Ubi Petrus, ibi Ecclesia: "Dove c'è Pietro, lì c'è la Chiesa" (Sant'Ambrogio, Explanatio Psalmi XL, 30, 5)

venerdì 31 agosto 2018

NO ALLA CULTURA DEL SOSPETTO


LA CHIESA TRA SANTITA' E PECCATO
Francesco: «Pensiamo al danno che arrecano al Popolo di Dio i carrieristi, gli arrampicatori, che usano la Chiesa come trampolino per i propri interessi e le ambizioni personali»


di Antonino Legname 
(Parte II)

Francesco, prima di diventare Papa, in un’intervista, a commento delle tensioni e della fuga di documenti dal Vaticano (Vatileaks), ebbe a dire: «Mi chiedo se nel cuore di molti, che entrano in questa dinamica degli scandali, ci sia l’amore per la Chiesa». Nella storia bimillenaria della Chiesa non sono mancati i cosiddetti “giustizieri di Dio”, cioè coloro che hanno creduto e credono di aver ricevuto direttamente dall’Alto la missione di salvare la Chiesa; ma la stessa storia insegna che non tutti gli “araldi della verità” furono sempre ispirati da sante intenzioni. Bisogna stare attenti a non «giocare a fare i profeti senza esserlo» - ha detto Papa Francesco. La Chiesa è come un pendolo sempre in movimento che oscilla continuamente tra la santità e il peccato, tra martirio e corruzione. Francesco ha evidenziato che «la corruzione è una tentazione che nasce dalla sete di potere, di benessere, di soldi e di vanità». Chi ama veramente la Chiesa sa che essa non si riduce alle sue umane debolezze, e sa leggere la storia della Chiesa nella sua complessità, fatta di luci e di ombre, di obbrobriosi scandali e di fede forte ed intrepida. Nessuno vuole nascondere o minimizzare la realtà della Chiesa peccatrice perché fatta di uomini peccatori che a volte si trasformano in “corrotti”. «Le nefandezze umane non sono mai mancate nella Chiesa cattolica – scriveva Ratzinger -  Se continua a reggere, nonostante i mille scricchiolii, se continua a esistere, se continua a produrre grandi figure di martiri e di credenti, persone che mettono a disposizione la loro vita come missionari, come infermieri, come educatrici, questo mostra davvero che c’è qualcun altro che la tiene in piedi». Veramente non è opera umana la Chiesa per sopportare e sopravvivere a tanti scandali passati e presenti e a tutte queste lotte di potere al suo interno; lotte, invidie, tradimenti e ricatti che non sono solo di oggi ma di sempre. Papa Francesco lo ha ricordato: «le lotte di potere nella Chiesa ci sono sempre state fin dalle origini». Ci sono stati periodi di oscurantismo, in cui la Chiesa è stata macchiata da incredibili ed esecrabili misfatti. Ma la storia del peccato degli uomini di chiesa continua ancora oggi, e sono gli scandali che fanno soffrire e deturpano l’immagine della Chiesa e ne inquinano la stessa credibilità». «Nei momenti brutti della vita – ha detto Papa Bergoglio – accade che forse nella disperazione uno cerchi di difendersi come può e anche di usare Dio e di usare la gente». Il cardinale Prosper Grech, il 12 marzo 2012, prima che iniziassero le elezioni del nuovo Papa, dettò una meditazione ai Cardinali elettori, nella Cappella Sistina. Il porporato tra l’altro disse: «Se recentemente abbiamo pianto su tanti avvenimenti spiacevoli accaduti a clero e laici, persino nella casa pontificia ... con l’aiuto di Dio si supererà anche la crisi presente». Papa Francesco, parlando ai Vescovi italiani, in occasione della 66.ma Assemblea Generale della CEI, ha elencato alcuni atteggiamenti, comportamenti e sentimenti che un Vescovo dovrebbe assolutamente evitare nel suo ministero pastorale: «le chiacchiere, le mezze verità che diventano bugie, la litania delle lamentele che tradisce intime delusioni; la durezza di chi giudica … il rodersi della gelosia, l’accecamento indotto dall’invidia, l’ambizione che genera correnti, consorterie, settarismo … E poi il ripiegamento che va a cercare nelle forme del passato le sicurezze perdute».
Contro la cultura del sospetto e della caccia alle streghe, Francesco ammonisce: «mi fa tanto male riscontrare come in alcune comunità cristiane, e persino tra persone consacrate, sia dia spazio a diverse forme di odio, divisione, calunnia, diffamazione, vendetta, gelosia, desiderio di imporre le proprie idee a qualsiasi costo, fino a persecuzioni che sembrano una implacabile caccia alle streghe. Chi vogliamo evangelizzare con questi comportamenti?».Una certa psicologia sostiene che se si ha avuto un rapporto difficile con la figura paterna è quasi naturale attribuire alla parola o alla metafora “padre” un significato con elementi connotativi negativi. La stessa cosa può succedere a chi ha avuto un’esperienza negativa con la “madre” e in questo caso con la “madre Chiesa”: risentimenti e critiche severe non le vengono risparmiate. Papa Francesco ha detto: «Pensiamo al danno che arrecano al Popolo di Dio gli uomini e le donne di Chiesa che sono carrieristi, arrampicatori, che usano il popolo, la Chiesa, i fratelli e le sorelle – quelli che dovrebbero servire – come trampolino per i propri interessi e le ambizioni personali. Ma questi fanno un danno grande alla Chiesa». É ora di dire basta alla parola “contro”: andiamo “incontro”. Abbasso la parola “vincere”: vogliamo “convincere” proponendo le buone argomentazioni della testimonianza a favore di Dio e della Chiesa. Perché continuare ad offrire al mondo di oggi un’immagine così negativa e scandalosa di disarmonia e di conflittualità dentro la stessa Chiesa cattolica e tra gli stessi preti, Vescovi, teologi o Cardinali? Occorre offrire al mondo di oggi – così tanto frammentato nella sua globalizzazione – la testimonianza della misericordia e dell’unità così tanto auspicata da Gesù: “ut unum sint”. Animati dalla verità, ma sempre nella carità. Voglio continuare a sognare di poter vedere un giorno l’unica Chiesa di Cristo non più lacerata dalle divisioni ad intra e ad extra ecclesiale. 
Nella sua ultima Udienza Generale, Benedetto XVI disse: «Ho sempre saputo che in quella barca c’è il Signore e ho sempre saputo che la barca della Chiesa non è mia, non è nostra, ma è sua. E il Signore non la lascia affondare; è Lui che la conduce, certamente anche attraverso gli uomini che ha scelto, perché così ha voluto. Questa è stata ed è una certezza, che nulla può offuscare».

[dal libro di Antonino Legname, Francesco il traghettatore di Dio, Le Nove Muse Editrice, Catania, Nuova edizione 2015,  pp. 47ss.]. 

mercoledì 29 agosto 2018

LA BELLEZZA DELLA FAMIGLIA UNITA

LA CHIESA «FAMIGLIA DI FAMIGLIE» 
Francesco: «Quello che Dio vuole è che nessuno sia solo, nessuno sia non voluto, nessuno sia escluso»


di Antonino Legname

«L’amore del matrimonio è uno speciale dono di Dio, da coltivare ogni giorno nella “chiesa domestica” che è la famiglia», ha detto Francesco durante l’Udienza Generale di mercoledì 29 agosto 2018, in Piazza San Pietro. Il Papa ha voluto ricordare e riflettere sul recente Viaggio Apostolico in Irlanda, in occasione del IX Incontro Mondiale delle Famiglie. Ha parlato della «bellezza del sogno di Dio per l’intera famiglia umana». Di quale sogno si tratta? Il Pontefice risponde: «il sogno di Dio è l’unità, l’armonia e la pace, nelle famiglie e nel mondo, frutto della fedeltà, del perdono e della riconciliazione che Lui ci ha donato in Cristo». È un sogno che deve essere condiviso dalle famiglie. Partecipare al sogno di Dio significa in pratica impegnarsi affinché il mondo diventi una casa dove nessuno si senta solo o escluso. Francesco ribadisce: «quello che Dio vuole è che nessuno sia solo, nessuno sia non voluto, nessuno sia escluso». Il Vescovo di Roma ripropone la bella immagine della «Chiesa famiglia di famiglie» e spiega: «come un corpo, sostiene queste sue cellule nel loro indispensabile ruolo per lo sviluppo di una società fraterna e solidale». Accanto ai fallimenti di tanti matrimoni, ci sono tantissime belle testimonianze di amore coniugale forte e duraturo nel tempo. 
Questo è certamente un dono speciale di Dio, ha detto Francesco, invitando tutti gli sposi a coltivare ogni giorno l’amore del matrimonio nella «chiesa domestica» che è la famiglia. E contro la perversa cultura del provvisorio che domina nel mondo d’oggi, il Papa sogna una «rivoluzione di amore e di tenerezza». «E questa rivoluzione – ha detto - comincia nel cuore della famiglia». Francesco ricorda le testimonianze toccanti di famiglie «che hanno sofferto per le guerre, famiglie rinnovate dal perdono, famiglie che l’amore ha salvato dalla spirale delle dipendenze, famiglie che hanno imparato a usare bene telefonini e tablet e a dare priorità al tempo speso insieme». Occorre riscoprire il valore del dialogo e della vera comunicazione in famiglia, tra genitori e figli, tra nonni e nipoti. A tal proposito, il Papa fa un appello ai nonni, affinché contribuiscano a «consolidare i legami e trasmettere il tesoro della fede». In tante occasione Francesco ha parlato dei nonni, che «sono la saggezza, la memoria di un popolo, la memoria delle famiglie!». Purtroppo - ha constatato il Papa -  Oggi – è duro dirlo – ma sembra che i nonni disturbano. In questa cultura dello scarto, i nonni si “scartano”, si allontanano». E nella riflessione del Papa, non poteva mancare il riferimento doloroso agli scandali della pedofilia e a tutte quelle forme di abusi, anche da parte di membri della Chiesa. Francesco, a più riprese, anche in Irlanda, ha chiesto perdono per questi crimini ed ha ammesso che «le autorità ecclesiastiche in passato non sempre hanno saputo affrontare in maniera adeguata questi crimini». Nello stesso tempo ha voluto incoraggiare i Pastori della Chiesa nel loro sforzo «per rimediare ai fallimenti del passato con onestà e coraggio, confidando nelle promesse del Signore e contando sulla profonda fede del popolo irlandese, per inaugurare una stagione di rinnovamento della Chiesa in Irlanda». Infine, il Pontefice ha voluto ricordare le tante coppie di coniugi che con sacrifici e fedeltà portano avanti la propria famiglia, l’educazione dei figli, «chiedendosi perdono quando ci sono dei problemi». Nella vita matrimoniale il perdono deve essere la password di accesso per entrare nel cuore di tutti i membri della famiglia. Non bisogna lasciarsi travolgere la cultura odierna del provvisorio. Il Papa ha ricordato che «oggi è di moda sulle riviste, sui giornali, parlare così: “Questo si è divorziato da questa… Quella da quello… E la separazione…”. Ma per favore: questa è una cosa brutta. È vero: io rispetto ognuno, dobbiamo rispettare la gente, ma l’ideale non è il divorzio, l’ideale non è la separazione, l’ideale non è la distruzione della famiglia. L’ideale è la famiglia unita».

A conclusione dell’Udienza Generale, il Papa ha ricordato che il prossimo Incontro Mondiale delle famiglie, si terrà a Roma nel 2021.




LA BELLEZZA DELLA FAMIGLIA UNITA



LA CHIESA «FAMIGLIA DI FAMIGLIE» 
Francesco: «Quello che Dio vuole è che nessuno sia solo, nessuno sia non voluto, nessuno sia escluso»


di Antonino Legname

«L’amore del matrimonio è uno speciale dono di Dio, da coltivare ogni giorno nella “chiesa domestica” che è la famiglia», ha detto Francesco durante l’Udienza Generale di mercoledì 29 agosto 2018, in Piazza San Pietro. Il Papa ha voluto ricordare e riflettere sul recente Viaggio Apostolico in Irlanda, in occasione del IX Incontro Mondiale delle Famiglie. Ha parlato della «bellezza del sogno di Dio per l’intera famiglia umana». Di quale sogno si tratta? Il Pontefice risponde: «il sogno di Dio è l’unità, l’armonia e la pace, nelle famiglie e nel mondo, frutto della fedeltà, del perdono e della riconciliazione che Lui ci ha donato in Cristo». È un sogno che deve essere condiviso dalle famiglie. Partecipare al sogno di Dio significa in pratica impegnarsi affinché il mondo diventi una casa dove nessuno si senta solo o escluso. Francesco ribadisce: «quello che Dio vuole è che nessuno sia solo, nessuno sia non voluto, nessuno sia escluso». Il Vescovo di Roma ripropone la bella immagine della «Chiesa famiglia di famiglie» e spiega: «come un corpo, sostiene queste sue cellule nel loro indispensabile ruolo per lo sviluppo di una società fraterna e solidale». Accanto ai fallimenti di tanti matrimoni, ci sono tantissime belle testimonianze di amore coniugale forte e duraturo nel tempo. 
Questo è certamente un dono speciale di Dio, ha detto Francesco, invitando tutti gli sposi a coltivare ogni giorno l’amore del matrimonio nella «chiesa domestica» che è la famiglia. E contro la perversa cultura del provvisorio che domina nel mondo d’oggi, il Papa sogna una «rivoluzione di amore e di tenerezza». «E questa rivoluzione – ha detto - comincia nel cuore della famiglia». Francesco ricorda le testimonianze toccanti di famiglie «che hanno sofferto per le guerre, famiglie rinnovate dal perdono, famiglie che l’amore ha salvato dalla spirale delle dipendenze, famiglie che hanno imparato a usare bene telefonini e tablet e a dare priorità al tempo speso insieme». Occorre riscoprire il valore del dialogo e della vera comunicazione in famiglia, tra genitori e figli, tra nonni e nipoti. A tal proposito, il Papa fa un appello ai nonni, affinché contribuiscano a «consolidare i legami e trasmettere il tesoro della fede». In tante occasione Francesco ha parlato dei nonni, che «sono la saggezza, la memoria di un popolo, la memoria delle famiglie!». Purtroppo - ha constatato il Papa -  Oggi – è duro dirlo – ma sembra che i nonni disturbano. In questa cultura dello scarto, i nonni si “scartano”, si allontanano». E nella riflessione del Papa, non poteva mancare il riferimento doloroso agli scandali della pedofilia e a tutte quelle forme di abusi, anche da parte di membri della Chiesa. Francesco, a più riprese, anche in Irlanda, ha chiesto perdono per questi crimini ed ha ammesso che «le autorità ecclesiastiche in passato non sempre hanno saputo affrontare in maniera adeguata questi crimini». Nello stesso tempo ha voluto incoraggiare i Pastori della Chiesa nel loro sforzo «per rimediare ai fallimenti del passato con onestà e coraggio, confidando nelle promesse del Signore e contando sulla profonda fede del popolo irlandese, per inaugurare una stagione di rinnovamento della Chiesa in Irlanda». Infine, il Pontefice ha voluto ricordare le tante coppie di coniugi che con sacrifici e fedeltà portano avanti la propria famiglia, l’educazione dei figli, «chiedendosi perdono quando ci sono dei problemi». Nella vita matrimoniale il perdono deve essere la password di accesso per entrare nel cuore di tutti i membri della famiglia. Non bisogna lasciarsi travolgere la cultura odierna del provvisorio. Il Papa ha ricordato che «oggi è di moda sulle riviste, sui giornali, parlare così: “Questo si è divorziato da questa… Quella da quello… E la separazione…”. Ma per favore: questa è una cosa brutta. È vero: io rispetto ognuno, dobbiamo rispettare la gente, ma l’ideale non è il divorzio, l’ideale non è la separazione, l’ideale non è la distruzione della famiglia. L’ideale è la famiglia unita».

A conclusione dell’Udienza Generale, il Papa ha ricordato che il prossimo Incontro Mondiale delle famiglie, si terrà a Roma nel 2021.




LA CRISI DELLA CHIESA DI OGGI È UNA CRISI DI FEDE



PER TRAGHETTARE LA CHIESA
sulla rotta del Concilio, tra continuità e novità
Francesco: «avanti senza nostalgie e senza paure per le novità»


di Antonino Legname
 (Parte I)

A luglio del 2014 ho pubblicato il libro «Francesco il traghettatore di Dio». Sono trascorsi quattro anni circa, rileggo i capitoli del poderoso volume e decido di riproporre, a puntate, alcuni stralci – che ritengo attuali e utili - per la riflessione dei lettori. 

«Papa Francesco è il nuovo “Traghettatore” che, nell’ottica della fede, lo Spirito Santo ha scelto e ha posto come guida nella barca di Pietro per continuare la traversata, nel mare della storia di oggi; la navigazione non è facile e a volte diventa pericolosa per le acque insidiose delle nuove ideologie, quelle che l’allora arcivescovo Bergoglio definiva “la pazzia del relativismo e del potere come unica ideologia”. Il relativismo è pericoloso – aveva detto Bergoglio in una delle sue Omelie nella Cattedrale di Buenos Aires – perché “rende uguale tutto nella trasgressione e nella demagogia” e si trasforma facilmente in “assolutista e totalitario”. Le sfide che Papa Francesco deve affrontare, anche e soprattutto all'interno della stessa Chiesa cattolica, sono tante e molto delicate e, in questa sua opera di riforma e di rinnovamento, il Papa non può non tener conto di tutte le sensibilità, anche di quelle dei tradizionalisti conservatori. Dai più nostalgici del passato glorioso del Papato, Papa Francesco viene considerato una minaccia al primato petrino; i gesti semplici e lo stile sobrio del nuovo Vescovo di Roma, vengono giudicati dai più critici come rottura con il suo predecessore; la vicinanza del Papa al popolo viene considerata “populismo” dissacratore della figura del Romano Pontefice […]. Il nuovo Vescovo di Roma ha ribadito che la Chiesa va avanti senza nostalgie e senza paura delle novità: “Noi, in questo momento della storia della Chiesa, non possiamo né andare indietro né andare fuori strada!”. In altre parole – dice il Papa – dobbiamo evitare due tentazioni: quella di “andare indietro” e di mettere un freno alla libertà dello Spirito per paura che spinga la Chiesa in avanti,  e quella del “progressismo adolescente” di chi vuole allargare troppo la strada del cambiamento andando fuori strada.  Nella Chiesa il pericolo è la “stagnazione” a causa di quei “cristiani fermi”, aggrappati alle vecchie impalcature ecclesiastiche, che conoscono e forse praticano tutti e singoli i precetti della Chiesa, “ma sono fermi” perché hanno paura di sbagliare o di andare fuori strada. Ovviamente chi cammina e va avanti può anche sbagliare strada, ma può tornare indietro con umiltà quando si accorge di aver sbagliato o di essere andato fuori dalla carreggiata. La conversione è appunto un’inversione a U. Purtroppo, ci sono anche quelli che si illudono di camminare, ma in realtà ruotano sempre attorno alle stesse cose; “sono i cristiani erranti – dice il Papa - che girano, girano come se la vita fosse un turismo esistenziale, senza mèta, senza prendere le promesse sul serio”. Anche dai “turisti teologali”, che girano attorno alla dottrina con speculazioni teoriche sulla fede, senza fare un passo in avanti, dobbiamo imparare a guardarci. Così come dobbiamo diffidare di quei cristiani e cattolici che appartengono a Comunità ecclesiali che preferiscono non camminare e stare fermi nella loro “casa spirituale”, nella loro comunità, a volte stanca e senza anelito pastorale e missionario. Quante lotte interne alla Chiesa cattolica: da una parte i “progressisti”, che auspicano con urgenza la strada delle riforme, per spogliare la Chiesa da tante sovrastrutture, ritenute inutili e dannose, che la rendono poco credibile e anacronistica di fronte agli uomini del nostro tempo e dall'altra parte ci sono i cosiddetti “tradizionalisti” o “conservatori”, che si spingono ad oltranza per difendere le posizioni “gloriose” che la Chiesa si è conquistata ed ha rafforzato nel suo cammino bimillenario. C’è perfino chi ha messo in dubbio la validità della rinuncia di Benedetto XVI [...]. In un’intervista a Radio Vaticana, del 14 febbraio 2014, un anno dopo le dimissioni di Benedetto XVI, il segretario particolare del Papa emerito e Prefetto della Casa Pontificia, Georg Gänswein ha voluto ribadire che Papa Benedetto si è dimesso perché le sue forze fisiche venivano meno; “chi cerca altri motivi – ha detto il prelato – fa speculazioni”. E ha spiegato che le dimissioni di Papa Benedetto sono state “un atto di amore, un atto coraggioso, ma anche un atto di grande umiltà, di amore verso il Signore e verso la Chiesa. E questo forse pochi – me incluso – l’hanno capito subito. E in questo anno credo sia cresciuta la consapevolezza che questo atto sia stato un atto coraggioso, rivoluzionario, umile che sicuramente porterà frutti in futuro”.
E' stata una cosa bella che, subito dopo l’elezione, Papa Francesco abbia cercato il contatto con il suo predecessore e questo primo contatto è stato l’inizio di una buona, bella amicizia che si sviluppa ogni giorno”. Anche ad Hans Küng, che nel recente passato non è stato molto benevolo nei confronti di Ratzinger, sia come Prefetto che come Papa, Benedetto XVI ha scritto una lettera nella quale tra l’altro esprime gratitudine e sintonia con l’attuale Pontefice: “Io sono grato di poter essere legato da una grande identità di vedute e da un’amicizia di cuore a Papa Francesco. Io oggi vedo come mio unico e ultimo compito sostenere il suo Pontificato nella preghiera”. A quanti in questi mesi hanno espresso illazioni e assurdità interpretative e speculative sulle dimissioni e sulla validità della rinuncia, il Papa emerito risponde, con una lettera, ad alcune domande che gli aveva inviato il giornalista-vaticanista del quotidiano “La Stampa”, Andrea Tornielli: “non c’è il minimo dubbio circa la validità della mia rinuncia al ministero petrino. Unica condizione della validità è la piena libertà della decisione” – scrive Benedetto XVI e aggiunge che “speculazioni circa la invalidità della rinuncia sono semplicemente assurde”. Il Papa emerito, nella lettera indirizzata a Tornielli, ha voluto dissipare ogni minimo dubbio sui motivi della sua rinuncia al Papato, ribadendo che è stata una scelta libera e responsabile e senza pressioni esterne. Attualmente nella Chiesa cattolica non c’è una «diarchia», ma un Papa regnante, Francesco, e uno emerito, Benedetto XVI [...].  Purtroppo, le divisioni e i contrasti che ci sono all'interno della Chiesa cattolica provocano sofferenza, preoccupazione e insoddisfazione. La Chiesa, per alcuni, non rappresenta più un luogo sicuro e di pace, ad altri appare invecchiata, “un po’ come le comunità di suore – annotava Ratzinger – che si avviano lentamente verso il loro declino”. La realtà della Chiesa di oggi non può più riflettere la netta dicotomia tra “conservatori e progressisti”; abbiamo urgente bisogno di nuovi “profeti”, che non giochino a fare i profeti, ma siano capaci di andare al di là di questi schieramenti di parte, che sono umani, cioè troppo mondani, e sono un freno alla missione della Chiesa nel mondo […]. Speriamo che Papa Francesco riesca finalmente a spezzare questo circuito perverso del carrierismo ecclesiastico che ha causato tanto male, non solo all'istituzione ecclesiastica, ma soprattutto alle persone. Purtroppo, l'ecclesiastico ambizioso continua a pensare la Chiesa in termini di “partiti” o di “cordate”! Quando riusciremo a capire sul serio che la Chiesa non è “nostra”, ma è “Sua”, di Cristo, solo allora avremo più rispetto e più comprensione del principio fondamentale su cui si fonda la Chiesa e cioè “l'obbedienza alla chiamata del Signore” [… ]. E’ innegabile che quest’ultimo periodo della nostra storia sia stato segnato da profondi mutamenti globali a livello sociale, culturale, etico ed economico. La Chiesa si è trovata in mezzo a sconvolgimenti epocali e Benedetto XVI ha dovuto prendere atto della profonda crisi di fede e dell'inarrestabile scristianizzazione della vecchia Europa. La crisi della Chiesa di oggi, pertanto, non è anzitutto una crisi istituzionale, che in molti casi è solo un comodo alibi per aggirare il vero problema, ma è soprattutto una crisi di fede! E' un serio problema di fede quello che vive la Chiesa di oggi! Papa Francesco spiega che “avere fede non significa essere capaci di recitare il Credo: tu puoi recitare il Credo e aver perso la fede”; tu puoi conoscere bene il “credo dei pappagalli” che si professa a parole senza capirne né tantomeno accettarne tutto il contenuto. La fede, invece, nasce e si rinnova in un cuore riconciliato, mentre si perde quando il cuore diventa corrotto. Il cardinale Martini, a proposito della domanda fatta da Gesù di Nazaret: «Il Figlio dell’uomo quando verrà, troverà la fede?» commenta: “Egli non chiede: troverò una Chiesa grande e bene organizzata? Sa apprezzare anche una Chiesa piccola e modesta, che ha una fede salda e agisce di conseguenza. Non dobbiamo dipendere dai numeri e dai successi”.


[Antonino Legname, Francesco il traghettatore di Dio. Sulla rotta del Concilio, tra continuità e novità, una bussola per i lontani, Prova d'Autore, Catania 2014, pp. 25 - 37] 


giovedì 23 agosto 2018

NON PRONUNCIARE IL NOME DI DIO PER SEMINARE ODIO E DIVISIONE


IL NOME DI DIO PROFANATO
Papa Francesco: «La violenza e la guerra sono una profanazione del nome di Dio. Uccidere in nome di Dio è una bestemmia, è satanico»


di Antonino Legname

«Non si può mai uccidere nel nome di Dio», dice con forza Papa Francesco. Non è uno slogan pacifista che va di moda, ma è il grido appassionato e severo che il Vescovo di Roma continua a far sentire, nella speranza di fermare l'escalation di violenza e di barbarie, che in nome di Dio, si abbatte contro gente innocente. È sotto gli occhi di tutti che “il nostro mondo è sempre più un luogo di violenti conflitti, odi e brutali atrocità, commesse perfino in nome di Dio e della religione”. Che il nome di Dio venga abusato e strumentalizzato per compiere atti criminosi, lo sostiene anche il Papa, quando per esempio, spiega che tanti attentati alla dignità umana si sono fatti e si fanno anche nel nome di Dio, nel nome di una religione che viene usata e abusata per fini disonesti e malvagi; si tratta di una religione politicizzata, ideologizzata e sottomessa al potere, che si trasforma in potere. In opposizione a questa visione mondana della religione, Francesco invita a guardare il volto di Cristo, di un Dio che soffre per noi e non usa la sua onnipotenza per sistemare con un colpo di potere la realtà del mondo. Guardando Gesù di Nazaret sofferente ci appare la visione di un Dio che esclude ogni tipo di violenza; il volto sofferente ed innocente di Cristo è la risposta più adeguata all'abuso di un Dio che sarebbe strumento di potere e ispiratore di violenza. Non si può certo negare che nella storia dell'umanità, la parola “Dio” sia stata abusata e usata per fini politici, commerciali, militari e religiosi. Nel corso dei tempi si è talmente abusato della parola «Dio», che il suo significato è diventato opaco e vuoto. Ma dovremmo rinunciare definitivamente a chiamarlo «Dio» solo perché certi uomini della Chiesa ufficiale o di certe istituzioni politiche e religiose hanno strumentalizzato e usato male questa parola?
Anche sul dollaro americano c'è l'uso improprio del nome di Dio: In God We Trust («In Dio noi confidiamo»). “Per molti si tratta di una semplice dichiarazione di fede, per altri è la sintesi di una problematica fusione tra religione e Stato, tra fede e politica, tra valori religiosi ed economia”. Nel “biglietto” americano, il nome di Dio viene mescolato ad un insieme di simboli, che qualcuno identifica con i segni esoterici di stampo massonico. Ma non è forse vero che  tutte le volte che qualcuno impiega questa parola «Dio» per riferirsi al «Tu» assoluto, allora essa acquista un'insostituibile valore esistenziale? Nel libro L’eclissi di Dio, il filosofo della religione Martin Buber confessa che lui stesso ha avuto “scrupoli” ad usare il nome “Dio”, così tanto profanato, insudiciato e lacerato. Questa parola sarebbe stata così infangata, stravolta e storicamente abusata, da non essere più utilizzabile. Nel nome di questa parola “Dio”, sono state giustificate divisioni, intolleranze, si è fatta violenza e si è ucciso. “Generazioni di uomini hanno scaricato il peso della loro vita angustiata su questa parola e l'hanno schiacciata al suolo; ora giace nella polvere e porta tutti i loro fardelli. Generazioni di uomini hanno lacerato questo nome con la loro divisione in partiti religiosi; hanno ucciso e sono morti per questa idea e il nome di Dio porta tutte le loro impronte digitali e il loro sangue”. «Dio» è una parola da alcuni bestemmiata e calpestata, da altri invocata e benedetta; per alcuni è stata causa di sofferenza e di angoscia e per altri è stata fonte di consolazione e di benessere. Buber si domanda: “Dove potrei trovare una parola che gli assomigliasse per indicare l'Altissimo? […]. Cioè quell’Essere a cui si rivolge l’umanità straziata ed esultante. [Gli uomini] disegnano caricature e vi scrivono sotto ‘Dio’; si uccidono a vicenda e lo fanno «in nome di Dio»”. Oggi non è facile sollevare dalla polvere la parola «Dio» e lavarla da tutte le macchie accumulate nel corso della storia dell'umanità. Ma proprio per questo - scrive Buber - non possiamo evitarla e ignorarla, ma dobbiamo tentare di raccoglierla da terra con devozione e ripulirla. È vero: cosa non si è fatto di male in nome di Dio! 
Joseph Ratzinger esemplifica: “Si pensi soltanto alla scritta “Gott mit uns” (“Dio con noi”) incisa sul cinturone dei militari tedeschi all'epoca della dittatura nazista. Lo stesso giuramento di obbedienza a Hitler e al nazionalsocialismo si faceva in nome di Dio. Mentre apparentemente si rendeva omaggio a Dio, in realtà se ne abusava per i propri scopi [...]. La grande forza dell'ateismo o il rifiuto e l'indifferenza nei confronti di Dio sarebbero inspiegabili senza questi abusi del nome di Dio”. Papa Francesco ha confidato di aver pianto alla notizia di “cristiani crocifissi in un certo Paese non cristiano. Sì, - ha affermato - anche oggi c’è questa gente che in nome di Dio uccide, perseguita”. Il Pontefice ha ribadito con forza: “dire che si può uccidere in nome di Dio è una bestemmia” […]. Il Vescovo di Roma riafferma con tanto vigore e rigore che “la strada della violenza e dell’odio non risolve i problemi dell’umanità e che utilizzare il nome di Dio per giustificare questa strada è una bestemmia!”. E ribadisce che “non si può fare la guerra in nome della religione, di Dio: è una bestemmia, è satanico” […]. Nel discorso al Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, il Papa ha rimarcato che “non si può mai uccidere nel nome di Dio. Solo una forma ideologica e deviata di religione può pensare di rendere giustizia nel nome dell’Onnipotente, deliberatamente massacrando persone inermi” […]. Francesco ribadisce con forza che “è follia omicida abusare del nome di Dio per disseminare morte, nel tentativo di affermare una volontà di dominio e di potere […]. Non si può mai uccidere nel nome di Dio. Il terrorismo fondamentalista è frutto di una grave miseria spirituale”. E in occasione dell'incontro interreligioso a Nairobi in Kenya, ha ricordato che “il Dio che noi cerchiamo di servire è un Dio di pace. Il suo santo Nome non deve mai essere usato per giustificare l’odio e la violenza […]. Troppo spesso dei giovani vengono resi estremisti in nome della religione per seminare discordia e paura e per lacerare il tessuto stesso delle nostre società” […]. Bisogna avere la consapevolezza che oggi essere cristiani è anche un rischio. Purtroppo, “siamo testimoni di questi che uccidono i cristiani in nome di Dio” perché, secondo loro, i seguaci della croce di Cristo sono miscredenti. Guai a puntare il dito contro la religione. “Sappiamo che nessuna religione è immune da forme di inganno individuale o estremismo ideologico. Questo significa che dobbiamo essere particolarmente attenti ad ogni forma di fondamentalismo, tanto religioso come di ogni altro genere. È necessario un delicato equilibrio per combattere la violenza perpetrata nel nome di una religione, di un’ideologia o di un sistema economico”.  È bene ricordare che non solo nel passato ma anche nella storia recente assistiamo a movimenti di massa, con tanti malati di fondamentalismo fanatico, che in nome di una falsa religiosità commettono omicidi e crimini atroci” […]. Nel Messaggio per la 50.ma Giornata Mondiale della Pace, il Papa ha detto con determinazione che “la violenza è una profanazione del nome di Dio. Non stanchiamoci mai di ripeterlo: «Mai il nome di Dio può giustificare la violenza. Solo la pace è santa. Solo la pace è santa, non la guerra!»”.

[Dal libro di Antonino Legname, La Teopsia di Francesco, Vol. II, Ed. Le Nove Muse, Catania 2017, pp. 856 - 861].

mercoledì 22 agosto 2018

LA FORZA DEL NOME SANTO DI DIO




di Antonino Legname


Nella Catechesi del 22 agosto 2018, Papa Francesco ha invitato a riflettere sul secondo comandamento «Non pronuncerai invano il nome del Signore, tuo Dio» (Es 20,7).  Il Pontefice spiega che «la versione “Non pronuncerai” traduce un’espressione che significa letteralmente, in ebraico come in greco, “non prenderai su di te, non ti farai carico”. Il significato più immediato di questo comandamento è «l’invito a non offendere il nome di Dio ed evitare di usarlo inopportunamente», cioè «invano». A tal proposito, per inciso, un aneddoto personale: una volta, durante il catechismo, domandai ad un bambino di terza elementare, se ricordava il secondo comandamento; subito, contento di avere la risposta pronta, mi disse: «Non nominare il nome di Dio Ivano». Avevo capito bene? “Ivano”! Perché Ivano, gli chiesi. E Lui: «anche mio cugino si chiama Ivano come Dio». Compresi che la parola «invano» non faceva parte del vocabolario dei bambini e che certe parole, specialmente quando si riferiscono a Dio, non sono facili da capire pienamente, neppure per gli adulti. Papa Francesco spiega che l’espressione «invano» vuol dire: «a vuoto, vanamente». Fa riferimento a un involucro vuoto, a una forma priva di contenuto. È la caratteristica dell’ipocrisia, del formalismo e della menzogna, dell’usare le parole o usare il nome di Dio, ma vuoto, senza verità». Che cosa rappresenta il «nome» nel linguaggio biblico? «Il nome nella Bibbia è la verità intima delle cose e soprattutto delle persone. Il nome rappresenta spesso la missione». Francesco ricorda, per esempio, che Abramo e anche Simon Pietro hanno ricevuto un nuovo nome, per indicare che ricevevano una nuova missione. E allora «farsi carico del nome di Dio», significa «entrare in una relazione forte, in una relazione stretta con Lui». Noi cristiani siamo entrati in comunione stretta e reale con Dio quando abbiamo ricevuto il battesimo «nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo». E tutte le volte che facciamo bene il segno di croce entriamo in contatto con la Trinità. A tal proposito, il Papa insiste ancora una volta nell’esortare i genitori e gli educatori cristiani: «insegnate ai bambini a fare il segno della croce». Anche perché per un bambino il segno di croce è «il primo atto di fede». Il Pontefice mette in guardia dal reale pericolo del nominalismo, cioè delle parole vuote e disincarnate; questo succede, per esempio, quando si parla di Dio, ma non si fa la volontà di Dio. Pertanto, il secondo comandamento del Decalogo «è proprio l’invito a un rapporto con Dio che non sia falso, senza ipocrisie». Il cuore umano ha sete di stabilire relazioni autentiche e vere con gli altri e con Dio. Solo così si diventa credibili. Francesco in diverse occasioni ha parlato della «santità quotidiana», di quei “santi della porta accanto” «che sono, ad esempio, i tanti genitori che danno ai figli l’esempio di una vita coerente, semplice, onesta e generosa». Il Vescovo di Roma auspica che siano tanti «i cristiani che prendono su di sé il nome di Dio senza falsità – praticando così la prima domanda del Padre Nostro, «sia santificato il tuo nome». Solo così - conclude il Papa - l’annuncio della Chiesa viene più ascoltato e risulta più credibile». Pertanto, a tutti coloro che, in qualunque situazione si trovino, invocheranno sinceramente «il santo nome del Signore, che è Amore fedele e misericordioso», «Dio non dirà mai di “no”».



venerdì 10 agosto 2018

L'IDOLATRIA DELLA CONQUISTA DELLO SPAZIO



LA VOLONTA' DI POTENZA

Francesco: «Il vitello d’oro: il simbolo di tutti i desideri che danno l’illusione della libertà e invece schiavizzano» (Catechesi del Mercoledì 8 agosto 2018)


di Antonino Legname

Alcuni affermano che il mondo sarebbe più pacifico senza le religioni. Papa Francesco risponde che sono le idolatrie ad inquinare le religioni: “l’idolatria dei soldi, delle inimicizie, dello spazio superiore al tempo, la cupidigia della ter­ritorialità dello spazio. C’è una idolatria della conquista dello spa­zio, del dominio, che attacca le religioni come un virus maligno”. Il Pontefice definisce l’idolatria una religiosità sbagliata, una contraddizione, una «trascendenza immanente». La vera religione, invece, è apertura alla trascendenza e aiuta gli uomini a sviluppare la loro capacità di trascendersi verso l'assoluto di Dio. “Il fenomeno religioso è trascendente e ha a che fare con la verità, la bellezza, la bontà e l’unità. Se non c’è questa apertura, non c’è trascendenza, non c’è vera religione, c’è idolatria”, c'è guerra, c'è violenza […]. Anche l'uomo religioso può diventare un idolatra quando si prostra davanti agli idoli che «sono argento e oro, opera di mano d'uomo» (Sal 115, 4). 
Di fronte alla realtà effimera e ingannatrice di questi idoli materiali, Papa Francesco commenta: “non si tratta solo di raffigurazioni fatte di metallo o di altro materiale, ma anche di quelle costruite con la nostra mente, quando ci fidiamo di realtà limitate che trasformiamo in assolute, o quando riduciamo Dio ai nostri schemi e alle nostre idee di divinità; un dio che ci assomiglia, comprensibile, prevedibile”. Da sempre gli uomini hanno cercato di costruire qualcosa davanti a cui prostrarsi, e “invece della fede in Dio si preferisce adorare l’idolo, il cui volto si può fissare, la cui origine è nota perché fatto da noi. Davanti all’idolo non si rischia la possibilità di una chiamata che faccia uscire dalle proprie sicurezze, perché gli idoli «hanno bocca e non parlano » (Sal 115,5). Capiamo allora che l’idolo è un pretesto per porre se stessi al centro della realtà, nell’adorazione dell’opera delle proprie mani”.  In una delle sue omelie, il Papa ha detto che “tutti noi abbiamo bisogno di adorare, perché abbiamo l’impronta di Dio dentro di noi e quando non adoriamo Dio adoriamo le creature; e questo è il passaggio dalla fede all’idolatria”. Nella sua accezione classica, l'alienazione ha a che vedere con l'idolatria. Anzi, possiamo dire che il concetto di alienazione è la traduzione moderna dell'idea tradizionale di idolatria. L'uomo alienato è un idolatra perché si inginocchia di fronte al suo prodotto; e all'opera delle sue mani sacrifica tempo, energie, affetti, ecc. L'idolatria dell'uomo moderno di per sé non è l'adorazione di questo o di quell'idolo di legno o di pietra, ma è l'asservimento dell'uomo all'opera delle sue mani e della sua intelligenza. In questo senso anche la scienza può diventare un idolo e per alcuni scienziati lo è diventata. Esiste anche l'idolatria delle parole: presumere di poter dire qualcosa sulla natura essenziale di Dio è da stolti e presuntuosi; nessuno può presumere di sapere abbastanza su Dio per arrogarsi il diritto di criticare o condannare gli altri, o per sostenere che la propria idea sia la sola giusta. L'intolleranza religiosa deriva da simili pretese di voler contenere Dio dentro le categorie limitate del linguaggio umano. Il rischio evidente di una tale presunzione è «l'idolatria verbale», cioè adorare un'immagine di Dio fatta di parole. Non sarebbe ora di smettere di disputare sull'esistenza di Dio e di unirci per smascherare tutte quelle forme di idolatria del mondo contemporaneo? Convinciamoci una buona volta che non è Dio a minacciare l'uomo d’oggi, ma è il potere illimitato della tecnica e della scienza, è la deificazione della macchina e del successo scientifico e tecnologico che sta minacciando la nostra umanità. Papa Francesco ha esortato gli scienziati non solo a «sapere», ma anche a «saper fare» con precisione, preparazione, creatività e responsabilità nell'ambito di loro competenza. Il Pontefice ha richiamato il «principio di responsabilità» che deve animare l'agire umano anche nel campo delle nuove tecnologie, che “ancora più delle scienze, mettono nelle mani dell’uomo un potere enorme e crescente. Il rischio grave - ha avvertito il Papa - è quello che i cittadini, e talvolta anche coloro che li rappresentano e li governano, non avvertano pienamente la serietà delle sfide che si presentano, la complessità dei problemi da risolvere, e il pericolo di usare male della potenza che le scienze e le tecnologie della vita mettono nelle nostre mani[…]. In altre parole, occorre con urgenza dare o ridare al progresso tecnologico e scientifico la dimensione umana e spirituale. L'uomo deve imparare a superare la dicotomia tra la fede cieca nell'opera delle proprie mani e la fede in un Dio trascendente. La salute mentale degli esseri umani dipende dal superamento di questa schizofrenia da alienazione idolatrica. 
L'uomo si prostra e si inginocchia di fronte al prodotto delle sue stesse mani, attribuendogli qualità e forza a lui superiori. Il rischio dell'idolatria anche tra i cristiani è forte: non vengono offerti sacrifici agli idoli pagani, ma si adorano le cose prodotte e con ambizione ci si inginocchia di fronte al successo e al potere. Nell'idolatria si realizza una “traslazione”, nel senso che l'idolatra trasferisce le sue qualità umane e le sue capacità affettive all'idolo nei confronti del quale si sottomette. Quando l'uomo perde l'orientamento fondamentale della sua esistenza si disperde in mille rivoli di bisogni, più o meno reali, da soddisfare. Questa è l'idolatria dei desideri che soggioga gli uomini, offrendo loro pseudo sentieri verso la felicità che poi si trasformano in un labirinto di delusioni: sono idoli che illudono e non mantengono quello che promettono. Papa Francesco ci ricorda che “la fede in quanto legata alla conversione, è l’opposto dell’idolatria; è separazione dagli idoli per tornare al Dio vivente, mediante un incontro personale”. La fede ha la forza di sostenere e orientare l’esistenza degli uomini; nel volgersi a Dio l'uomo trova la strada che “lo libera dal movimento dispersivo cui lo sottomettono gli idoli”. 

[Dal libro di Antonino Legname, La Teopsia di Francesco, Vol. II, Ed. Le Nove Muse, Catania 2017, pp. 467. 530. 536].

lunedì 6 agosto 2018

«INCULTURARE IL VANGELO ED EVANGELIZZARE LA CULTURA»


IL DINAMISMO DELLA FEDE


Francesco: «È impensabile un «cristianesimo monoculturale e monocorde»



di Antonino Legname

L'evangelizzazione nel mondo d'oggi deve passare attraverso l'inculturazione e la pluralità? Il Vangelo deve essere tradotto nella cultura di un popolo. La comunicazione del Vangelo è sempre dinamica e, seguendo il principio dell'incarnazione, la Chiesa deve trovare linguaggi e strategie adeguate ai tempi e ai contesti sociali e culturali. Incontrando alcuni Vescovi, Francesco ha raccomandato di non fidarsi del «sentito dire»; di non “lasciarsi condizionare da occhi altrui”; e li ha esortati: “impegnatevi per conoscere con i vostri propri occhi i luoghi e le persone, la «tradizione» spirituale e culturale della diocesi a voi affidata”. Il criterio del discernimento dentro la vita di un popolo è quanto mai necessario per la missione evangelizzatrice della Chiesa nel mondo. Come ha ricordato il cardinale Pietro Parolin, nel suo intervento al Meeting di Rimini 2017,il magistero post-conciliare  ha costantemente insistito sul tema dell'evangelizzazione delle culture e dell'inculturazione della fede. La Chiesa ha il compito di innestare il Vangelo in ogni cultura, esaltando ciò che di vero e di buono in esse si trova ed acquisendone i tratti fondamentali”. La Chiesa, nel fare l'opzione preferenziale per i poveri, è impegnata a conoscere e apprezzare il loro modo culturale di vivere il Vangelo. “Nessuno può vivere totalmente isolato, tutti gli atti delle persone si fanno in un ambiente storico che li condiziona, l’operato concreto è contrassegnato dalla cultura in cui si svolge. Nella dinamica della storia l’uomo crea la cultura e la cultura influisce sull’uomo”. Nell'evangelizzazione, pertanto, occorre un'opera costante di discernimento e di mediazione culturale per distinguere ciò che è essenziale nel Messaggio del Vangelo, da trasmettere integralmente, da ciò che è rivestimento legato alla cultura e al tempo, e perciò transitorio e adattabile alle diverse circostanze. Ovviamente non si tratta di avere tante teologie diversificate a seconda dei Continenti e delle culture - aveva detto Paolo VI nel discorso di chiusura del Sinodo del 1974 -  “Il contenuto della fede o è cattolico, o non è tale. Noi tutti [...] abbiamo ricevuto la fede da una tradizione ininterrotta e costante: Pietro e Paolo non l’hanno travestita per adattarla all’antico mondo giudaico, greco o romano, ma hanno vegliato sulla sua autenticità, sulla verità dell’unico messaggio”. In un Discorso ai Vescovi, Paolo VI aveva detto che è dovere dei Pastori della Chiesa “vegliare sul deposito, che dev’essere da noi tramandato integro e splendente così come l’abbiamo ricevuto dai secoli”.  
E Papa Francesco si colloca su questa linea di continuità fedele al deposito della fede e nello stesso tempo di aggiornamento, di inculturazione e di pluralità per rendere accessibile e comprensibile all'uomo d'oggi il Messaggio della Salvezza. Il Vangelo è una fonte viva e sempre zampillante e nessuno può avere la pretesa di «esaurirlo» e di fare stagnare il suo dinamismo vivo e fecondo. È compito doveroso della Chiesa trasmettere integralmente e fedelmente la Parola di Dio; e tutto il Popolo di Dio ha la missione di evangelizzare promuovendo il bene e di promuovere il bene evangelizzando; cioè annunciare Cristo, salvatore del mondo, per rendere nuova l'umanità. Non è un annuncio teorico, astratto e disincarnato ma pratico e incisivo nella vita degli uomini. Un annuncio capace di trasformare la vita e di offrire autentici valori per un cammino di promozione integrale dell'uomo. Non si tratta di offrire agli uomini d'oggi strumenti di natura politica, economica e culturale per cambiare il mondo, ma di aiutarli ad incontrare Cristo e il Vangelo per poter orientare le loro scelte temporali nella costruzione di una civiltà più umana e più giusta. Il Vangelo, che “è fonte viva di eterna novità” - ha detto il Papa - non può essere «indottrinato», “in pietre morte da scagliare contro gli altri”. Nella Evangelii gaudium viene affrontato il tema della inculturazione del cristianesimo nelle altre tradizioni culturali; “non farebbe giustizia alla logica dell’incarnazione pensare ad un cristianesimo monoculturale e monocorde”. Quando si annuncia il Vangelo della gioia in altri contesti culturali è bene ricordare che il messaggio rivelato non si identifica con alcuna cultura perché il suo contenuto è «transculturale». Purtroppo, “a volte nella Chiesa cadiamo nella vanitosa sacralizzazione della propria cultura, e con ciò possiamo mostrare più fanatismo che autentico fervore evangelizzatore”. Rivolgendosi ai Membri del Cammino Neocatecumenale, in partenza per la Missione, il Papa li ha esortati: “considerate un dono le realtà che incontrerete; familiarizzate con le culture, le lingue e gli usi locali, rispettandoli e riconoscendo i semi di grazia che lo Spirito ha già sparso. Senza cedere alla tentazione di trapiantare modelli acquisiti […] altrimenti la fede rischia di diventare una dottrina fredda e senza vita”. Il principio teologico della Scolastica: «la grazia suppone la natura», può essere tradotto oggi anche con l'assioma: «la grazia suppone la cultura». La cultura è il liquido amniotico nel quale cresce e si sviluppa la vita dei popoli. Proprio perché la fede è un dono di Dio, che vive dentro una cultura, è anche un atto umano. Occorre comprendere la fede a partire dal vissuto del popolo. E bisogna evangelizzare il popolo a partire dal popolo stesso, assumendone la cultura popolare e le sue espressioni religiose. Il Papa esorta i Pastori della Chiesa a non essere “predicatori di complesse dottrine, ma annunciatori di Cristo, morto e risorto per noi. Puntate all’essenziale, al kerygma”. Nel Discorso conclusivo dei lavori del Sinodo sulla Famiglia, Francesco ha ricordato che “per trasmettere la bellezza della Novità cristiana, qualche volta coperta dalla ruggine di un linguaggio arcaico o semplicemente non comprensibile”, occorre inculturare il Vangelo nelle varie culture umane; non si tratta di svilire o annacquare i principi immutabili del Vangelo, ma al contrario di rendere accessibile a tutti i valori veri che si radicano e si adattano alle diverse situazioni per trasformare pacificamente e gradualmente le varie culture. La Chiesa deve entrare con rispetto nel cuore di ogni popolo; e con uno slogan possiamo dire che deve «inculturare il Vangelo ed evangelizzare la cultura». Nella sua missione di evangelizzazione la Chiesa è chiamata ad aiutare gli uomini di oggi a non regredire in quelle forme di religiosità primitive verniciate di cristianesimo. 
Oggi si preferisce parlare di «inculturazione» del Vangelo tra quelle popolazioni che sono arrivate al cristianesimo all'ultima ora, proprio perché è difficile e quasi impossibile sradicare gli usi, i costumi e certe credenze che fanno parte del substrato culturale e religioso di un popolo. Per realizzare l'umanesimo cristiano popolare non basta comunicare la dottrina in se stessa, con tutti i suoi dogmi, ma occorre puntare soprattutto sul contenuto umano che contiene il messaggio rivelato e la sua forza di consolare gli uomini, seguendo l'invito di Dio ai profeti: «Consolate, consolate il mio popolo». Sappiamo bene “quante difficoltà ci sono nella vita di ognuno, nella nostra gente, nelle nostre comunità, ma per quanto grandi possano apparire, Dio non lascia mai che ne siamo sommersi. Davanti allo scoraggiamento che potrebbe esserci nella vita, in chi lavora all’evangelizzazione oppure in chi si sforza di vivere la fede come padre e madre di famiglia, vorrei dire con forza: abbiate sempre nel cuore questa certezza: Dio cammina accanto a voi, in nessun momento vi abbandona!”. 
[Dal libro di Antonino Legname, La Teopsia di Francesco, Vol. II, Ed. Le Nove Muse, Catania 2017, pp. 1140 - 1142]

venerdì 3 agosto 2018

LA CHIESA RIFORMULA L’INSEGNAMENTO DEL CATECHISMO SULLA PENA DI MORTE


MAI PIU’ LA PENA DI MORTE
Francesco: «Per quanto grave possa essere stato il reato commesso, la pena di morte è inammissibile perché attenta all’inviolabilità e dignità della persona»



di Antonino Legname




«La dignità della persona non viene perduta neanche dopo aver commesso crimini gravissimi». È questa la motivazione principale che ha portato Papa Francesco – in continuità con l’accresciuta sensibilità dei suoi predecessori, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI - a riscrivere il n. 2267 del Catechismo della Chiesa Cattolica. I tempi sono maturi per abolire definitivamente – là dove ancora è in vigore - il ricorso alla pena di morte senza alcuna eccezione. Nella precedente redazione, il Catechismo insegnava che in alcuni casi, assai rari, quando  per esempio si doveva difendere la vita di esseri umani dall’aggressore ingiusto, il ricorso alla pena di morte, come unica via praticabile, non veniva escluso.
Oggi c’è più consapevolezza e più coscienza nell’opinione pubblica mondiale che «la pena di morte, anche solo come strumento di “legittima difesa” sociale», non può essere più considerata una «risposta adeguata» e neppure un mezzo estremo per tutelare il bene comune. In altre parole, nessun crimine, anche il più grave, può giustificare il ricorso alla pena di morte per sopprimere il colpevole. Questo perché la dignità della persona, anche se colpevole di delitti gravissimi, non si perde. Oggi gli Stati si sono dotati di strumenti di detenzione molto efficaci e sicuri per garantire la difesa dei cittadini. Nessuno ha il diritto di togliere la vita ad un altro essere umano. E nessuno può togliere, in modo definitivo, al reo «la possibilità di redimersi». Su queste premesse si fonda il principio sacrosanto, alla «luce del Vangelo», che «la pena di morte è inammissibile perché attenta all’inviolabilità e dignità della persona». La Chiesa, specialmente attraverso la voce dei suoi Pastori, è da tempo impegnata per chiedere con determinazione ai Governi di tutto il mondo l’abolizione della pena di morte. Ricordiamo che Giovanni Paolo II, nel Messaggio natalizio del 1998, auspicava nel mondo «il consenso nei confronti di misure urgenti ed adeguate ... per bandire la pena di morte». E dopo un mese circa, il 27 gennaio 1999, negli Stati Uniti, egli ripeteva: «Un segno di speranza è costituito dal crescente riconoscimento che la dignità della vita umana non deve mai essere negata, nemmeno a chi ha fatto del male […]. Rinnovo l’appello lanciato a Natale, affinché si decida di abolire la pena di morte, che è crudele e inutile». Anche Benedetto XVI, in diverse occasioni, ha richiamato l’attenzione e la responsabilità dei Governi affinché si adoperassero, al più presto, per «l’eliminazione della pena capitale». Non c’è dubbio che la società moderna possieda strumenti adeguati ed efficaci per proteggere i suoi cittadini e per tutelare il bene comune, senza dover ricorrere alla pena di morte e senza dover negare in modo definitivo ai criminali la possibilità di ravvedersi, di riabilitarsi e di reintegrarsi nella società civile. Quante volte Papa Francesco ha detto e rimarcato che nessuno è legato irrimediabilmente al proprio passato di peccato e che, per quanto grave possa essere il crimine, la colpa non è un marchio o un tatuaggio indelebile. Il 20 marzo 2015, nella Lettera indirizzata al Presidente della Commissione internazionale contro la pena di morte, Francesco ha ribadito con determinazione che «oggigiorno la pena di morte è inammissibile, per quanto grave sia stato il delitto del condannato». I sistemi penali sono fatti dagli uomini e non sono privo di difetti. Quanti errori giudiziali hanno portato alla morte persone poi riconosciute innocenti? Nella Lettera ai Vescovi di tutto il mondo, del 1° agosto 2018, il cardinale Luis F. Ladaria, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, scrive: «La nuova redazione del n. 2267 del Catechismo della Chiesa Cattolica, approvata da Papa Francesco, si situa in continuità con il Magistero precedente, portando avanti uno sviluppo coerente della dottrina cattolica». E auspica, «attraverso un rispettoso dialogo con le autorità politiche» che venga «favorita una mentalità che riconosca la dignità di ogni vita umana e vengano create le condizioni che consentono di eliminare oggi l’istituto giuridico della pena di morte laddove è ancora in vigore».