi cristiani per rappresentare la speranza. In fondo per chi crede la vita è come un'ancora gettata sulla riva del Cielo e noi tutti aggrappati alla corda dell'ancora incamminati verso quella riva.


Fa bene ogni tanto pensare al tramonto della nostra vita: “Come sarà il mio tramonto?”. E se qualcuno avesse dimenticato che c'è una fine per tutti, oggi è l'occasione per ricordarlo: «Tutti noi avremo un tramonto, tutti!». Sulla tomba di un uomo illustre c'era scritto: «Quello che voi siete io fui, e quello che io sono voi sarete». 

Ma il pensiero della morte non ci deve affliggere. Il cristiano ha il cuore  ancorato a Cristo risorto. Impariamo a vivere con distacco dalle cose effimere di questo mondo, nella consapevolezza che «alla fine - come ci ricorda Papa Francesco - non possiamo portarle con noi … perché il sudario non ha tasche». Il Papa in un'occasione ha raccontato di quell'uomo di Buenos Aires che tutti conoscevano come un grande corrotto: «Allora io ho chiesto alcuni giorni dopo la sua morte: come è stato il funerale? E una signora, che aveva molto senso dell’umorismo mi rispose: “Padre, non riuscivano a chiudere la bara, la cassa, perché voleva portarsi via tutto il denaro che aveva rubato”». Fa bene ricordarci - dice Francesco - che «anche il più ricco, quando muore, si riduce a una miseria e nessuno porta dietro al suo corteo il camion del trasloco».
<<Stolto - quante volte questa parola ‘stolto’ viene nel Vangelo - ... Quella ricchezza, ha proseguito Francesco, finirà in mano agli eredi di quell’uomo che si metteranno a litigare per quei tesori considerati come un dio>>. (Omelia a Santa Marta, 23 ottobre 2017). Risuonano austere le parole del Salmo 49,18: «quando l'uomo muore con se non porta nulla, né scende con lui la sua gloria». La morte è una grande livella: “Papa con imperatori, cardinali e gran signori, giusti e santi e peccatori, fa la morte ragguagliare” - canta una lauda medioevale. E allora - si domanda Papa Francesco - «qual è il tesoro che possiamo portare con noi alla fine della nostra vicenda terrena?». La risposta è semplice: «Puoi portare quello che hai dato, soltanto quello. Ma quello che hai risparmiato per te, non si può portare». E per rafforzare il concetto, il Papa ha ribadito che il tesoro che noi abbiamo dato agli altri durante la nostra esistenza terrena è quello che porteremo con noi dopo la morte. Alla fine il Signore ci giudicherà chiedendoci conto del bene o del male che abbiamo fatto in vita.
Ovviamente il pensiero della morte non ci piace, vorremmo scacciarlo e la nostra società fa di tutto per addolcirlo grazie all'industria del divertimento. Il filosofo Pascal diceva che gli uomini non avendo potuto guarire la morte preferiscono non pensarci e occupano la loro mente in mille distrazioni e divertimenti. Ma appena le forze cominciano a venir meno riaffiora l'ansia della morte. Non dobbiamo aver paura della morte, anzi dobbiamo andare a scuola da lei; è una grande pedagoga la morte, perché ci insegna a vivere bene per morire meglio. San Francesco la chiamava sorella:



Se riuscissimo ad ascoltare sorella morte con più docilità, riusciremmo ad imparare molte cose, soprattutto a non attaccarci avidamente alle cose caduche di questo mondo e a relativizzare i nostri falsi assoluti: progettiamo, corriamo, ci affanniamo, litighiamo, odiamo, ci esasperiamo e non pensiamo che alla fine moriamo! Oggi il ricordo speciale, accompagnato dalla preghiera, per i nostri cari che hanno raggiunto la Casa del Padre. Di fronte alla morte delle persone care chiediamo al Signore il dono della serena rassegnazione. Papa Francesco ha riferito di una ragazza morta a 19 anni: «il dolore è stato immenso, in tantissimi hanno partecipato al funerale. Ciò che ha colpito tutti è stata non solo l’assenza di disperazione, ma la percezione di una certa serenità. Le persone dopo il funerale si comunicavano lo stupore di essere uscite dalla celebrazione sollevate da un peso. La mamma della giovane ha detto: “Ho ricevuto la grazia della serenità”. La vita quotidiana - ha detto il Pontefice - è intessuta di questi fatti che segnano la nostra esistenza: essi non perdono mai efficacia anche se non entrano a far parte dei titoli dei quotidiani. Succede proprio così: senza discorsi o spiegazioni si capisce cosa nella vita vale o non vale». Sapere che i nostri cari non decedono per sempre ma ci precedono là dove il Signore ha preparato un «posto» per ciascuno di noi, ci consola e ci riempie di gioia. La nostra fede è fondata sulla risurrezione di Cristo e sulla nostra futura risurrezione. Noi abbiamo la certezza che «il Signore è Vivo. E’ vivo e vuole risorgere in tanti volti che hanno seppellito la speranza, hanno seppellito i sogni, hanno seppellito la dignità” (Papa Francesco, Omelia Notte di Pasqua, 15 aprile 2017). È bello poter dire con fede: «Io sono sicuro che Cristo è risorto ed ho scommesso la mia vita su questo!».

1 novembre 2017

I SANTI DELLA PORTA ACCANTO



LA FONTE DELLA FELICITA'
Francesco: «I Santi sono come le vetrate delle chiese che fanno entrare la luce di Dio in diverse tonalità di colore»

  
Antonino Legname

Quali sono gli ingredienti per vivere una vita felice? Papa Francesco risponde: «le Beatitudini» e spiega: «La felicità non sta nell’avere qualcosa o nel diventare qualcuno, no, la felicità vera è stare col Signore e vivere per amore. Voi credete questo?». È la domanda che durante l'Angelus di oggi, Solennità di tutti i Santi, «festa di famiglia», Papa Francesco ha rivolto a ciascuno di noi. Sant'Agostino, guardando con grande ammirazione i Santi, diceva: «Se loro ci sono riusciti, perché non io?». La santità non è privilegio nativo di alcuni, ma è una chiamata di Dio rivolta a tutti. Anche chi è segnato da un passato di grande peccato può anelare alla santità se si lascia convertire il cuore. In qualche occasione Francesco ha ricordato che non c'è Santo che non abbia un passato di peccato e non c'è peccatore che non abbia un futuro di santità. Il Papa ci ricorda che «i santi non sono modellini perfetti, ma persone attraversate da Dio». È bella l'immagine che il Pontefice usa per descrivere il profilo dei Santi: «Possiamo paragonarli alle vetrate delle chiese, che fanno entrare la luce in diverse tonalità di colore». Non esiste una santità univoca uguale per tutti; sono tante le strade per diventare santi. E le Beatitudini del Vangelo sono come otto corsie preferenziali per camminare verso la santità. Pertanto, ha detto Francesco, «i santi sono nostri fratelli e sorelle che hanno accolto la luce di Dio nel loro cuore e l’hanno trasmessa al mondo, ciascuno secondo la propria “tonalità”». Siamo tutti come degli specchi, più o meno puliti, più o meno opachi; abbiamo il compito di pulire il nostro cuore e di ravvivare la lucidità della nostra mente, per far riflettere chiara l'immagine di Dio in noi. I Santi - ha spiegato il Papa - «tutti sono stati trasparenti, hanno lottato per togliere le macchie e le oscurità del peccato, così da far passare la luce gentile di Dio. Questo è lo scopo della vita: far passare la luce di Dio, e anche lo  scopo della nostra vita». Qualcuno ha detto che la più grande tristezza del mondo è quella di non essere santi! Oggi la Chiesa ci ricorda che tutti possiamo e dobbiamo coltivare il desiderio alla santità. E si comincia dalla vita quotidiana, dalle persone che abbiamo accanto. Sembra che a volte ci facciano soffrire, ma in realtà ci aiutano a santificarci, perché ci fanno esercitare nelle virtù umane e cristiane: della pazienza, della bontà, della misericordia e soprattutto ci spingono a compiere il miracolo del «perdono», quando veniamo offesi e riceviamo del male. Questa è la santità quotidiana di chi vive con serenità evangelica «le prove e le fatiche di ogni giorno». Non immaginiamo i Santi come dei superuomini; essi - ha detto il Papa - «respirano come tutti l’aria inquinata dal male che c’è nel mondo, ma nel cammino non perdono mai di vista il tracciato di Gesù, quello indicato nelle beatitudini, che sono come la mappa della vita cristiana». Dobbiamo imparare a riconoscere i Santi della «porta accanto», che incontriamo e conosciamo nella nostra quotidianità. Ci sono «tante persone semplici e nascoste che in realtà aiutano Dio a mandare avanti il mondo. E ce ne sono tanti, oggi!», che hanno scommesso la loro esistenza puntando tutto sul tesoro della vita, che è l'amore per Dio e per il prossimo, l’unica vera fonte per guadagnare la felicità. 

30 ottobre 2017

Francesco: «PER CAPIRE "AMORIS LAETITIA" BISOGNA LEGGERLA DA CIMA A FONDO».

FARE TEOLOGIA IN GINOCCHIO
Francesco: «Su Amoris laetitia sento molti commenti - rispettabili, perché detti da figli di Dio, ma sbagliati»



Antonino Legname

In diverse occasioni Papa Francesco ha detto che non si può fare vera teologia a tavolino, in maniera astratta, senza tener conto della realtà. I teologi devono dialogare sempre con la vita reale della gente, altrimenti rischiano di costruire una teologia ideale e disincarnata. La Civiltà Cattolica nel Quaderno 4015 (pp. 3-10), ha riportato l'incontro privato di Papa Francesco con i Gesuiti della Colombia, che si è svolto a Cartagena de Indias il 10 settembre 2017. In quell'occasione il Pontefice ha ricordato tra l'altro che «la teologia di Gesù era la cosa più reale di tutte, partiva dalla realtà e si innalzava fino al Padre. Partiva da un semino, da una parabola, da un fatto … e li spiegava». Senza giri di parole, Francesco ha tracciato un breve profilo del buon teologo: «oltre a studiare», deve essere un tipo sveglio che sa cogliere la realtà e sa «riflettere in ginocchio». E sulla capacità di pregare si qualifica il lavoro del teologo «Un uomo che non prega, una donna che non prega, non può essere teologo o teologa» - ha detto Bergoglio ai suoi confratelli gesuiti. A che serve conoscere a memoria tutte le verità dogmatiche contenute nel volume del Denzinger, quando non si riesce ad esprimere la propria personale esperienza di Dio? Come fai a spiegare i misteri della fede senza che tu ne abbia fatto l'esperienza per grazia di Dio. Francesco coglie l'occasione di questo incontro con i Gesuiti della Colombia per dire: «sento molti commenti – rispettabili, perché detti da figli di Dio, ma sbagliati – sull’Esortazione apostolica post-sinodale Amoris laetitia», e dà un consiglio assai utile: «bisogna leggerla da cima a fondo. A cominciare dal primo capitolo, per continuare col secondo e così via … e riflettere. E leggere che cosa si è detto nel Sinodo». E a chi continua a seminare la zizzania del dubbio sulla cattolicità della morale del documento pontificio post-sinodale, Papa Francesco ribadisce con chiarezza: «la morale dell’Amoris laetitia è tomista, quella del grande Tommaso … Questo voglio dirlo perché aiutiate le persone che credono che la morale sia pura casistica. Aiutatele a rendersi conto che il grande Tommaso possiede una grandissima ricchezza, capace ancora oggi di ispirarci. Ma in ginocchio, sempre in ginocchio». Il Papa, inoltre, chiede ai Pastori di superare la vecchia concezione di stampo liberale e illuminista di fare evangelizzazione «per» il popolo, «verso» il popolo, ma «senza» il popolo. No, - ha detto Francesco - l'evangelizzazione deve essere fatta «con il popolo». La realtà del santo popolo fedele di Dio non è ideologica, ma è viva; e in questa vitalità del popolo si manifesta la grazia di Dio.

18 ottobre 2017

LA NOSTRA SPERANZA DAVANTI ALLA MORTE

PER VINCERE LA PAURA DELLA MORTE
Papa Francesco: “Siamo tutti piccoli e indifesi davanti al mistero della morte”



di Antonino Legname

«La morte mette a nudo la nostra vita. Ci fa scoprire che i nostri atti di orgoglio, di ira e di odio erano vanità: pura vanità. Ci accorgiamo con rammarico di non aver amato abbastanza e di non aver cercato ciò che era essenziale». Nella Catechesi dell'Udienza Generale di Mercoledì 18 settembre 2017, Papa Francesco ha voluto «mettere a confronto la speranza cristiana con la realtà della morte, una realtà che la nostra civiltà moderna tende sempre più a cancellare». Da che mondo è mondo l'uomo ha sempre cercato di dare delle risposte, più o meno convincenti, alle inquietanti domande esistenziali, anche per tentare di trovare un senso all'esperienza naturale della morte, che coinvolge, prima o poi, tutti gli esseri viventi. Nelle varie civiltà la paura della morte è stata esorcizzata in tanti modi, ma il mistero rimane. «Civiltà prima della nostra - ha ricordato il Papa - hanno avuto il coraggio di guardarla in faccia». Studiando la storia delle civiltà antiche abbiamo imparato che «i primi segni di civilizzazione umana sono transitati proprio attraverso questo enigma. Potremmo dire che l’uomo è nato con il culto dei morti». Ma come prepararsi alla morte? Il Pontefice evidenzia che, purtroppo, “quando la morte arriva, per chi ci sta vicino o per noi stessi, ci troviamo impreparati, privi anche di un “alfabeto” adatto per abbozzare parole di senso intorno al suo mistero». È troppo evidente la caducità e la precarietà della vita su questa terra. I giorni, i mesi e gli anni scorrono inesorabilmente, sono come un soffio. Papa Francesco ricorda il salmo 90 che recita: «Insegnaci a contare i nostri giorni e acquisteremo un cuore saggio» (v. 12)». 


Contare i giorni che passano, cioè cominciare a fare il conto alla rovescia, non significa vivere nell'angoscia e nella paura l'attesa della nostra futura morte, ma ci aiuta a vivere con più responsabilità ogni istante della nostra vita e a relativizzare tante cose umane e materiali che spesso consideriamo come degli assoluti. Ricordiamoci che «passa la scena di questo mondo». La fede è una grande luce che illumina il mistero della morte. «Abbi fede», continua a dire Gesù a coloro che sono provati dalla sofferenza o dalla morte delle persone care. «Piangi», ma non perdere la speranza! Dai Vangeli sappiamo che Gesù, di fronte alla morte dell'amico Lazzaro, «scoppiò in pianto». Ma la sua presenza riaccese la fiamma della speranza nel cuore di coloro che piangevano per la morte della persona cara: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi tu questo?» (Gv 11,25-26). 



Queste parole di Gesù, cariche di speranza, risuonano ancora oggi per «ognuno di noi, ogni volta che la morte viene a strappare il tessuto della vita e degli affetti. Tutta la nostra esistenza si gioca qui, tra il versante della fede e il precipizio della paura”. E quando ci sentiamo grandi e confidiamo troppo nella sicurezza dei beni materiali, che sono a nostra disposizione, il Pontefice, ci ricorda che siamo tutti piccoli e indifesi davanti al mistero della morte». Quando le cose effimere di questo mondo vengono viste dal letto della morte ci appaiono relativizzate. E quando non riusciamo a vivere con sereno distacco dalle cose umane il nostro pellegrinaggio terreno, chiudiamo gli occhi - consiglia Francesco - e pensiamo al momento della nostra morte: «ognuno si immagini quel momento che avverrà, quando Gesù ci prenderà per mano e ci dirà: “Vieni, vieni con me, alzati”. Lì finirà la speranza e sarà la realtà, la realtà della vita».

7 ottobre 2017

IL PRETE DEVE RISVEGLIARE IL DESIDERIO DI DIO NEL CUORE DELL'UOMO

LA BOTTEGA DEL «VASAIO»
Francesco: «Il popolo è capace di gesti sorprendenti di attenzione e di tenerezza verso i suoi preti»


 di Antonino Legname

«Il rinnovamento della fede e il futuro delle vocazioni è possibile solo se abbiamo preti ben formati». Con queste parole Papa Francesco si è rivolto ai Partecipanti al Convegno Internazionale promosso dalla Congregazione per il Clero, il 7 ottobre 2017. Il Pontefice utilizza l'immagine del «Vasaio», con la «V» maiuscola, per far capire che «è Dio l’artigiano paziente e misericordioso della nostra formazione sacerdotale». Francesco spiega che la formazione dei sacerdoti «non si risolve in qualche aggiornamento culturale o qualche sporadica iniziativa locale». È necessario anzitutto lasciarsi plasmare e trasformare da Dio, e questo sarà possibile solo se «ci distacchiamo dalle nostre comode abitudini, dalle rigidità dei nostri schemi e dalla presunzione di essere già arrivati». Il prete che si ritiene un'opera compiuta e non sente la necessità di lasciarsi «formare dal Signore» rischia di diventare un «prete spento, che si trascina nel ministero per inerzia, senza entusiasmo per il Vangelo né passione per il Popolo di Dio». Francesco esorta i pastori e coloro che si preparano a diventare preti a preferire il silenzio e la preghiera al rumore delle ambizioni umane. Inoltre, ha avvertito il Pontefice, il ministero diventa sterile quando si confida più nelle proprie opere e attività, piuttosto che lasciarsi trasformare dalla creatività del «Vasaio» divino. Il prete e il seminarista - ha consigliato Francesco - devono lasciarsi «guidare da una salutare inquietudine del cuore, così da orientare la propria incompiutezza verso la gioia dell’incontro con Dio e con i fratelli». Il Vescovo di Roma insiste nel dire che per avere sacerdoti ben formati i Vescovi e i formatori devono scendere spesso nella «bottega del Vasaio». Le tante sfide del mondo d'oggi richiedono una formazione all'altezza dei tempi; «la Chiesa ha bisogno di preti capaci di annunciare il Vangelo con entusiasmo e sapienza, di accendere la speranza là dove le ceneri hanno ricoperto le braci della vita, e di generare la fede nei deserti della storia». Ancora una volta il Papa focalizza la necessità di una Chiesa in uscita verso il Popolo di Dio, capace di toccare le tante ferite della gente. «Se al Pastore è affidata una porzione di popolo, è anche vero che al popolo è affidato il sacerdote». È vero che a volte ci sono resistenze e incomprensioni della gente nei confronti dei preti, ma «se camminiamo in mezzo al popolo e ci spendiamo con generosità, ci accorgeremo che esso è capace di gesti sorprendenti di attenzione e di tenerezza verso i suoi preti». Di questo è fermamente convinto Papa Francesco, quando dice anche che «il prete deve stare tra Gesù e la gente» e deve imparare ad evitare due rischi: quello di rifugiarsi in una spiritualità disincarnata e quello di immergersi negli impegni mondani senza Dio. La domanda che deve scavare dentro, quando ci si lascia plasmare dal «Vasaio» è: «Che prete desidero essere?».  Francesco aiuta a dare la risposta, domandando: voglio essere «un “prete da salotto”, uno tranquillo e sistemato, oppure un discepolo missionario a cui arde il cuore per il Maestro e per il Popolo di Dio? Uno che si adagia nel proprio benessere o un discepolo in cammino? Un tiepido che preferisce il quieto vivere o un profeta che risveglia nel cuore dell’uomo il desiderio di Dio?».

5 ottobre 2017

UN POPOLO SENZA RADICI È AMMALATO

LA GRAZIA DELLE LACRIME
Francesco: «In cammino per incontrarci con le nostre radici»



di Antonino Legname

Nella Meditazione della Messa a “Santa Marta”, Papa Francesco si è soffermato a riflettere sulla tristezza che provoca la nostalgia, fino alle lacrime. Prendendo lo spunto dalla prima Lettura della Messa del giorno e dal pianto di Neemia, per la situazione del popolo d'Israele esiliato e triste, il Papa ha colto la situazione di nostalgia che oggi vivono i tanti migranti, lontani dalla loro patria e dalle loro radici. Non è possibile vivere senza radici - ha detto Francesco - «un popolo senza radici o che lascia perdere le radici, è un popolo ammalato». La stessa cosa si può dire di «una persona senza radici, che ha dimenticato le proprie radici, è ammalata». Per guarire da questa patologia, i cui sintomi sono la tristezza e la nostalgia, occorre «riscoprire le proprie radici e prendere la forza per andare avanti, la forza per dare frutto». Purtroppo, lamenta il Papa, ci sono coloro che fanno resistenze e preferiscono vivere in esilio, non solo in quello fisico e geografico, ma anche in quello «psicologico», che «fa tanto male, toglie le radici, ci toglie l’appartenenza». Non bisogna avere paura di piangere - ha detto il Papa - perché chi ha paura di piangere, avrà anche la paura di ridere; invece quando si piange di tristezza, dopo si piangerà di gioia, come recita il Salmo 25: “Chi semina nelle lacrime, mieterà con giubilo”. E allora - consiglia - Francesco - chiediamo al Signore la grazia del pianto, di quello che è triste per i peccati e di quello che gioisce, dopo il pentimento, per il perdono ricevuto; e tutti dobbiamo guardare avanti e metterci, «in cammino per incontrarci con le nostre radici».

3 ottobre 2017

«LA CHIESA È DI TUTTI, PARTICOLARMENTE DEI POVERI»



IL GESTO DI SAN PETRONIO
Francesco a pranzo con i poveri: «Siete al centro di questa casa»



 di Antonino Legname

Verrà ricordato come «il gesto di San Petronio». Pranzando con i poveri, i rifugiati, i detenuti dentro la maestosa Basilica di San Petronio a Bologna, il 1° ottobre 2017, Papa Francesco ha voluto esprimere in maniera tangibile la centralità dei poveri nella Chiesa, che è la casa di tutti, specialmente degli esclusi e di chi vive ai margini della società. Non è così facile entrare nella logica del Vangelo che riserva un posto privilegiato agli ultimi. I poveri sono la carne di Cristo e per questo sono anche i privilegiati: «Siete al centro di questa casa. La Chiesa vi vuole al centro - ha ribadito il Pontefice - Non prepara un posto qualsiasi o diverso: al centro e assieme. La Chiesa è di tutti, particolarmente dei poveri. Siamo tutti degli invitati, solo per grazia». Nella stessa giornata, incontrando il clero e i seminaristi nella Cattedrale di San Pietro a Bologna, Francesco ha spiegato perché gli è piaciuto il pranzo con i poveri: «non tanto perché la lasagna fosse molto buona, ma mi è piaciuto perché c’era il popolo di Dio, anche i più poveri, lì, e i pastori erano lì, in mezzo al popolo di Dio». Già nel messaggio per la I Giornata Mondiale dei Poveri, il 13 giugno 2017, Francesco aveva detto che «se vogliamo incontrare realmente Cristo, è necessario che ne tocchiamo il corpo in quello piagato dei poveri». Con il gesto di San Petronio, Papa Francesco ha voluto offrire, ancora una volta, la carezza e la vicinanza della Madre Chiesa ai suoi figli meno fortunati. Questa esperienza dovrebbe educare e sensibilizzare di più i cristiani alla condivisione come stile di vita. Come si fa a condividere la mensa del pane celeste senza condividere la mensa del pane terrestre? A chi riesce difficile capire il messaggio eloquente del pranzo con i poveri a San Petronio, l'arcivescovo di Bologna, Mons. Matteo Maria Zuppi, spiega:  «quello che è successo non significa desacralizzare anzi ci aiuta a capire ancora meglio e a sentire ancora più umana l’Eucarestia», che è la massima espressione della carità e della condivisione. Papa Francesco ci ricorda che nella preghiera che ci ha insegnato Gesù si dice: il «nostro» pane quotidiano; è il pane di tutti. 

 

I beni della terra devono essere condivisi e non accumulati. In un'intervista il Pontefice ha detto che, se citasse testualmente alcuni brani delle omelie dei Padri della Chiesa dei primi secoli, su come si devono trattare i poveri, qualcuno lo accuserebbe di marxismo. Forse abbiamo dimenticato le parole forti e sempre attuali del santo vescovo Giovanni Crisostomo: «Se volete onorare il corpo di Cristo, non disdegnatelo quando è nudo; non onorate il Cristo eucaristico con paramenti di seta, mentre fuori del tempio trascurate quest’altro Cristo che è afflitto dal freddo e dalla nudità». In tante occasioni, Papa Francesco ha ribadito che «questa attenzione per i poveri è nel Vangelo, ed è nella tradizione della Chiesa, non è un’invenzione del comunismo e non bisogna ideologizzarla». Quando il Papa esorta a vincere la «globalizzazione dell'indifferenza» non lo fa per interessi politici o per fini ideologici, ma per rispondere alla chiamata del Vangelo che spinge tutti gli uomini di buona volontà a costruire un mondo nuovo e solidale dove ci si prende cura l'uno dell'altro.

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