Ubi Petrus, ibi Ecclesia: "Dove c'è Pietro, lì c'è la Chiesa" (Sant'Ambrogio, Explanatio Psalmi XL, 30, 5)

martedì 11 dicembre 2018

LE PERVERSIONI DELLA RELIGIONE


DIO NON È UN’IDEOLOGIA

Francesco: «Credo che in quasi tutte le religioni ci sia sempre un piccolo gruppetto fondamentalista che fa la guerra e la divisione nella comunità»



di Antonino Legname

Quanto è fallace e pericolosa la mente dell'uomo, specialmente quando si convince che per compiacere Dio si possa distruggere la vita e la dignità di altri esseri umani! Per mantenere la salute mentale occorre evitare i due estremismi: quello di chi vive nel suo mondo interiore perdendo il contatto con il mondo esterno, vivendo una forma di intimismo assai pericoloso che in alcuni casi si trasforma in “nevrosi”  e nelle forme più gravi in “schizofrenia”; e quello di chi vive nel mondo esterno senza mai entrare in se stesso, nella propria interiorità, che diventa “alienazione”. Anche in riferimento alla religione occorre in tal senso evitare i due rischi: vivere solo nell'intimismo spirituale, cioè “io e il mio Dio”, senza curarsi del mondo esterno; o al contrario proiettarsi solo nell'impegno sociale e politico, una specie di “sociologismo religioso” e di “assistenzialismo sociale” che fa perdere il contatto con la propria interiorità e con la fonte del proprio essere. Quando manca uno dei due poli di riferimento, interno o esterno, il rischio per la salute mentale e spirituale è alto. La prima tentazione sarebbe quella di dire «sbarazziamoci della religione» e di tutti i suoi surrogati istituzionali; ma i problemi non si risolvono facendo piazza pulita della religione, piuttosto sarebbe più saggio poter concentrare tutte le forze delle persone moderate e sagge, anche appartenenti a fedi diverse, per lavorare insieme in progetti di pace e di giustizia sociale. E non dimentichiamo che il fanatismo non è prerogativa della religione, ma è figlio anche delle ideologie atee e totalitarie a tutti i livelli della convivenza umana. L'ateo Hitchens, nel suo libro Dio non è grande, ammette: “una volta che si è detto tutto il male possibile circa l'Inquisizione, i processi alle streghe, le crociate, le guerre di conquista islamiche e gli orrori dell'Antico Testamento, non è forse vero che i regimi atei e secolari hanno commesso crimini e massacri, in proporzione, di pari livello, se non peggiori? E il corollario non è forse che gli uomini liberati dal timore religioso si comportano nella maniera più sfrenata e dissoluta? Togliete Dio al governante e avrete il tiranno; togliete Dio al popolo e avrete l'anarchia. Con esagerazione Napoleone sosteneva che un popolo senza religione non può essere governato senza i fucili. Io preferisco le motivazioni di Papa Albino Luciani: “Togliete Dio, cosa resta, cosa diventano gli uomini? In che razza di mondo ci riduciamo a vivere? Ma è il mondo del progresso, senti dire, il mondo del benessere! Sì; ma questo famoso progresso non è tutto quel che si sperava: esso porta con sé anche i missili, le armi batteriologiche e atomiche, l'attuale processo di inquinamento, tutte cose che se non si provvede in tempo, minacciano di portare l'umanità intera alla catastrofe”. Nessuno mette in dubbio che la fede religiosa, quando non usa bene l'organo di controllo e di purificazione che è la ragione, incomincia a soffrire di patologie fondamentaliste estremamente pericolose, che rasentano il fanatismo. Papa Francesco, in occasione di un incontro interreligioso, il 28 ottobre 2015, ha detto che “a causa della violenza e del terrorismo si è diffuso un atteggiamento di sospetto o addirittura di condanna delle religioni. In realtà, benché nessuna religione sia immune dal rischio di deviazioni fondamentalistiche o estremistiche in individui o gruppi”, è inammissibile e ingiustificato presentare la religione e i valori religiosi in modo fondamentalista, “per giustificare la diffusione dell’odio, della discriminazione e della violenza. La giustificazione di tali crimini sulla base di idee religiose è inaccettabile”. Incontrando i Musulmani, in occasione della visita alla Moschea di Bangui, il 30 novembre 2015, il Papa ha detto: “Dobbiamo dunque rimanere uniti perché cessi ogni azione che, da una parte e dall’altra, sfigura il Volto di Dio e ha in fondo lo scopo di difendere con ogni mezzo interessi particolari, a scapito del bene comune. Insieme, diciamo no all’odio, no alla vendetta, no alla violenza, in particolare a quella che è perpetrata in nome di una religione o di Dio. Dio è pace, Dio salam. Il Vescovo di Roma, il 14 gennaio 2015  a Colombo,  ha rimarcato con la forza del Vangelo che “l’autentica adorazione di Dio porta non alla discriminazione, all’odio e alla violenza, ma al rispetto per la sacralità della vita, al rispetto per la dignità e la libertà degli altri e all’amorevole impegno per il benessere di tutti”. E riaffermando che “nessuna religione è immune dai propri fondamentalismi”, il Papa avverte: “in ogni confessione ci sarà un gruppetto di fondamentalisti, il cui lavoro è quello di distruggere per un’idea, non per una realtà. E la realtà è superiore all'idea […]. I fondamentalisti allontanano Dio dalla compagnia del suo popolo e lo trasformano in un’ideologia. Allora, nel nome di quel Dio ideologico, uccidono, attaccano, distruggono, calunniano. Per essere un po' pratici, trasformano questo Dio in un idolo”. Anche durante la Conferenza Stampa sul volo di ritorno dalla Polonia, il 1° agosto 2016, il Papa ha ribadito: “credo che in quasi tutte le religioni ci sia sempre un piccolo gruppetto fondamentalista”.  Questa è una convinzione che il Pontefice ha richiamato in più occasioni. Nell'intervista concessa al settimanale cattolico belga “Tertio”, il 7 dicembre 2016, Francesco parla di alcune deformazioni di stampo fondamentalista che mortificano la religione; anche tra noi - ha ammesso il Papa - ci sono “piccoli gruppi religiosi che hanno deformato, hanno «ammalato» la propria religione, e da qui combattono, fanno la guerra, o fanno la divisione nella comunità, che è una forma di guerra”. Tutte le religioni devono essere a servizio del bene dei singoli e dell'umanità e, pertanto, nessuna può essere usata per fomentare la violenza o la guerra, perché “in questo caso starebbe proclamando un dio di distruzione, un dio di odio. Non si può fare la guerra in nome di Dio o in nome di una posizione religiosa […]. E perciò il terrorismo, la guerra non sono in relazione con la religione. Si usano deformazioni religiose per giustificarle, questo sì […] ma non riguardano l’essenza del fatto religioso, che è piuttosto amore, unità, rispetto, dialogo […]. Bisogna essere tassativi, nessuna religione per il fatto religioso proclama la guerra” (ibid.). Il Pontefice ci tiene a dire che “nessun popolo, nessuna religione è terrorista!”. E ribadisce: “È vero, ci sono piccoli gruppi fondamentalisti da ogni parte. Ma il terrorismo inizia quando «hai cacciato via la meraviglia del creato, l’uomo e la donna, e hai messo lì il denaro […], che regna invece di servire, tiranneggia e terrorizza l’umanità” (Discorso del 5 novembre 2016). Il Vescovo di Roma lamenta che anche tra i cattolici ci sono frange di fondamentalisti e aggiunge che “si può uccidere con la lingua”. Anche questo è terrorismo - ha ripetuto il Papa in tante occasioni. Ma purtroppo a questo tipo di violenza ci siamo ormai abituati e non si condanna, come si dovrebbe, chi butta «bombe» di calunnie e di diffamazione sugli altri. Signore, liberaci dai fanatici di ogni tipo! Basta con le guerre di religione! L'umanità è stanca di fanatismo e di integralismo religioso; da qualunque parte esso arrivi. Abbiamo urgente bisogno di riaffermare con convinzione il rispetto verso tutti in vista dell'unità e della pace tra i popoli. Ciascuno è legato alle sue credenze, ma non bisogna cadere nell'intolleranza religiosa che rende il credente rigido e inamovibile, anche di fronte all'evidenza contraria, nelle sue certezze. L'ateo Sam Harris riferisce che, dalla pubblicazione del suo primo libro La fine della fede, ha ricevuto migliaia di lettere ed e-mail da persone religiose, che lo insultavano per il suo ateismo. Harris fa notare che i messaggi più ostili in assoluto, che ha ricevuto, sono stati quelli che hanno come mittenti i cristiani. E commenta: “è una cosa ironica visto che, in generale, i cristiani pensano che nessuna fede meglio della loro trasmetta le virtù dell’amore e del perdono”. Harris è convinto che “molti di coloro che sostengono di essere stati trasformati dall’amore di Cristo sono profondamente - se non spaventosamente - intolleranti nei confronti delle critiche. Pur ammettendo che ciò si possa ascrivere alla natura umana, è chiaro che quest’odio trova una buona dose di giustificazione nella Bibbia”. E si domanda: “Come faccio a saperlo? I più infervorati tra i miei corrispondenti non fanno altro che citare capitoli e versetti”. Anche l'ateo Michel Onfray, lamenta che, dopo aver scritto il suo Trattato di ateologia, ha avuto “minacce di morte”, “stroncature sulla stampa”, specialmente quella religiosa, e tre libri scritti contro di lui e “pieni di insulti e di attacchi” alla sua persona. “L'amore del prossimo è difficile -  ammette con amarezza Onfray - Capisco che andando a toccare la religione si mette il dito sulla questione edipica presente in ognuno di noi, scatenando furie insospettate, tanto più astiose e deliranti quanto più è forte la nevrosi”. È bene ricordare a Sam Harris e a Michel Onfray che la zizzania dell'intolleranza non nasce e non cresce solo nel campo della religione, ma è un atteggiamento perverso ben conosciuto e attivato anche nel mondo ateo, nei sistemi totalitari senza Dio e nelle ideologie estremiste. Gli atteggiamenti di fanatismo religioso esistono e maturano a tutti i livelli della società, della cultura e della religione, anche nel cristianesimo e nella Chiesa cattolica. L'intolleranza religiosa, in particolare, mira solo ad affermare e a difendere la religione in quanto tale, senza riferirsi necessariamente a Dio. Non si può e non si deve uccidere, neppure psicologicamente e moralmente, in nome di una religione o di una ideologia. Ma non mi pare onesto citare i casi di estremismo religioso per dimostrare e concludere che la religione sia un male per la società e sia causa di violenza e di intolleranza.

venerdì 7 dicembre 2018

DIRE SENZA FARE È UN TRUCCO


NO, ALLA CULTURA DELLE RACCOMANDAZIONI
Francesco: «Io non voglio pensare male, ma sotto il tavolo di una raccomandazione sempre c’è una busta».

 
di Antonino Legname

«Dire o fare? Io sono cristiano del dire o del fare? Sabbia e roccia: io costruisco la mia vita sulla roccia di Dio o sulla sabbia della mondanità, della vanità? Alto e basso: io sono umile, cerco di andare sempre dal basso, senza orgoglio?» - sono queste le domande che Papa Francesco pone durante la sua Meditazione della Messa a “Casa Santa Marta”, il 6 dicembre 2018. La riflessione del Pontefice, sullo sfondo del Vangelo della casa costruita sulla sabbia e sulla roccia, si incentra su tre gruppi di parole contrapposte: «dire e fare», «sabbia e roccia», «alto e basso». Purtroppo, non è sempre facile la coerenza tra il dire e il fare. Come dice un proverbio: “tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare”. Anche nella vita cristiana si pecca di incoerenza quando «io dico che sono cristiano ma non faccio le cose del cristiano». Francesco paragona l’incoerenza al «truccarsi», perché «dire soltanto, è un trucco». Bisogna convincersi che nella vita cristiana quello che conta è il fare e non il dire. Gesù proponeva «sempre cose concrete». Ma dobbiamo ammette che viviamo in una società dove è dominante la «cultura del dire», dove si parla molto, anzi si grida troppo, pensando di essere ascoltati. Il Vescovo di Roma ci ricorda che le opere di misericordia non sono oggetto di pensiero, ma sono azioni concrete a favore dei poveri, carcerati, ammalati. Il Pontefice, nel contrapporre il fare e il dire, stigmatizza una delle pratiche molto diffuse nella nostra società: la «cultura delle raccomandazioni». E l’esempio che fa il Papa è molto eloquente: «Accade che per un concorso all’università venga scelto «uno che non ha quasi meriti» rispetto a tanti bravi professori; «e se si domanda: “Ma perché questo? E questi altri bravi..?” – “Perché questo è stato raccomandato da un cardinale, lei sa... i pesci grossi...”». E senza giri di parole il Pontefice aggiunge: «Io non voglio pensare male, ma sotto il tavolo di una raccomandazione sempre c’è una busta». E nel gergo comune si chiama “bustarella”. Non c’è dubbio che è meglio fare senza dire che dire senza fare. Anche Gesù consiglia di «fare senza dire: quando dai l’elemosina, quando preghi... di nascosto, senza dirlo». 
E poi c’è l’altra immagine, quella della «sabbia» e della «roccia». A volte si preferisce costruire in maniera irresponsabile la propria vita e il proprio successo sulla sabbia, cioè su un materiale fragile; di fronte alla prime difficoltà tutto crolla e si distrugge. «La sabbia – spiega il Papa - è una concretezza debole». Che significa, invece, costruire sulla roccia? Francesco – citando Isaia – dice che «il Signore è una roccia eterna» e chi costruisce su Dio, su Gesù non sarà deluso. È anche vero che «tante volte, chi confida nel Signore non appare, non ha successo, è nascosto... ma è saldo». Il Papa conclude, invitando a non porre la propria «speranza nel dire, nella vanità, nell’orgoglio, negli effimeri poteri della vita», ma a «costruire su quella roccia che è Dio, che è Gesù».

domenica 2 dicembre 2018

MESSAGGIO DI AVVENTO 2018 DEL VESCOVO DI CALTANISSETTA


PER VIVERE IL DONO DELLA VITA

NEL QUOTIDIANO IMPEGNO ALLA SOLIDARIETA’

Mons. Russotto: «La storia del mondo è un pellegrinaggio verso la Vita, sui sentieri dell’Amore che è più forte della morte»
 
S.E.R. Mons. Mario Russotto con Papa Francesco in occasione della Visita "ad limina"


di Antonino Legname


«Nessuno è padrone della vita e nessuno ha la vita in modo permanente. Siamo affidatari della vita», ha scritto Mons. Mario Russotto, Vescovo di Caltanissetta, nel suo Messaggio di Avvento 2018, sullo sfondo della sua recente Lettera pastorale «Venite alla festa». 
Che cos’è la vita? In un certo senso «la vita è fumo», come si legge nel libro del Qohelet; è come «un’orma che muore nello sconfinato paesaggio dell’Universo» - scrive il Vescovo. Ma questo austero pensiero sulla fragilità e sulla caducità della vita umana non deve toglierci «la gioia di vivere». Mons. Russotto ripropone la saggezza biblica che invita a contare i nostri giorni su questa terra: «il pensiero della morte insegna a vivere senza paure la propria condizione di “creature”, cioè di essere finiti e limitati». Dobbiamo imparare a non soccombere di fronte all’evidenza della nostra «finitudine» e a non cedere alla paura di dover morire. È meraviglioso pensare che «la vita è dono di Dio»; pertanto, nessuno deve sentirsi proprietario. Perché ci è stata affidata la vita? Mons. Russotto risponde che la vita ci è stata donata per condividerla con gli altri con impegno e responsabilità. Fa bene il Vescovo di Caltanissetta a ricordarci che «nessuno può essere felice da solo», isolandosi dagli altri. Questo significa che dobbiamo imparare a dire basta alla cultura dell’egoismo e dell’individualismo, per affermare con convinzione la «cultura della solidarietà e della condivisione». Quando capiremo che tutti gli esseri umani siamo un «corpo solo»! Russotto ci mette di fronte alle nostre responsabilità di cristiani e afferma con chiarezza e senza mezzi termini che, fino a quando «i fratelli e le sorelle in umanità stanno male, vivono disagi, ferite e lacerazioni, noi non possiamo star bene». E le parole del Presule si fanno ancora più severe quando scrive che non ci è lecito addossare le colpe al mondo, per tutto il male e le ingiustizie che ci sono, quando in realtà «la colpa è anche di noi cristiani». Perché? Russotto risponde: «perché diciamo di credere in Dio, di conoscere l’Amore, ma di fatto non ne diamo testimonianza». Noi cristiani a volte manchiamo di credibilità quando annunciamo il «Vangelo della vita» senza essere «seminatori di speranza». In un certo senso siamo dei «zoppicanti», cioè lenti nel dinamismo della testimonianza credibile e responsabile «per costruire insieme la civiltà dell’Amore». Il progetto di Dio per l’umanità prevede che gli uomini prendano coscienza di essere tutti «figli»; bisogna coltivare il desiderio di vivere la vita divina e di ascoltare la «voce di Dio». Il Pastore della Chiesa di Caltanissetta punta al cuore di tutti i comandamenti: «scegliere la vita». Chi sceglie la vita, che è «respiro, forza, amore, relazione, gioia, libertà», anela alla felicità. Il pellegrinaggio terreno degli uomini è orientato verso la Vita, che è Gesù, il Figlio di Dio che si è incarnato per farci dono, in abbondanza, della «Vita definitiva ed eterna». Non dobbiamo mai dimenticare che la vera «Vita è come l’Amore», che richiede di essere «vissuto e donato in eccesso». È questo il senso del Natale, un «inno alla Vita». La nascita del Bambino Gesù è un annuncio di gioia perché ci svela il vero senso della Vita. L’incarnazione del Dio-Bambino fa da cerniera tra la storia passata e quella futura. «Natale diviene così punto di congiunzione tra passato e futuro, atomo vivificatore grazie al quale esistenze disgregate possono ritrovarsi per esplodere nella gioia della comunione». La conclusione del Messaggio di Avvento di Mons. Russotto è un invito ad ognuno di noi a non essere atomo disgregato dagli altri, ma forza di Vita che esplode, come un vulcano, nella gioia della comunione fraterna. Ecco il senso del Natale: Dio, che è Vita, viene «incontro all’enigma delle nostre tenebre».