Ubi Petrus, ibi Ecclesia: "Dove c'è Pietro, lì c'è la Chiesa" (Sant'Ambrogio, Explanatio Psalmi XL, 30, 5)

giovedì 29 novembre 2018

LE PATOLOGIE DELLA RELIGIONE


LA FEDE IRRAZIONALE DEL FONDAMENTALISMO

Francesco: «Il fondamentalismo è una malattia che c’è in tutte le religioni. Noi cattolici ne abbiamo alcuni: non alcuni, tanti, che credono di avere la verità assoluta e vanno avanti sporcando gli altri con la calunnia, con la diffamazione e fanno male, fanno male»




di Antonino Legname

Nel libro La via della fede, Joseph Ratzinger ha scritto: “La patologia della religione è la malattia più pericolosa dello spirito umano” (p. 36). Non si può negare che le religioni possano soffrire di alcune patologie estremamente pericolose e possano infettare la mente umana. Quando, per esempio, esse sono più interessate a far riconoscere e a far affermare i propri dogmi, piuttosto che a realizzare praticamente le virtù dell'amore, della giustizia e dell'umiltà, il rischio del fondamentalismo fanatico è alto. Ogni volta che il potere secolare ha violato, con leggi ingiuste, lo spirito vero degli ideali religiosi e la dignità della persona umana, non sempre la religione organizzata ha protestato con forza e coraggio, anzi a volte, specialmente nel passato, si è resa complice di tante ingiustizie e abusi contro l'umanità. Purtroppo, anche la ragione può ammalarsi gravemente di hýbris, di tracotanza e di arroganza, fino a produrre strumenti di distruzione, come la bomba atomica e altre armi letali per l'umanità, quando confida esclusivamente sul suo potenziale di efficienza e non si mette in ascolto, anche critico se necessario, delle grandi tradizioni religiose dell'umanità. La patologia può esistere nelle religioni, “ma esiste propriamente anche là dove la religione è respinta come tale e viene attribuito un ruolo assoluto a beni relativi: i sistemi ateistici dell'epoca moderna sono gli esempi più spaventosi di una passione religiosa alienata dalla sua essenza, il che significa, comunque, una malattia mortale dello spirito umano. Laddove le più pure e profonde tradizioni religiose vengono totalmente abbandonate, l'uomo si separa dalla sua verità, vive contro di esse e perde la libertà” (ibid.). La religione può fare male alla salute della mente, dicono gli atei. C'è chi è convinto, come l’ateo Richard Dawkins, che se qualcuno soffre di delirio, questo lo si chiama pazzia; se sono in tanti che soffrono di delirio, questo lo si chiama religione. Nel suo libro Il cappellano del diavolo, Dawkins sostiene a spada tratta che la religione sia un pericoloso virus della mente, molto infettivo e resistente, che si trasmette quasi sempre dai genitori ai figli. Anche l'ateo Sam Harris, nel suo scritto La fine della fede, ritiene che il numero fa la sanità mentale, per cui se sono in tanti che hanno le stesse credenze religiose, allora rientrano nella normalità; in ogni caso anche se le persone religiose non possono essere considerate matte, psicotiche o illuse, ciò che credono rientra nella patologia mentale. La religione provoca un «delirio pericoloso» - dicono i non credenti. In questo senso i nuovi atei seguono la scia di una certa psicanalisi, di stampo freudiano, che considera la religione come una nevrosi collettiva.
Sappiamo che il “laboratorio” dello psicologo e dello psicanalista è la mente dell'uomo; analizzando e interpretando i pensieri e i sentimenti dell'uomo, l'analista si rende conto che, quando si trova davanti ad una persona affetta da “nevrosi”, non può fare a meno di analizzare quale incidenza abbia avuto un certo tipo di religiosità nella vita del suo paziente. Esiste, dunque, un nesso tra la nevrosi e la religione? Sì, risponde Freud, in quanto la religione è una nevrosi infantile collettiva di cui è vittima l'umanità. Altri studiosi della mente umana preferiscono parlare della nevrosi come una “forma privata di religione”, nel senso che una religione, vissuta dal singolo in maniera infantile e immatura a livello personale, può portare alla nevrosi. Anche certi tipi di esaltazione fanatica, all'interno di un gruppo religioso, possono creare vere e proprie nevrosi allo stato patologico. La nevrosi nasce dal senso d'immaturità che l'individuo avverte nella sua vita di adulto, e per questo sente il bisogno di affidare la propria vita a qualcuno o a qualcosa. Occorre considerare che, in genere, qualsiasi tipo di fanatismo ha origini paranoiche e che nel corso della storia i fondamentalismi religiosi e ideologici hanno sempre concorso a sviluppare psicosi paranoiche di massa. La ricerca appassionata della Verità, invece, rinnega la “fede irrazionale”, che è segno di immaturità e di infantilismo, anche in riferimento alla religione. Una fede cieca è una fede irresponsabile, che può trasformarsi in fanatismo. Ovviamente il riferimento non è esclusivamente alla fede religiosa, ma a tutti i tipi di fede: nella scienza, nello Stato, nel gruppo, nel partito, nella squadra del cuore, ecc. Nella fede irrazionale la persona consegna la propria libertà e autonomia all'autorità fino al punto da far coincidere l'esperienza dell'autorità con la propria esperienza. Facciamo un esempio preso in prestito dalla psicanalisi: quando qualcuno viene ipnotizzato, sotto l'effetto ipnotico esegue i comandi che gli vengono imposti dall'esterno, ed è disposto a fare anche le cose più assurde e cattive, considerandole, con convinzione, frutto delle proprie decisioni. Anche dopo che si è svegliato dal sonno ipnotico, ed esegue un comando che gli era stato imposto durante l'ipnosi, sarà convinto di agire liberamente e di propria iniziativa. L'esperimento ipnotico e post-ipnotico dimostra, dunque, che l'individuo può provare sensazioni, per esempio di caldo o di freddo, di calma o di irritazione che gli sono stati imposti dall'esterno e che lui invece ritiene come espressione della propria volontà e convinzione. Questo è quello che succede anche con i cosiddetti «persuasori occulti» della pubblicità nella società consumistica, dove si impongono scelte sotto forma di proposta martellante: “Tale paradigma - ha scritto Papa Francesco - fa credere a tutti che sono liberi finché conservano una pretesa libertà di consumare, quando in realtà coloro che possiedono la libertà sono quelli che fanno parte della minoranza che detiene il potere economico e finanziario” (Laudato si’, 203). Così una certa psicologia spiega anche il «fanatismo religioso» è frutto di anni di “lavaggio del cervello” o di “indottrinamento”, già a partire dalla tenera età. Si arriva ad accettare indiscriminatamente ed emotivamente l'idea e la volontà dell'autorità, fino al punto da sacrificare la propria volontà e la propria vita. Esempio estremo è quello dei kamikaze. Nella storia del pensiero umano e anche nella storia delle religioni ci sono tantissimi esempi di “fede irrazionale” che ha portato gli uomini a fare cose tremende in nome della fede nella scienza o in nome di Dio e dell'autorità che lo rappresentava sulla terra. Per esempio, la bomba atomica è frutto di una fede irrazionale nella scienza, è l'obbedienza cieca a ordini superiori da parte di uomini assetati di potere e di dominio, disposti a distruggere altri esseri umani. E cosa dire della fede irrazionale dei dittatori? Se questo tipo di fede è “cieca obbedienza” verso qualcosa o verso qualcuno” o verso una causa, e si è disposti a sacrificare la vita per quella causa, allora ci troviamo di fronte ad una “fede irrazionale”, impregnata di fanatismo pericoloso e micidiale. Papa Francesco, durante il suo viaggio apostolico in Kenya, il 25 novembre 2015, ha detto: “La violenza, il conflitto e il terrorismo si alimentano con la paura, la sfiducia e la disperazione, che nascono dalla povertà e dalla frustrazione”. Sappiamo che il terrorismo si alimenta anche di fanatismo religioso; e allora si pone la questione se la religione sia una potenza che risana e salva gli individui e i popoli, oppure – come si domanda Ratzinger - se sia una “potenza arcaica e pericolosa, che costruisce falsi universalismi e per tal via seduce a praticare l'intolleranza e il terrorismo?”. Quando la fede teologica, cioè riferita principalmente a Dio, diventa ideologica, a servizio strumentale di un potere religioso o civile, si trasforma facilmente in “follia” criminale; anche nella storia del cristianesimo non mancano cattivi esempi di fondamentalismo che ha prodotto frutti avvelenati, quali l'oscurantismo, la superstizione, l'intolleranza, l'inquisizione e la strategia del terrore. Quando la ragione si annulla e cede il passo alla fede cieca e questa si trasforma in “fideismo”, cioè in fede irrazionale e in grettezza spirituale, allora viene partorito il “fanatismo religioso”, un mostro assai pericoloso per l'umanità. Il fondamentalismo religioso, da qualunque parte provenga, è una vera e propria piaga religiosa, è una perversione della fede. Papa Francesco, nella Conferenza Stampa, durante il volo di ritorno dalla Repubblica Centrafricana, il 30 novembre 2015, ha detto: “il fondamentalismo è una malattia che c’è in tutte le religioni. Noi cattolici ne abbiamo alcuni: non alcuni, tanti, che credono di avere la verità assoluta e vanno avanti sporcando gli altri con la calunnia, con la diffamazione e fanno male, fanno male. E questo lo dico perché è la mia Chiesa […]. E si deve combattere. Il fondamentalismo religioso non è religioso. Perché? Perché manca Dio. È idolatrico […]. Il fondamentalismo, che finisce sempre in una tragedia o in reati, è una cosa cattiva, ma ce n'è un po' in tutte le religioni”. E su questo fronte ci deve essere l'impegno di tutti per combattere e per neutralizzare la patologia religiosa del fanatismo e la calamità sociale del fondamentalismo, per evitare altre violenze e altri crimini contro l'umanità in nome di Dio o di una qualsiasi ideologia.

martedì 27 novembre 2018

PENSARE ALLA MORTE PER VIVERE MEGLIO


MORS CERTA, HORA INCERTA
Francesco: «Il pensiero della fine ci aiuta ad andare avanti»
 
S. Messa a Casa Santa Marta, 27 novembre 2018


di Antonino Legname

“Io finirò. Io non rimarrò eternamente. Come vorrei finire?”». Pensare alla propria morte! Che pensiero triste. Papa Francesco, nella Meditazione della Messa a “Casa Santa Marta”, il 27 novembre 2018, ci aiuta a riflettere sulla fine naturale di tutti gli esseri viventi: «forse qualcuno di voi dice: “padre, non sia così tetro che queste cose non ci piacciono”». Ma per quanto si voglia sopprimere il pensiero della morte, in un modo o nell’altro emergerà in tutta la sua serietà. E «la Chiesa ci fa riflettere sulla fine» ha detto il Pontefice, perché è saggezza avere la consapevolezza che tutto passa dalla scena di questo mondo e che «tutti noi finiremo, avremo una fine — non siamo eterni — e anche il mondo finirà». Forse, l’istinto naturale di conservazione ci fa scacciare il pensiero della morte; «a noi non piace pensare alla fine» - ha rimarcato il Papa – e preferiamo andare avanti e rimandare sempre: «poi vedremo e domani ci penseremo». Diceva il filosofo Pascal: “gli uomini, non avendo potuto guarire la morte,  hanno risolto, per vivere felici di non pensarci”; e per esorcizzare il pensiero della fine si preferisce occupare la mente con mille distrazioni e divertimenti. Ma «ognuno di noi ha la propria fine», «la propria ora», ha ribadito Francesco; così come un giorno ci sarà la «fine cosmica» e la «distruzione del mondo». Il Vescovo di Roma ci ricorda che quando verrà il tempo della mietitura, «ognuno di noi si incontrerà con il Signore».  Cosa direi al Signore se oggi mi chiamasse a sé? Non si ammettono distrazioni; occorre sempre essere vigili perché «non sappiamo né il giorno né l’ora». Forse, qualcuno potrà obiettare: “Ma padre, non parli così che io sono giovane”. Francesco risponde con realismo: “Ma, guarda quanti giovani se ne vanno, quanti giovani sono chiamati”. Una cosa è certa: tutti moriremo e «nessuno ha la propria vita assicurata» per vivere eternamente su questa terra. E allora, non si deve avere paura di questo evento cosmico, che è la morte; anzi, «il pensiero della fine ci aiuta ad andare avanti». In questo senso la morte è una grande pedagoga, perché ci fa vivere meglio; pensiamo più spesso alla nostra fine e all’incontro con il Signore, quando a Lui dovremo rendere conto di come abbiamo amministrato la vita che ci è stata affidata. Il Pontefice ci assicura che quello non sarà solo un incontro di giudizio per la resa dei conti, ma anche un incontro di «misericordia, di gioia, di felicità». E conclude: «Pensare alla fine, alla fine della creazione, alla fine della propria vita, è saggezza».

lunedì 26 novembre 2018

LA MALATTIA DEL CONSUMISMO


LA SINDROME DA ACQUISTO COMPULSIVO
Francesco: «Spendere più di quello di cui abbiamo bisogno, una mancanza di austerità di vita: questo è un nemico della generosità»


di Antonino Legname

«La malattia del consumismo porta sempre a comprare cose, avere; ma perché? Per averle se per caso ho bisogno», ha detto Papa Francesco nella Meditazione della Messa a “Casa Santa Marta”, il 26 novembre 2018. Il consumismo esagerato può diventare una sindrome pericolosa perché – avverte Francesco - «ti prende e ti fa schiavo». Si tratta di una vera e propria «dipendenza dallo spendere». L’acquisto compulsivo è il desiderio irrefrenabile di comprare più di quello di cui abbiamo veramente bisogno. È un disturbo del controllo degli impulsi, uno shopping-dipendenza. Il Pontefice non esita a dire che si tratta di una vera e propria «malattia psichiatrica». E prendendo spunto dal racconto evangelico della povera vedova, che offre tutto quello che ha, Francesco vuole mettere in evidenza che «questa donna povera si affida al Signore ed è molto generosa: dà tutto perché il Signore è più di tutto». In sostanza «il messaggio di questo passo del Vangelo è un invito alla generosità». Francesco tiene a precisare che non si tratta di condannare i ricchi solo perché sono ricchi, ma perché avari, non generosi e non solidali con chi si trova nel bisogno. Ovviamente non si tratta di mettere nelle ristrettezze alcuni per sollevare gli altri, ma di fare condivisione con generosità: «Quando noi — ha detto il Papa — sentiamo le statistiche della povertà nel mondo, i bambini che in tanti siti, ma tutti i giorni, nei telegiornali, nei giornali, muoiono di fame, che non hanno da mangiare, non hanno le medicine, tanta povertà», viene da chiedersi: «ma come posso risolvere questo?». La risposta rimanda ad un’altra domanda: «come posso essere più generoso con i poveri, con i bisognosi, come posso aiutare di più?». Ciascuno, nel suo piccolo, può fare qualcosa di grande se lo fa con generosità. Occorre prendere sul serio le parole di Gesù, quando, per esempio, mette a confronto il ricco epulone e il povero Lazzaro. Dice Francesco: «Qualcuno può pensare di etichettare Cristo come un comunista», essendo Egli schierato con i poveri, gli emarginati e gli ultimi della società. E richiamando all’attenzione l’episodio dei ricchi e della povera vedova che offrivano le loro monete al tempio, il Pontefice annota: «quei ricchi che davano i soldi erano buoni; quella vecchietta era santa». E per non restare nel vago, il Papa chiede a tutti di fare un cammino personale di austerità e di generosità, incominciando anzitutto a fare una salutare «ispezione a casa» per vedere: «cosa non serve a me, e cosa servirà a un altro». In fondo, il mio superfluo è il necessario di un altro che ne ha bisogno. È vero che tanti non riescono ad arrivare «a fine mese», ma nessuno è così povero da non potere dare qualcosa agli altri, e nessuno è così ricco da non poter ricevere qualcosa dagli altri, fosse anche un sorriso, un po’ di affetto, una carezza, una parola di conforto, un gesto di perdono, ecc.
E per essere ancora più pratici, Francesco ha consigliato di fare un viaggio nel nostro guardaroba: «Quante paia di scarpe ho? Uno, due, tre, quattro, quindici, venti. Ognuno lo può dire. Un po’ troppo». Cosa fare? «Se hai tante scarpe, dà la metà». La stessa cosa con i vestiti. «Quanti vestiti che non uso o uso una volta l’anno?». Anche quando si va a fare la spesa al supermercato, si potrebbe comprare qualcosa da destinare ai più poveri. La condivisione incomincia da questi piccoli gesti della quotidianità. «Noi possiamo fare miracoli con la generosità», ha detto il Papa. Agli occhi di Dio, forse conta di più il “poco di molti” che il “molto di pochi”. Infine, il Pontefice ribadisce quanto sia pericolosa la «malattia del consumismo». Specialmente al giorno d’oggi, questa patologia viene aggravata e amplificata dal potente influsso dei mass media che permettono alla gente, di tutte le età e di tutti i ceti sociali, di comprare e di vendere tramite internet. Questo shopping compulsivo online può diventare molto pericoloso, quando chiude il cuore e atrofizza la generosità.

domenica 25 novembre 2018

AMORE DEL POTERE O POTERE DELL’AMORE?


IL REGNO DELL'AMORE
Francesco: «Al di sopra del potere politico ce n’è un altro molto più grande, che non si consegue con mezzi umani»



di Antonino Legname

«Gesù è venuto sulla terra per esercitare il potere dell’amore, rendendo testimonianza alla verità», ha detto Papa Francesco durante l’Angelus in Piazza San Pietro, il 25 novembre 2018, solennità di Gesù Cristo Re dell’universo. Viene spontaneo domandarsi: “come è possibile che un uomo, considerato emarginato ed ultimo, e che si è chinato a lavare i piedi agli Apostoli, possa essere intronizzato alla dignità regale?”. Non si addice ad un re di questo mondo «la situazione umiliante in cui si è trovato Gesù dopo essere stato arrestato nel Getsemani: legato, insultato, accusato e condotto dinanzi alle autorità di Gerusalemme». Tutti si aspettavano un principe, un Messia politico e non uno che parlasse di sofferenza e di morte. Possiamo dire che umanamente l’impegno politico di Gesù, inteso come trasformazione della situazione sociale del suo tempo, fu deludente; all’inizio anche per i suoi più stretti discepoli la missione politica di Gesù sembrava un flop. Non avevano ancora capito che Gesù non voleva diventare il «re dei giudei», ma che era venuto a ribaltare la concezione stessa di potere, perché il suo Regno non è di questo mondo. Infatti - dice Papa Francesco -  «Gesù non aveva ambizioni politiche», nel senso che non aveva intenzione di «rovesciare il potere romano e ristabilire il regno d’Israele»; come, invece, cercava di fare il gruppo sovversivo degli Zeloti. Non incitò i poveri a ribellarsi contro il potere costituito. Però, dai potenti fu considerato un uomo troppo pericoloso che doveva essere quanto prima eliminato. Il Pontefice sottolinea che «per Gesù il regno è un’altra cosa, e non si realizza certo con la rivolta, la violenza e la forza delle armi». Nella dinamica evangelica l’autorità e il potere sono servizio. Se Cristo è il «re dei re» è perché è stato il «servo dei servi». Questa è la testimonianza di Gesù alla verità, cioè all’amore, che è l’arma più potente che l’uomo possieda per cambiare radicalmente il mondo. Diceva Gandhi: “la bomba atomica? La distruggerei con un atto d’amore”. Veramente l’amore è una forza rivoluzionaria che fa paura ai potenti di questo mondo. Il Vescovo di Roma ci ricorda che «al di sopra del potere politico ce n’è un altro molto più grande, che non si consegue con mezzi umani». È il potere dell’amore, alimentato dalla verità, dalla giustizia e della pace, che realizza il Regno di Dio, già da ora, su questa terra, dentro di noi. Tutti i regni umani, costruiti con la violenza e fondati sul potere e sulla prepotenza, si disintegrano e scompaiono senza lasciare traccia. «La storia ci insegna che i regni fondati sul potere delle armi e sulla prevaricazione sono fragili e prima o poi crollano», ci rammenta Papa Francesco. Al contrario, «il regno di Dio» che «è fondato sul suo amore e si radica nei cuori», si estende «fino alla fine dei tempi» e dura in eterno. Veramente quello che conta per ciascuno di noi, nell’oggi della nostra storia, è l’impegno per far crescere il Regno di Dio dentro di noi. Perché il Regno del Signore inizia là dove finisce il regno del peccato. In questa prospettiva la domanda più importante è se Cristo regna oppure no dentro di me! Se Lui è il Signore della mia vita, fino al punto da dire – come San Paolo - «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me». Papa Francesco ci esorta ad accogliere nella nostra vita la signoria di Gesù e «lasciare che Lui diventi il nostro re». E quando ci perdiamo lungo la strada della vita, il Signore «dà luce nuova alla nostra esistenza segnata dal dubbio, dalla paura e dalle prove di ogni giorno». È bello pensare e credere che «Egli potrà dare un senso nuovo alla nostra vita, a volte messa a dura prova anche dai nostri sbagli e dai nostri peccati», ma soltanto ad una condizione – ha messo in guardia Francesco - «che noi non seguiamo le logiche del mondo e dei suoi “re”».

venerdì 23 novembre 2018

RISCHIARE PER LA LIBERTA’


IL CORAGGIO DI ESSERE LIBERI
Francesco: «Bisogna eliminare ciò che priva gli uomini e le donne del tesoro della libertà»


di Antonino Legname

«Rischiare per la libertà, significa mettersi in gioco», ha detto Papa Francesco nel Videomessaggio indirizzato ai Partecipanti alla VIII edizione del Festival della Dottrina Sociale della Chiesa, che si è svolto a Verona, dal 22 al 25 novembre 2018, sul tema «Il rischio della libertà». Veramente la libertà viene messa a rischio ogni giorno da tutte quelle forme deviate che generano «guerre, ingiustizie, violazioni dei diritti umani». Il Pontefice chiede a tutti un forte impegno «per eliminare ciò che priva gli uomini e le donne del tesoro della libertà». Il Vescovo di Roma individua almeno tre situazioni che mettono in serio pericolo la libertà: «l'indigenza, il dominio della tecnologia, la riduzione dell'uomo a consumatore». Quando si parla di indigenza, il riferimento più immediato è alle ingiustizie che ne sono la causa. Il Pontefice in tantissime occasioni ha messo sotto accusa la «cultura della scarto», che è un prodotto della società consumistica e dell’egoismo umano. È mortificante vedere «un uomo o una donna ridotti ad "avanzo"» dalla cattiva libertà altrui e «defraudati della possibilità stessa di "rischiare" la propria libertà per se stessi, per la propria famiglia, per una vita buona, giusta e dignitosa». E questo senso di schiavitù viene accentuato dal potere smisurato della tecnologia. Papa Francesco è convinto che «lo sviluppo tecnologico, quando non è accompagnato da un adeguato sviluppo della responsabilità, dei valori e della coscienza», prima o poi si ritorce contro l’uomo stesso. 
Il progresso tecnologico, quando viene assolutizzato, perde il senso del limite e si rivolge in definita contro il rispetto della dignità umana e della libertà. E infine, c’è la situazione negativa dell’«uomo consumatore», dell’uomo che si identifica con quello che riesce a consumare, fino al punto da dire: «io sono ciò che consumo». Francesco avverte che è una mera illusione di libertà credere che oggi si possa scegliere liberamente tutto quello che si vuole consumare; in realtà «coloro che possiedono la libertà sono quelli che fanno parte della minoranza che detiene il potere economico e finanziario». Ma la libertà è un grande dono che Dio ha concesso ad ogni essere uomo e nessuno si rassegna facilmente di fronte alle situazioni di schiavitù e di sfruttamento. Il Pontefice elogia tutti coloro che hanno trovato il coraggio di rischiare per la libertà e sono riusciti ad uscire dalla schiavitù della «prostituzione» o dalla «morsa dell’usura». La vera libertà – ha detto il Papa - «non uccide mai i sogni». In sintesi, cosa significa essere liberi? Il Vescovo di Roma risponde: «essere liberi è una sfida, una sfida permanente: affascina, avvince, dà coraggio, fa sognare, crea speranza, investe sul bene, crede nel futuro». E il mondo d’oggi ha urgente bisogno di queste persone libere, che non hanno paura «di spendersi e di sporcarsi le mani per realizzare il bene e aiutare chi è nel bisogno».

giovedì 22 novembre 2018

I COMANDAMENTI SONO I GUARDRAIL SULLA STRADA DELLA VITA


I DESIDERI DEL CUORE
Francesco: «Dio è l’unico capace di rinnovare il nostro cuore, a patto che noi apriamo il cuore a Lui»



di Antonino Legname

«Solo la misericordia di Dio guarisce il cuore», ha detto Papa Francesco nella Catechesi dell'Udienza Generale del Mercoledì 21 novembre 2018, in Piazza San Pietro. Solo chi sperimenta in se stesso la misericordia di Dio riuscirà ad essere misericordioso con gli altri.
Udienza Generale di Mercoledì 21 novembre 2018
Parlando delle ultime parole del Decalogo, Non desiderare il coniuge altrui; non desiderare i beni altrui,  Francesco ha ricordato che «tutti i comandamenti hanno il compito di indicare il confine della vita, il limite oltre il quale l’uomo distrugge sé stesso e il prossimo, guastando il suo rapporto con Dio». In altre parole, possiamo paragonare i comandamenti ai guardrail della strada, che sono la barriera di protezione e di sicurezza stradale; essi ci indicano i limiti oltre i quali non bisogna andare se non si vuole correre il rischio di danneggiare se stessi e, direttamente o indirettamente, anche gli altri. Il Pontefice ribadisce che i comandamenti sono stati dati da Dio a tutta l’umanità per non farla deviare e precipitare verso il baratro: «Se tu vai oltre, distruggi te stesso, distruggi anche il rapporto con Dio e il rapporto con gli altri. I comandamenti segnalano questo». E a proposito dell’ultimo comandamento, il Vescovo di Roma ha spiegato che tutte le trasgressione, tutti i peccati hanno la loro radice comune nei «desideri malvagi». Non c’è dubbio che – come insegna Gesù nel Vangelo - «dal di dentro, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male». Quali sono? Gesù fa un elenco: «impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza», e possiamo aggiungere «cupidigia, chiacchiere», ecc. Quello che conta, se si vuole cambiare in meglio la propria vita, è puntare dritto al cuore. Dice Francesco: «se il cuore non è liberato, il resto serve a poco». Ma come si può purificare il cuore? Chi confida solo nelle proprie forze umane, nonostante lo sforzo titanico della volontà, non riuscirà in quest’opera di restauro. Francesco avverte che «è vano pensare di poter correggere sé stessi senza il dono dello Spirito Santo». La Legge di Dio, condensata nei comandamenti, ha il compito di «portare l’uomo alla sua verità, ossia alla sua povertà», nel senso che rende il cuore dell’uomo bisognoso, anzi – dice il Papa - «mendicante», perché chiede a Dio di bonificarlo; infatti: «Dio è l’unico capace di rinnovare il nostro cuore, a patto che noi apriamo il cuore a Lui». In conclusione, il Pontefice esorta tutti a mettere ordine nel proprio cuore, confidando nella misericordia di Dio; questo richiede anzitutto l’umiltà di riconoscersi peccatori e la fiducia di abbandonarsi alla «misericordia di Dio», la sola che può guarire e purificare il cuore dai desideri cattivi.

martedì 20 novembre 2018

NO AL PAGANESIMO DELL’INDIFFERENZA E AL FANATISMO RELIGIOSO


LA SETE INESTINGUIBILE DI DIO

Francesco: «Dobbiamo tenere viva nel mondo la sete dell'assoluto, non permettendo che prevalga una visione della persona umana ad una sola dimensione»


di Antonino Legname


«Con la sua incarnazione Dio ha posto la sua sete – perché anche Dio ha sete - nel cuore di un uomo: Gesù di Nazaret. Dio ha sete di noi, dei nostri cuori, del nostro amore, e ha messo questa sete nel cuore di Gesù. Dunque, nel cuore di Cristo si incontrano la sete umana e la sete divina», ha detto Papa Francesco durante l’Angelus in Piazza San Pietro il 25 gennaio 2015. Ma il silenzio di Dio, coniugato con l'insopprimibile sete religiosa dell'uomo moderno, è una questione molto seria di ieri e di oggi. Papa Francesco, il 20 marzo 2013, proprio all'inizio del suo ministero petrino, ebbe a dire: “avvertiamo il valore di testimoniare nelle nostre società l'originaria apertura alla trascendenza che è insita nel cuore umano”. Veramente il «bisogno religioso» dell'uomo è inerente alla natura umana? Questo è il problema che tormenta i pensatori esistenzialisti. “A me Dio non ha mai detto nulla”, dichiara il filosofo André Comte-Sponville. Ma nello stesso tempo egli riconosce che ci sono credenti che in buona fede dicono di aver stabilito una comunicazione d'amore con Dio. “Tanto meglio per loro, se questo li aiuta. L'umanità è troppo debole, e la vita troppo difficile, perché ci si possa permettere di sputare sulla fede di chicchessia”. E conclude: “Io odio qualsiasi fanatismo, compreso quello ateo”. Come si potrebbe definire il fanatismo? “È prendere la propria fede per un sapere, o volerla imporre con la forza - spiega Comte-Sponville - La religione è un diritto. L'irreligione anche. Bisogna dunque proteggere l'una e l'altra […] impedendo a entrambe di imporsi con la forza”. Quando un ateo vuole a tutti i costi dimostrare che le forme più estreme di fanatismo religioso costituiscano la vera essenza della fede religiosa, si trasforma in un fanatico dell'ateismo, non meno pericoloso del fanatismo fideistico. Ogni tipo di fanatismo, anche quello ateo, è deplorevole e deve essere condannato. Una religione che non implicasse la fede nell'uomo sarebbe un'evasione e un oppio, ma una fede nell'uomo che non si aprisse a ciò che nell'uomo va al di là dell'uomo stesso, lo mutilerebbe  della sua dimensione specificamente umana: la trascendenza. Papa Francesco, parlando ai vari Rappresentanti delle diverse Chiese cristiane e delle altre religioni, il 20 marzo 2013, ebbe a dire: “Dobbiamo tenere viva nel mondo la sete dell'assoluto, non permettendo che prevalga una visione della persona umana ad una sola dimensione, secondo cui l'uomo si riduce a ciò che produce e a ciò che consuma: è questa una delle insidie più pericolose del nostro tempo. Sappiamo quanta violenza abbia prodotto nella storia recente il tentativo di eliminare Dio e il divino dall'orizzonte dell'umanità”. Nel Discorso all'Università Roma Tre, il 17 febbraio 2017, Papa Francesco ha proposto di “ripensare i nostri modelli economici, culturali e sociali, per recuperare il valore centrale della persona umana” ed ha chiesto che si faccia riferimento ad “una visione della persona in tutte le sue dimensioni, soprattutto in quella trascendente”. Occorre mantenere viva la memoria delle realtà divine, perché – spiega il Papa - “se manca la memoria di Dio, tutto si appiattisce, tutto va sull’io, sul mio benessere. La vita, il mondo, gli altri, perdono la consistenza, non contano più nulla, tutto si riduce a una sola dimensione: l’avere”. Quando l'uomo perde il riferimento alla trascendenza e diventa autoreferenziale tende a dimenticarsi degli altri. E “in un mondo in cui ciascuno si pensa come la misura di tutto, non c’è più posto per il fratello” - ha detto Francesco ai Vescovi Italiani, il 16 maggio 2016. Il grande dramma dell'uomo d'oggi è quello di voler vivere ad una sola dimensione, quella materiale e immanente. Questo è il rischio che anche gli uomini religiosi possono correre. Dice il Papa: “si può fuggire da Dio essendo cristiano, essendo cattolico, addirittura essendo prete, vescovo, Papa. Tutti possiamo fuggire da Dio. È una tentazione quotidiana: non ascoltare Dio, non ascoltare la sua voce, non sentire nel cuore la sua proposta, il suo invito”. Non c'è dubbio che “la grande malattia del nostro tempo sia l’indifferenza. È un virus che paralizza, rende inerti e insensibili, un morbo che intacca il centro stesso della religiosità, ingenerando un nuovo tristissimo paganesimo: il paganesimo dell’indifferenza”. Il Vescovo di Roma in tante occasioni ha denunciato quella mentalità che emargina i più deboli: “le nostre società, infatti, sono spesso dominate dalla cultura dello «scarto»; hanno bisogno di superare l’indifferenza e il ripiegamento su sé stesse per apprendere l’arte della solidarietà”. Purtroppo, ha sottolineato il Papa, “siamo abituati a questa indifferenza, sia quando vediamo le calamità di questo mondo sia davanti alle piccole cose. Ci si limita a dire: «Ma, peccato, povera gente, quanto soffrono» per poi tirare dritto. Mentre l’incontro è altro: se io non guardo - non è sufficiente vedere, no: guardare - se io non mi fermo, se io non guardo, se io non tocco, se io non parlo, non posso fare un incontro e non posso aiutare a fare una cultura dell’incontro”. In altre parole, devo imparare a mettermi «nelle scarpe degli altri». Il Papa ammette che “è molto faticoso mettersi nelle scarpe degli altri, perché spesso siamo schiavi del nostro egoismo. A un primo livello possiamo dire che la gente preferisce pensare ai propri problemi senza voler vedere la sofferenza o le difficoltà dell’altro”. Francesco apprezza don Lorenzo Milani, il Priore di Barbiana, anche perché insegnava ai suoi ragazzi a non essere indifferenti di fronte ai problemi e alle ingiustizie della vita; il suo motto era «I care», cioè «mi importa». In pratica significa che “le cose si dovevano prendere sul serio, contro il motto di moda in quel tempo che era «non mi importa»”.

venerdì 16 novembre 2018

ARTIGIANI DELLA RELAZIONE E DELLA COMUNIONE


ABBRACCIARE I CONFLITTI SENZA PAURA
Francesco: «Non abbiate paura della santità e passate la vostra vita per la vostra gente»  

Papa Francesco nella Sala Clementina in Vaticano riceve in udienza il Pontificio Collegio Pìo Latino Americano
 
di Antonino Legname

Oggi, uno dei fenomeni che colpisce con forza il nostro mondo è la «frammentazione culturale, la polarizzazione del contesto sociale e la perdita delle radici», ha detto Papa Francesco, nel Discorso durante l'incontro con il Pontificio Collegio Pìo Latino Americano, in Vaticano il 15 novembre 2018. Il Pontefice ha messo in guardia dal fomentare discorsi che dividono e alimentano odio verso coloro che non sono considerati «dei nostri». Bisogna stare molto attenti, anche nella Chiesa, ad importare modelli culturali che hanno «poco o niente a che vedere con la nostra storia e identità e che «finiscono per sradicare le nostre culture dalle loro tradizioni più ricche e autoctone». C’è il rischio che le nuove generazioni siano sempre più «sradicate e frammentate» - ha detto Francesco – evidenziando che anche «nella Chiesa si soffre l’invasione delle colonizzazioni ideologiche» con il pericolo di lasciarsi disorientare da questa o dall’altra «polarizzazione». Come si può contrastare questo disfacimento antropologico? Francesco ritiene che questo straripamento cultuale si possa arginare solo creando forti «legami e alleanze di amicizia e fraternità». Il mondo d’oggi ha urgente bisogno di «artigiani della relazione e della comunione». E i sacerdoti, su questo fronte dei rapporti umani, possono fare molto, evitando, però, il «rischio di bruciarsi, di isolarsi o di raccogliere per se stessi». Un sacerdote deve sentirsi parte della comunità presbiterale; deve coltivare il senso dell’appartenenza ad un popolo e deve lavorare «gomito a gomito» con gli altri per non disperdersi e per non indebolirsi. Occorre impegnarsi per evitare la tentazione di dar vita ad un «puro gnosticismo rielaborato», dove c’è «un Dio senza Cristo, un Cristo senza Chiesa e una Chiesa senza Popolo». Non c’è dubbio che la missione dei Pastori della Chiesa sia «passione per Gesù» – ha detto il Vescovo di Roma – ma nello stesso tempo è anche «passione per il popolo», «passione per la vita» e per le sorti dei nostri popoli, specialmente dei più poveri, sofferenti, bisognosi. Bisogna imparare a «gioire con chi è felice, a piangere con chi piange e ad offrire ogni Eucaristia per tutti i volti che ci sono stati affidati». Francesco esorta: «non abbiate paura della santità e passate la vostra vita per la vostra gente». E ancora una volta, il Papa mette il dito nella piaga del «clericalismo», ed invita a chiedere con fiducia a Maria, nostra Madre, «di indicarci la via, di liberarci dalla perversione del clericalismo, di farci ogni giorno più “pastori della gente”, e di non permetterci di diventare “chierici di Stato”». Infine, ricordando una delle caratteristiche distintive del carisma della Compagnia di Gesù, che «è quella di cercare di armonizzare le contraddizioni senza cadere nel riduzionismo», Francesco ha detto che sant’Ignazio, quando pensava ai gesuiti, li voleva «uomini di contemplazione e di azione, uomini di discernimento e di obbedienza», uomini capaci di «insegnare ad abbracciare i problemi e i conflitti senza paura; a gestire il dissenso e i confronti», ad aiutare a «scoprire l’arte e il gusto del discernimento», e anche ad «insegnare a prendersi cura dei piccoli, ad abbracciare i poveri, i malati e ad assumere la concretezza della vita quotidiana». 

QUANDO LE OPERE BUONE NON FANNO NOTIZIA!


LA FORZA SILENZIOSA DELLA CHIESA
Papa Francesco: «La Chiesa cresce senza spettacolo, senza mondanità, senza potere mondano»


di Antonino Legname

«La Chiesa cresce nella semplicità, nel silenzio, nella lode, nel sacrificio eucaristico, nella comunità fraterna, dove tutti si amano e non si spellano», ha detto Papa Francesco nella Meditazione della Messa nella Cappella di “Casa Santa Marta”, il 15 novembre 2018. Il Pontefice ha voluto tracciare in sintesi lo stile della vita ecclesiale, che non è la spettacolarità degli eventi. La Chiesa cresce non per proselitismo, ma per attrazione; cresce attraverso la testimonianza delle buone opere, quelle che non si vedono e non vengono pubblicizzate. Il Vescovo di Roma ha evidenziato che «quando non si manifestano le buone opere, che non fanno notizia», perché sono «le cose brutte» che «fanno notizia», «c’è qualcosa che non va lì». Purtroppo, la tentazione sempre in agguato è quella della spettacolarità del bene compiuto. “Noi vorremmo che la Chiesa si vedesse di più» - annota il Papa -  Ma in questo modo si rischia di cadere in una «Chiesa degli eventi che non è capace di crescere in silenzio con le buone opere, di nascosto». A volte la «seduzione dello spettacolo» è troppo forte anche nella Chiesa. Invece, bisogna convincersi che le opere buone sono una silenziosa testimonianza, ma molto eloquente, che crea un campo magnetico di attrazione, grazie alla forza che viene dallo Spirito Santo. 
Pertanto, «la crescita propria della Chiesa, quella che dà frutto – ha ribadito Francesco -  è in silenzio, di nascosto con le buone opere e la celebrazione della Pasqua del Signore, la lode di Dio». È questa la via che ha scelto il Signore. A volte diventa una strada difficile, perché passa attraverso la croce e la sofferenza, anche fino al martirio. Ma tutto questo bisogna metterlo in conto perché «la Chiesa cresce anche con il sangue dei martiri, uomini e donne che danno la vita». Purtroppo, nel mondo di oggi, neppure il martirio fa notizia: «lo spirito del mondo non tollera il martirio, lo nasconde». Mentre di fronte ad uno scandalo si accendono i potenti riflettori dei mezzi di comunicazione di massa. È bene ricordare l’aforisma che anche Papa Francesco, in qualche occasione, ha voluto citare: “fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce in silenzio”. In conclusione, il Papa lancia l’invito a porsi la domanda: «Come cresce dentro di me la mia appartenenza alla Chiesa?». La risposta non può che essere: «senza spettacolo, senza mondanità, senza potere mondano», ma con la testimonianza silenziosa delle opere buone, con la preghiera e con la celebrazione Eucaristica.

giovedì 15 novembre 2018

LA SCOMUNICA E LE SUE CONSEGUENZE

Intervista a Mons. Antonino Legname, Vicario Giudiziale del Tribunale Ecclesiastico Interdiocesano Siculo


A poche ore di distanza, da Catania e da Palermo sono arrivate le notizie di due decreti.
Quello firmato dall’arcivescovo mons. Salvatore Gristina, nell’arcidiocesi etnea, riguarda il caso di Davide Bruno, ex sacerdote e adesso membro dell’organizzazione denominata “Chiesa cattolica ecumenica”, ma riguarda anche quanti prendono o prenderanno parte a “pretesi atti di culto cattolico” da lui posti in essere. Perché “la Chiesa cattolica ecumenica – si legge nel Decreto - non ha alcun riconoscimento né legame con la nostra Chiesa cattolica romana".
Quello firmato dall’arcivescovo mons. Corrado Lorefice, pastore della Chiesa palermitana, riguarda don Alessandro M. Minutella, scomunicato per quelli che il Diritto canonico definisce “delitto di eresia” e “delitto di scisma”.
In cosa consistono questi “delitti”? Quali sono le conseguenze concrete per chi – sacerdote, ex sacerdote o laico battezzato - viene scomunicato? E per i fedeli che seguono le dottrine professate da uno scomunicato o partecipino a culti o riti posti in essere da uno scomunicato?
Lo abbiamo chiesto a mons. Antonino Legname, vicario giudiziale del Tribunale ecclesiastico interdiocesano siculo.


Mons. Antonino Legname
Cos’è la scomunica?
La scomunica è una censura, cioè una sanzione penale molto grave che viene comminata dall’autorità ecclesiastica competente a chi persiste nel suo atteggiamento contrario agli insegnamenti della Chiesa, specialmente in materia di fede e di morale e rifiuta i mezzi per riparare i danni o lo scandalo.

Quanti tipi di scomunica ci sono?
Sono due: la scomunica «latae sententiae», quando si incorre in essa automaticamente per il solo fatto di aver commesso un determinato delitto; e la scomunica «ferendae sententiae» quando per essere inflitta occorre un procedimento canonico penale con l’intervento dell’autorità che può essere il Giudice ecclesiastico o l’Ordinario. In alcuni casi si può applicare e dichiarare una pena “ipso facto”, senza che sia necessario adottare la decisione di imporla con un Decreto, come per esempio nel caso dell’aborto procurato, la cui remissione avviene nel foro interno della Confessione sacramentale. A volte, nei casi in cui è prevista la scomunica «latae sententiae», si può rendere necessario un procedimento canonico penale o amministrativo per accertare la reale commissione del delitto ai fini della dichiarazione e pubblicazione del decreto di scomunica.

Prima di arrivare alla scomunica, la persona non deve essere richiamata e ammonita?
Certamente. L’autorità ecclesiastica competente, che ha notizia certa di un delitto commesso da qualcuno a lui soggetto, deve ammonirlo previamente, almeno una volta, perché cessi dalla sua “contumacia”, cioè dal suo comportamento delittuoso e concedergli un congruo spazio di tempo affinché si possa pentire, ravvedere e rettificare la propria condotta o il proprio pensiero contrario agli insegnamenti della Chiesa, e che ha espresso pubblicamente. L’ammonizione previa è un requisito necessario per la valida imposizione della censura.

Chi incorre nella scomunica viene gravato da molte proibizioni ecclesiali. Quali?
Per esempio: non può celebrare i sacramenti, e neppure ricevere i sacramenti; non può partecipare attivamente alle celebrazioni di culto; non può ricoprire uffici, ministeri o incarichi ecclesiastici, né porre in essere atti di potestà di giurisdizione. E in alcuni casi più gravi previsti dalla legge canonica, se si tratta di un chierico, non è esclusa la dimissione dallo stato clericale.

Quali sono i delitti contro la fede e l’unità della Chiesa per i quali si incorre nella scomunica?
Sono diversi. I più conosciuti sono l’apostasia, l’eresia e lo scisma. Ovviamente questi tre delitti suppongono che le persone che li commettono siano battezzati. Se manca il battesimo non sussistono queste tre defezioni. Inoltre, è necessario che il pensiero e l’atto di volontà che costituiscono il delitto, siano manifestati pubblicamente e raccolti da qualcuno.

Cos’è l’apostasia?
È il rifiuto totale della fede cristiana. Questo delitto si consuma quando si aderisce ad una religione non cristiana o ad una setta o religione pseudo-cristiana o pseudo-cattolica di cui non si riconosce il battesimo (per esempio l’adesione ai Testimoni di Geova o l’adesione ai Mormoni, ecc.).

E l’eresia?
È l’ostinata negazione di qualche verità che si deve credere per fede divina e cattolica, oppure il dubbio ostinato manifesto su di essa.

Lo scisma?
È il ripudio della sottomissione al Sommo Pontefice; o il rifiuto della Comunione con i membri della Chiesa che sono a lui soggetti. Questo delitto si consuma anche quando si aderisce a Chiese o Comunità Ecclesiali Cristiane che non sono in comunione con il Papa.

Quali sono le conseguenze canoniche per queste o altre tipologie di delitti?
L’apostata, l’eretico e lo scismatico incorrono nella scomunica “latae sententiae”. E se si tratta di un chierico – come già detto - può essere punito con la dimissione dallo stato clericale. Anche l’uso di un mezzo di comunicazione per offendere gravemente o per ingiuriare o eccitare all’odio o al disprezzo contro la religione o la Chiesa, è un delitto contro la fede e l’unità della Comunità ecclesiale. Ci sono anche alcuni delitti contro l’autorità ecclesiastica, quando per esempio si insegna in maniera ostinata una dottrina condannata dal Romano Pontefice o da un Concilio Ecumenico; oppure quando si persiste nel rifiutare una dottrina definitivamente approvata dal Papa o dal Collegio dei Vescovi sulla fede e sui costumi. Inoltre, quando si suscita pubblicamente l’avversione o l’odio contro il Papa o il Vescovo, incitando alla disobbedienza. Esiste anche il delitto di usurpazione di funzioni ecclesiastiche, come per esempio simulare di celebrare la Messa senza essere sacerdote; oppure la Consacrazione Episcopale (attiva e passiva), senza mandato pontificio.

Nella scelta della pena canonica l’autorità della Chiesa di cosa deve tener conto?
L’Ordinario deve valutare le circostanze del caso e la recidività da parte di chi compie il delitto.
Ovviamente anche nella legge penale canonica esiste la valutazione delle circostanze esimenti, attenuanti e aggravanti. Cioè le circostanze che possono modificare l’imputabilità: eliminandola, attenuandola o aggravandola, specialmente quando si provoca scandalo pubblico, e di conseguenza anche la pena è diversa a seconda delle differenti circostanze.

Cosa succede a chi è complice di un delitto oppure dovesse frequentare riti o «pretesi atti di culto cattolico» celebrati da chi è soggetto a scomunica per eresia e per scisma?
Occorre dire che alcune pene molto gravi possono essere applicate anche alle persone che hanno  cooperato, o cooperano in modi diversi, alla nascita o all’attuazione del delitto. In altre parole, incorrono anche loro nella scomunica “latae sententiae”, prevista dal Codice di Diritto Canonico, e si mettono automaticamente fuori dalla Comunione della Chiesa cattolica.

mercoledì 14 novembre 2018

IN BILICO TRA VERITA' E MENZOGNA

LA FORZA DELLA VERITA’
Papa Francesco: «Una persona parla con tutto quel che è e che fa. E quando sparla può uccidere»

di Antonino Legname

«Dove c’è bugia non c’è amore, non può esserci amore», ha detto Papa Francesco nella Catechesi del Mercoledì 14 novembre 2018, in Piazza San Pietro. Nel commentare l’ottava parola del Decalogo, «non dire falsa testimonianza», il Pontefice ha precisato che questo comandamento proibisce di vivere rapporti umani falsati, cioè «comunicazioni non autentiche» con gli altri. E quando si parla di comunicazione – ha spiegato – bisogna intendere «non solo le parole, ma anche i gesti, gli atteggiamenti, perfino i silenzi e le assenze». In altre parole, «una persona parla con tutto quel che è e che fa». L’uomo per natura è un essere socievole e comunicativo. «Tutti noi viviamo comunicando e siamo continuamente in bilico tra la verità e la menzogna». Oggi si fa un gran parlare di verità. Tutti pensano di avere la verità in pugno; di possedere la verità. Ma che cos’è la verità? Fu questa la domanda che Pilato fece a Gesù. Papa Francesco dice che non si deve assolutizzare un dettaglio di verità per giustificare un punto di vista personale. Spesso si sente dire: “Ho solamente detto la verità!”. Ma quale verità? Forse «hai rivelato dei fatti personali o riservati», con la pretesa inaudita di essere il paladino della verità. 
A questo punto, per l’ennesima volta, Papa Francesco condanna senza appello le chiacchiere, quelle che «distruggono la comunione per inopportunità o mancanza di delicatezza! Anzi, le chiacchiere uccidono». Francesco tuona contro il «chiacchierone e la chiacchierona» perché con la loro lingua diabolica uccidono. Si - ha ripetuto il Vescovo di Roma, per chi ancora avesse dubbi -  «la lingua uccide come un coltello. State attenti!». Veramente chi sparla degli altri «è un terrorista». Perché?  Francesco risponde: «perché con la sua lingua butta la bomba e se ne va tranquillo, ma la cosa che dice quella bomba buttata distrugge la fama altrui». E in maniera lapidaria ammonisce: «Non dimenticare: chiacchierare è uccidere». Un cristiano non deve mai dimenticare che Gesù è la pienezza della verità; e da risorto Egli ha donato alla Chiesa lo Spirito Santo, che è Spirito di verità, affinch la conduca lungo il cammino della storia alla verità tutta intera. Fin da piccoli veniamo educati a non dire bugie, ma sappiamo quanto sia difficile dire sempre il vero. A volte siamo bravi nel camuffare la verità. Il Papa chiede di farci spesso la domanda: «io sono un testimone della verità, o sono più o meno un bugiardo travestito da vero?». Non si tratta di dire singole frasi o di fare discorsi più o meno veri, si tratta piuttosto di assumere un habitus, un’abitudine, un modo di vivere coerente, che diventa testimonianza della verità. Sarebbe bello se si potesse dire di ognuno di noi: «Quest’uomo è un uomo vero, quella donna è una donna vera: si vede». In questo senso, a volte anche il silenzio può essere molto eloquente nel dire la verità. In conclusione, ha evidenziato il Papa, «Non dire falsa testimonianza vuol dire vivere da figlio di Dio, che mai, mai smentisce se stesso, mai dice bugie». Se io vivo come figlio di Dio, «mi fido di Dio: questa è la grande verità».

martedì 13 novembre 2018

«CONFUSIONE E COSI’ NACQUE LA CHIESA»: DAL DISORDINE ALL’ORDINE


IL PROFILO DEL VESCOVO
Francesco: «Un Vescovo conta davanti a Dio non se è simpatico, se predica bene, ma se è umile, se è mite, se è servitore, non principe»
 
Meditazione nella Cappella della "Casa Santa Marta" il 12 novembre 2018

di Antonino Legname

«La Chiesa non è nata tutta ordinata, tutto a posto, senza problemi, senza confusione»; ma «il disordine, va sistemato», ha detto Papa Francesco nella Meditazione della Messa nella Cappella della “Casa Santa Marta”, il 12 novembre 2018. Dagli Atti degli Apostoli apprendiamo che la Chiesa delle origini è nata con tanto fervore, ma nella confusione e nel disordine, fino al punto che la gente, quando sentiva parlare gli Apostoli, esclamava: «“sono ubriachi”». Sono diversi gli episodi che confermano questa difficoltà della Chiesa nascente di mettere ordine, là dove c’era tanta confusione. E questo a tutti i livelli. Il Concilio di Gerusalemme servì a sistemare le cose e a mettere un po' di ordine. Il Pontefice spiega che Paolo è riuscito a trasmettere un “pacco di esperienze di fede”» e a dare dei «criteri per mettere ordine»; e lo fa iniziando a tracciare il profilo del buon Vescovo, il quale deve essere anzitutto un «amministratore di Dio», e non un «affarista» e un amministratore «dei beni, del potere, delle cordate». In sintesi ecco il profilo del Vescovo: ciò che non deve essere e ciò che deve essere. Anzitutto, il Vescovo «non deve essere arrogante, cioè superbo, non collerico — che litiga sempre — non dedito al vino — possiamo dire non dedito ai vizi». Quando un Vescovo è «collerico, arrogante, dedito al vino, violento», - anche se avesse uno solo di questi difetti – sarebbe una vera «calamità per la Chiesa» - ha rimarcato il Papa – aggiungendo che chi è insignito dell’Ordine episcopale non deve essere «avido di guadagni disonesti: che non faccia l’affarista, che non sia attaccato ai soldi». Invece, il buon Vescovo deve possedere queste qualità: deve essere «ospitale, amante del bene, assennato, giusto, santo, padrone di sé, fedele alla parola degna di fede che gli è stata insegnata». Solo se egli possiede tutte queste virtù sarà «in grado di esortare con la sua sana dottrina e di confutare i suoi oppositori”». Sappiamo quanto sia laboriosa e delicata la procedura per individuare i candidati all’episcopato. Papa Francesco consiglia che «quando si fanno le indagini per l’elezione dei vescovi, sarebbe bello fare queste domande all’inizio per sapere se si può andare avanti in altre indagini»: è un uomo «umile, mite, servitore»? Questo profilo del Vescovo – precisa Francesco - non è nato dopo il Concilio Vaticano II, ma si è affermato dopo Paolo, quando la Chiesa si è accorta che bisognava mettere ordine a partire dai Vescovi. In conclusione – ha ricordato il Papa: «Un vescovo conta davanti a Dio non se è simpatico, se predica bene», se è abile nei metodi pastorali – ovviamente tutte cose buone – ma quello che veramente conta è «se è umile, se è mite, se è servitore». Il Vescovo di Roma chiede a tutti di pregare per i nostri Vescovi affinché siano Pastori con tutte queste qualità e virtù.

lunedì 12 novembre 2018

«RIFUGGIRE DAL RITUALIASMO E DAL FORMALISMO»

NO ALLA LOGICA DEL PAVONE 
Francesco: «Le bilance del Signore sono diverse dalle nostre»


di Antonino Legname
 
«Quando siamo tentati dal desiderio di apparire e di contabilizzare i nostri gesti di altruismo, quando siamo troppo interessati allo sguardo altrui e – permettetemi la parola – quando facciamo “i pavoni”, pensiamo a questa donna». Papa Francesco si riferisce alla vedova del Vangelo, lodata da Gesù, perché pur essendo povera di beni materiali era ricca di fede e di fiducia nella Provvidenza. Durante l’Angelus di domenica 12 novembre 2018, in Piazza San Pietro, il Papa ha richiamato all’attenzione di tutti il gesto semplice ma generoso di una donna vedova e costretta a vivere nella miseria. 
Nel contenitore delle offerte ella mette solo due monetine, ma era tutto quello che possedeva per vivere. I ricchi offrivano molto per incrementare il tesoro del tempio, ma nello stesso tempo ostentavano la loro posizione sociale e religiosa. Il Pontefice fa notare che questi, che si facevano chiamare «maestri» e amavano essere riveriti e occupare i primi posti, usano la religione «per farsi vedere» e anche «si servono di Dio per accreditarsi come i difensori della sua legge». 
Gesù non sopporta l’atteggiamento di coloro che si sentono superiori fino al punto che la loro «vanità li porta al disprezzo per coloro che contano poco o si trovano in una posizione economica svantaggiosa». Questo «meccanismo perverso» viene smascherato da Gesù: «denuncia l’oppressione dei deboli fatta strumentalmente sulla base di motivazioni religiose, dicendo chiaramente che Dio sta dalla parte degli ultimi». Mai bisogna dimenticare che agli occhi di Dio ciò che conta non è la quantità delle nostre azioni buone, ma la qualità. L’umiltà è la virtù che deve accompagnare tutto ciò che facciamo di buono per gli altri. Con un'immagine possiamo paragonare l’umiltà al filo che tiene legate tutte le perle, che sono le nostre opere buone, se il filo si spezza, tutte le perle si disperdono. Senza umiltà, tutto quello che facciamo con ostentazione non ha valore davanti al Signore, il quale ha detto: «avete già ricevuto la vostra ricompensa». È proprio nell’umiltà che la vedova del Vangelo «compie un atto carico di grande significato religioso e spirituale. Quel gesto pieno di sacrificio non sfugge allo sguardo di Gesù». Come è vero che i criteri di Dio non sono i nostri criteri. Papa Francesco dice che «le bilance del Signore sono diverse dalle nostre. Lui pesa diversamente le persone e i loro gesti». E spiega: «Dio non misura la quantità ma la qualità, scruta il cuore, guarda alla purezza delle intenzioni». E mentre gli uomini guardano solo l’apparenza, “Dio guarda il cuore”; per questo – esorta Francesco - «il nostro “dare” a Dio nella preghiera e agli altri nella carità dovrebbe sempre rifuggire dal ritualismo e dal formalismo, come pure dalla logica del calcolo, e deve essere espressione di gratuità».

venerdì 9 novembre 2018

Dopo la tragedia di Casteldaccia, il Vescovo di Cefalù s'interroga e offre la Sua riflessione sulla responsabilità di tutti nella cura della nostra «Casa comune»


LA RISPOSTA SOFFIA NEL VENTO 
Mons. Giuseppe Marciante: «Saltiamo insieme il pungente e arrugginito filo spinato del ritardo della burocrazia»  

S.E.R. Mons. Giuseppe Marciante, Vescovo di Cefalù


di Antonino Legname

«Autunno del 2018. Mi trovo a Cefalù. Sul mio telefonino trovo un link: strage a Casteldaccia, nove vittime, due bambini. Attivo una ricerca. Si parla di un’ondata di maltempo che colpisce la Sicilia.  Il bilancio è tragico: dodici vittime. Una villa è travolta dal fango. Continuo a leggere altri titoli. Si è scatenato l’inferno in pochissimo tempo. Non c’è stato il tempo per salvarsi. E’ stata aperta un’inchiesta. Al momento il fascicolo è contro ignoti e senza ipotesi di reato.  Durante l’intera giornata il mio ricordo nella preghiera vuole raggiungere i familiari delle vittime». È questo il breve e commosso resoconto che il Vescovo di Cefalù, Mons. Giuseppe Marciante, delegato della Conferenza Episcopale Siciliana per i Problemi Sociali, del Lavoro, Giustizia e  Pace e Salvaguardia del Creato, ha voluto affidare, il 7 novembre 2018, alla comune riflessione, attraverso il sito ufficiale della CESi. Il Presule annota che disgrazie di questo genere non sono nuove nel territorio italiano, e ricorda con dolore che nell’autunno del 2009, mentre si trovava a Roma, apprese dalla radio che a Giampilieri e a Scaletta Zanclea, a causa di un «diluvio di fango», erano morte 37 persone. Anche allora – dice Marciante - «si gridò ad alta voce che questa ennesima tragedia, figlia dell’incuria e del mancato rispetto delle norme, poteva essere evitata». Era troppo evidente che la colpa non è sempre della natura, e che le responsabilità erano terrene, e, pertanto, bisognava identificare i colpevoli. Tragedie che certamente si potevano evitare. Purtroppo, «negli anni a seguire – lamenta Marciante - non sono mancati altri simili eventi disastrosi», ma nello stesso tempo bisogna riconoscere che, in ogni tragedia, segnata da tanto dolore e lacrime, c’è sempre stata tanta solidarietà e una lodevole e commovente «rete di aiuti e di soccorsi».
A questo punto, Mons. Marciante non può fare a meno di rileggere e di riproporre all’attenzione di tutti le parole profetiche di Papa Francesco, nella Lettera Enciclica Laudato Si’, sulla cura della «Casa comune», che è la nostra Terra: “Questa sorella protesta per il male che le provochiamo, a causa dell’uso irresponsabile e dell’abuso dei beni che Dio ha posto in lei. Siamo cresciuti pensando che eravamo suoi proprietari e dominatori autorizzati a saccheggiarla” (n. 2). Tutti siamo responsabili della Terra; tutti siamo chiamati a non maltrattare il nostro meraviglioso Pianeta; tutti dobbiamo evitare di stravolgere e di distruggere l’ambiente. A volte, come singole persone, non ci rendiamo conto che i nostri «piccoli danni ecologici» contribuiscono a causare le grandi tragedie. Il Presule, senza giri di parole, mette il dito nella piaga dell’abusivismo edilizio che devasta e deturpa il nostro territorio: «Non si contano gli edifici, le ville e le villette costruite in aree franose  o nei letti dei torrenti le cui fognature scaricano anche sui fiumi. Quando si parla di Sicilia viene in mente il dramma della cementazione selvaggia. Si parla di un abusivismo edilizio che sfiora il 49%». Quello descritto da Marciante è un quadro realistico molto triste e pericoloso, che deve responsabilizzare tutti con urgenza, anche attivando campagne di informazione, di sensibilizzazione e di formazione alla cura e alla salvaguardia dell’ambiente. Quando capiremo che la sicurezza delle nostre vite dipende anche da una sana ecologia ambientale! «Tanti cittadini ne sono purtroppo incoscienti – constata il Vescovo - c’è una sorta di cecità che va curata sui pericoli che incombono sulle nostre vite». E nello stesso tempo dobbiamo tutti domandarci: «quanti morti, quante altre vittime, quante altre tragedie annunciate o da evitare, dovranno ancora accadere prima che si comprenda che la prima opera pubblica che è necessaria alla Sicilia e a tutta l’Italia è la messa in sicurezza del territorio?». Mons. Marciante avverte amaramente che nella nostra Sicilia e in tutto il Mezzogiorno, «quasi sempre» ogni opera resta impantanata per tanti anni dentro una «paludosa e lenta pratica burocratica». Quanti ritardi complici nell’iter burocratico, che spesso si trasforma in un «pungente e arrugginito filo spinato». E con forza e determinazione il Vescovo di Cefalù ribadisce: «nei nostri paesi la lentezza è la cifra che vedo dovunque presente». E il consiglio che Presule offre a tutti, in particolare agli Amministratori della “cosa pubblica” è questo: «riprendiamo tra le mani le relazioni geologiche che ci descrivono le situazioni del nostro territorio; le mappature che ci indicano le zone a rischio idraulico di esondazione; i cambiamenti climatici impongono nuove e aggiornate strategie di pianificazione legate alle caratteristiche geomorfologiche dei nostri territori che spesso sono geologicamente fragili oltre che segnati dall’abusivismo edilizio. Pensiamo anche ai terribili disagi che vive il nostro territorio per la situazione precaria della rete viaria, ai nostri comuni delle Madonie spesso in situazioni di quasi isolamento». Il miglioramento e il ripristino della rete viaria nel nostro territorio è un’urgenza prioritaria. Non si può più tollerare che una «bomba d’acqua» improvvisa possa trasformare «un ruscello in “un oceano”». Marciante chiede a tutti di non dimenticare che «un crimine contro la natura non è solo un peccato contro Dio, ma è un crimine contro noi stessi». Questo significa che un po’ tutti dovremmo «identificarci tra i colpevoli di queste stragi. Non lasciamoci anche noi inghiottire dal fangoso scorrere del tempo». E citando una famosa canzone degli anni sessanta di Bob Dylan, dove si parla di violenze e di stragi che uccidono l’uomo, «The answer, my friend, is blowin' in the wind» «la risposta, amico mio, soffia nel vento», Marciante conclude: «Io invito me stesso e tutti a riprendere tra le mani il Cantico delle creature di San Francesco; continua a insegnarci che: “la terra ne sustenta et governa”.  “La terra, ci ricorda Papa Francesco in Laudato Si’, è come una madre bella che ci accoglie tra le sue braccia”. Ritorniamo come figli tra le sue braccia».