Ubi Petrus, ibi Ecclesia: "Dove c'è Pietro, lì c'è la Chiesa" (Sant'Ambrogio, Explanatio Psalmi XL, 30, 5)

venerdì 18 settembre 2020

PER UNA PRESENZA CRISTIANA NEI MASS MEDIA

I SEMINATORI DI SPERANZA

Francesco: “Il professionista cristiano dell'informazione deve essere un portavoce di speranza e di fiducia nel futuro”

Papa Francesco incontra i collaboratori del Settimanale "Tertio", 18 settembre 2020 (foto da vatican.va)

di Antonino Legname

Occorre “far sentire la voce della Chiesa e quella degli intellettuali cristiani in uno scenario mediatico sempre più secolarizzato, al fine di arricchirlo con riflessioni costruttive”, ha detto Papa Francesco durante l'udienza ai collaboratori del Settimanale cristiano belga 'Tertio', ricevuti in Vaticano il 18 settembre 2020, in occasione della celebrazione del ventennale della rivista. I mezzi di comunicazione sociale sono una sfida nella Chiesa e per la Chiesa di oggi. Il Papa ha ricordato che “nella società in cui viviamo, l’informazione fa parte integrante del nostro quotidiano”, ma purtroppo, non è sempre di qualità. Al contrario quando l'informazione è di qualità “ci permette di comprendere meglio i problemi e le sfide che il mondo è chiamato ad affrontare, e ispira i comportamenti individuali, familiari e sociali”. C'è urgente bisogno di formare dei professionisti per assicurare “la presenza di media cristiani specializzati nell’informazione di qualità sulla vita della Chiesa nel mondo, capace di contribuire a una formazione delle coscienze”. Ogni giorno siamo martellati da tante notizie brutte che danno all'opinione pubblica una percezione negativa della realtà in cui viviamo. Coloro che, a tutti i livelli, utilizzano i mezzi di comunicazione sociale devono cercare anzitutto di offrire “una visione positiva delle persone e dei fatti, respingendo i pregiudizi”. Bisogna impegnarsi per “favorire una cultura dell’incontro attraverso la quale è possibile conoscere la realtà con uno sguardo fiducioso”. Abbiamo urgente bisogno di seminatori di fiducia e di speranza! Il giornalista cristiano – ha detto Francesco – deve essere un “portavoce di speranza e di fiducia nel futuro”. Se usati bene e per il bene, gli strumenti della comunicazione sociale contribuiscono a far crescere “nelle comunità cristiane un nuovo stile di vita, libero da ogni forma di preconcetto e di esclusione”. Ancora una volta il Papa stigmatizza le “chiacchiere”, come opera diabolica in quanto “chiudono il cuore alla comunità, chiudono l’unità della Chiesa”. E con forza ribadisce che “il grande chiacchierone è il diavolo, che va sempre dicendo cose brutte degli altri, perché lui è il bugiardo che cerca di disunire la Chiesa, di allontanare i fratelli e non fare comunità”. Non bisogna avere paura di entrare nel mondo dei mass media per annunciare il bene nella verità. “La comunicazione è una missione importante per la Chiesa – ha rimarcato Francesco - I cristiani impegnati in questo ambito sono chiamati a mettere in atto in modo molto concreto l’invito del Signore ad andare nel mondo e proclamare il Vangelo”. Il professionista cristiano dell'informazione ha il dovere di testimoniare la verità e di non manipolarla. Nella giungla delle tante voci e dei tantissimi messaggi che circolano nel mondo digitale c'è urgente bisogno di una “narrazione umana” dei fatti che faccia emergere il bello e il vero che abita in noi e “che riveli l’intreccio dei fili coi quali siamo collegati gli uni agli altri”. Papa Francesco chiede agli operatori nel campo della comunicazione sociale di essere “seminatori di speranza in un domani migliore”. E oggi, più che mai, in questa situazione di pandemia, abbiamo bisogno di questa presenza fiduciosa di bravi professionisti della comunicazione che sappiano aiutare le persone, specialmente le più fragili, a non ammalarsi di solitudine e di sconforto. La Chiesa guarda con fiducia il lavoro di coloro che operano nel campo della cultura e della comunicazione e li incoraggia a cercare strade, strategie e linguaggi per comunicare il Vangelo agli uomini del nostro tempo.



lunedì 14 settembre 2020

OCCORRE CACCIARE LA MOSCA FASTIDIOSA DEL RANCORE

DIO PERDONA! E IO ...?

Francesco: “Pensa alla fine! Pensa che tu sarai in una bara… e ti porterai l’odio lì? Pensa alla fine, smetti di odiare! Smetti il rancore”.

Angelus del 13 settembre 2020 (foto da vatican.va)

di Antonino Legname

"Quanta sofferenza, quante lacerazioni, quante guerre potrebbero essere evitate, se il perdono e la misericordia fossero lo stile della nostra vita! Anche in famiglia: quante famiglie disunite che non sanno perdonarsi, quanti fratelli e sorelle che hanno questo rancore dentro", ha detto Papa Francesco all'Angelus di domenica 13 settembre 2020 in Piazza San Pietro. Non è facile perdonare chi ci ha fatto del male! Se abbiamo ricevuto un torto, un'offesa, un tradimento da qualcuno l'atteggiamento più istintivo è il rancore, la rabbia, l'antipatia, l'odio e a volte il desiderio di vendetta. Per un cristiano la miglior vendetta è il perdono. Ma umanamente il perdono delle offese ricevute ci appare come una specie di violenza al naturale istinto di risentimento e di reazione negativa. La capacità di perdonare è come una cartina di tornasole per verificare la nostra adesione ai sentimenti di Gesù, il quale non si è limitato a fare una bella lezione sul perdono, non ha fatto teoria sulla necessità di perdonare, ma Lui stesso, per primo, nel momento più estremo della sofferenza, sulla croce, ha avuto parole di perdono per i suoi crocifissori: "Padre, perdona loro" - e quasi scusandoli - "perché non sanno quello che fanno". Il Signore supera la vecchia legge del taglione, "occhio per occhio e dente per dente", e ci rivela che Dio non si stanca mai di perdonare i peccatori! E se Dio perdona sempre e tutto, anche noi dobbiamo perdonare chi ci ha offeso o ci ha fatto del male. Per quale motivo? Se cerchiamo delle risposte umane non riusciremo a trovare ragioni sufficienti che giustifichino il perdono verso coloro che ci fanno del male. La ragione si trova nel Vangelo: "Siate misericordiosi come è misericordioso il Padre Vostro celeste". Da parte nostra, dice il Papa, «è necessario applicare l’amore misericordioso in tutte le relazioni umane: tra i coniugi, tra i genitori e i figli, all’interno delle nostre comunità, nella Chiesa e anche nella società e nella politica». Il perdono è l’antidoto più efficace contro l’odio, la violenza, la sete di vendetta. E a chi viene difficile perdonare, il Papa consiglia: «Pensa alla fine! Pensa che tu sarai in una bara… e ti porterai l’odio lì? Pensa alla fine, smetti di odiare! Smetti il rancore». Se vogliamo essere coerenti quando preghiamo il Padre Nostro: “Rimetti a noi i nostri debiti” anche noi dobbiamo essere disposti a rimetterli ai nostri debitori. Dice Francesco: «Queste parole contengono una verità decisiva. Non possiamo pretendere per noi il perdono di Dio, se non concediamo a nostra volta il perdono al nostro prossimo». In ogni caso, perdonare non serve solo a ristabilire e a mantenere la pace e l'armonia sociale e familiare, ma fa bene alla salute fisica e mentale. Infatti, l’odio, il rancore, il risentimento, la rabbia, il desiderio di vendetta sono delle tossine velenose che come acido corrodono il cuore e la mente di chi li prova e li alimenta. E allora cosa aspettiamo? «Smettila di odiare; caccia via il rancore, quella mosca fastidiosa che torna e torna – ha rimarcato il Papa - Se non ci sforziamo di perdonare e di amare, nemmeno noi verremo perdonati e amati».

 


mercoledì 9 settembre 2020

SOLIDARIETA' UMANA E CRISTIANA IN TEMPO DI CORONAVIRUS

L'ARTE DI AMARE TUTTI, ANCHE I NEMICI

Francesco: “Un virus che non conosce barriere, frontiere o distinzioni culturali e politiche deve essere affrontato con un amore senza barriere, frontiere o distinzioni”.

Udienza Generale del Mercoledì 9 settembre 2020 (foto da vatican.va)


di Antonino Legname

"La crisi che stiamo vivendo a causa della pandemia colpisce tutti; possiamo uscirne migliori se cerchiamo tutti insieme il bene comune; al contrario, usciremo peggiori", ha detto Papa Francesco durante la Catechesi del Mercoledì 9 settembre 2020 nel cortile di San Damaso del Palazzo Apostolico in Vaticano. Francesco mette in guardia dai rischi che la pandemia da Covid-19 può generare nella nostra società: da una parte coloro che “approfittano della situazione per fomentare divisioni: per cercare vantaggi economici o politici, generando o aumentando conflitti”, dall'altra parte ci sono gli indifferenti alla sofferenza altrui, che il Papa non esista a denominare i “devoti di Ponzio Pilato”, in quanto “se ne lavano le mani”. Non c'è dubbio che l'amore umano diventa autentico e fecondo solo se procede dall'amore incondizionato e preveniente di Dio. Il Vangelo ci insegna a non amare solo quelli che ci amano; l'amore cristiano non può limitarsi ad amare solo i familiari, gli amici o quelli che appartengono allo stesso gruppo, ma deve abbracciare anche coloro che non mi amano, non mi conoscono, che sono stranieri o che mi fanno soffrire o che considero nemici. Questo amore allargato a tutti gli uomini, nostri fratelli, “è il punto più alto della santità” - ha detto il Papa. Nessuno può mettere in dubbio il fatto che umanamente “amare i nemici non è facile … è difficile … è un'arte!”. Veramente il per-dono è un super dono, qualcosa di divino, perché umanamente siamo portati ad avere rancore, rabbia e sentimenti di vendetta nei confronti di chi ci fa del male; ma l'amore vero – ricorda Francesco - “cura, guarisce e fa bene. Tante volte fa più bene una carezza che tanti argomenti, una carezza di perdono e non tanti argomenti per difendersi”. L'amore non può essere intimistico e limitativo, ma aperto ed espansivo. E come dice il Vescovo di Roma: “una delle più alte espressioni di amore è proprio quella sociale e politica, decisiva per lo sviluppo umano e per affrontare ogni tipo di crisi”. Solo così è possibile costruire la civiltà dell'amore che supera la “cultura dell’egoismo, dell’indifferenza, dello scarto”. Francesco elogia quei genitori che sacrificano tutta la loro vita per i figli, specialmente quando i figli sono disabili; quello dei genitori per i figli è un amore a fondo perduto, un amore che dà senza fare i conti di quello che riceve. Francesco esorta a saper dialogare con tutti, amici e nemici, e a tutti i livelli, familiare, amicale, politico, sociale. Solo così si possono costruire ponti per unire tutta la famiglia umana. Bisogna dire basta alle guerre, alle divisioni, alle invidie che fomentano l'odio sociale, familiare e politico. Questa pandemia ci sta mostrando che “il virus non conosce barriere, frontiere o distinzioni culturali e politiche”e, pertanto, deve insegnarci ad essere sempre più solidali tra noi, “senza barriere, frontiere o distinzioni”, perché il bene personale ha delle ricadute sul bene comune e viceversa. Siamo tutti strettamente interconnessi e l'esperienza di questo periodo, segnato dal coronavirus, ci mostra che “la salute, oltre che individuale, è anche un bene pubblico. Una società sana è quella che si prende cura della salute di tutti” - ha rimarcato Francesco - specialmente dei più deboli e dei più vulnerabili. Dobbiamo convincerci che non basta uscire dalla pandemia da coronavirus per salvare il mondo, ma è necessario, anzi indispensabile per la salute della società, uscire dalla “crisi umana e sociale che il virus ha evidenziato e accentuato”. Tutti siamo chiamati a promuovere il bene comune, che per i cristiani diventa una vera e propria missione per “ricevere e diffondere la gloria di Dio”. Ovviamente occorre pensare la carità in grande, altrimenti diventa filantropia e assistenzialismo. La carità deve essere “politica”, nel senso che deve ricercare e realizzare il bene comune. Sappiamo che “la politica spesso non gode di buona fama, e sappiamo il perché” - annota Francesco. Ma non bisogna fare di tutta l'erba un fascio, come se tutti i politici fossero cattivi; anche se la politica nell'estimazione comune non gode di buona fama “non bisogna rassegnarsi a questa visione negativa, bensì reagire dimostrando con i fatti che è possibile, anzi, doverosa una buona politica”. Qual è la buona politica? Francesco risponde: “E' quella che mette al centro la persona umana e il bene comune. Se voi leggete la storia dell’umanità troverete tanti politici santi che sono andati per questa strada. È possibile nella misura in cui ogni cittadino e, in modo particolare, chi assume impegni e incarichi sociali e politici, radica il proprio agire nei principi etici e lo anima con l’amore sociale e politico”. A questo impegno sociale, che sa creare armonia tra gli uomini e anche con l'ambiente, siamo chiamati tutti. Questa è la grande sfida di oggi “guarire il mondo lavorando tutti insieme per il bene comune, non solo per il proprio bene, ma per il bene comune, di tutti”.

sabato 16 maggio 2020

UNA PERICOLOSA "ERMENEUTICA DI VITA"


L’ANTIDOTO CONTRO LO SPIRITO DELLA MONDANITA’
Francesco: «La mondanità è una cultura dell’effimero, dell’apparire, del maquillage, dell’usa e getta»

Papa Francesco, Meditazione della Messa a Santa Marta, 16 maggio 2020 (foto da Vatican.va)

di Antonino Legname

La mondanità è una vera e propria patologia che può gravemente colpire anche la vita della Chiesa. Di questo è convinto Papa Francesco quando indica l’antidoto più efficace contro questa pericolosa malattia: «la fede in Gesù morto e risorto … Questa è la nostra vittoria». Nella Meditazione della Messa a Santa Marta, il 16 maggio 2020, Francesco ha spiegato con chiarezza cos’è lo «spirito del mondo». Senza mezzi termini il Pontefice ha detto che la mondanità è «capace di odiare, di distruggere Gesù e i suoi discepoli, anzi di corromperli e di corrompere la Chiesa». In occasione della Messa a Santa Marta, il 20 novembre 2015, Papa Francesco aveva detto con amaro realismo che «la Chiesa sempre - sempre! - subirà la tentazione della mondanità e la tentazione di un potere che non è il potere che Gesù Cristo vuole per lei e quando la Chiesa entra in questo processo di degrado, la fine è molto brutta. Molto brutta!”». E allora ci farà bene pensare e riflettere su come si presenta a noi lo «spirito del mondo» in modo da poterci efficacemente e prontamente difendere. Dice il Papa: «la mondanità è una proposta di vita», una vera e propria «cultura». Quale tipo di cultura? Risponde Francesco: «è una cultura dell’effimero, una cultura dell’apparire, del maquillage, una cultura “dell’oggi sì domani no, domani sì e oggi no”. Ha dei valori superficiali». In sintesi, è «una cultura che non conosce fedeltà, perché cambia secondo le circostanze, negozia tutto», è «camaleontica» ed è anche conformista e massificata con l’obiettivo di portare l’umanità al «pensiero unico»»»». In questo mondo globalizzato e massificato c’è un determinato modo di pensare omologato che viene imposto, sotto forma di proposta allettante, attraverso i meccanismi di persuasione occulta. Il 29 novembre 2013, nella Meditazione della Messa a Santa Marta il Papa aveva detto «si fa la pubblicità di questo pensiero e si deve pensare in tal modo. È il pensiero uniforme, il pensiero uguale, il pensiero debole; un pensiero purtroppo così diffuso» […]. Ci propone un pensiero pret-à-porter, secondo i nostri gusti: io penso come mi piace». Ma come si arriva al pensiero unico? «La mondanità - risponde il Papa - ti porta al pensiero unico e all’apostasia. Non sono permesse, non ci sono permesse le differenze […].Tutti fanno così, perché noi no?” (ibid. 16 novembre 2015). Papa Francesco ribadisce: «Questa è la cultura mondana. E Gesù insiste a difenderci da questo e prega perché il Padre ci difenda da questa cultura della mondanità». Potremmo dire: “chi è senza peccato di mondanità scagli la prima pietra”. Tutti, chi più, chi meno, siamo tentati dallo spirito della mondanità e dobbiamo continuamente lottare per uscire vittoriosi e guariti da questa malattia spirituale. Dice il Papa: «è un modo di vivere anche di tanti che si dicono cristiani. Sono cristiani ma sono mondani». E chi si lascia travolgere da questa cultura mondana effimera dell’«usa e getta» è capace di utilizzare gli altri per convenienza, di odiare e anche di uccidere. Così hanno fatto con i martiri che sono stati «uccisi in odio alla fede» e – dice il Papa - «per alcuni l’odio era per un problema teologico». Ma come si può arrivare ad “uccidere” la dignità, la buona fama, la buona fede e a volte anche la vita di una persona per un problema teologico? Quando nella Chiesa si arriva a certi livelli di persecuzione, oggi anche mediatica, significa che si è gravemente malati di «mondanità spirituale», che – come scriveva il padre de Lubac nel suo libro “Le meditazioni sulla Chiesa” - «è il peggiore dei mali che può accadere alla Chiesa». E non è una esagerazione! Anche perché la mondanità spirituale conduce passo dopo passo alla corruzione che è una vera e propria «lebbra» nel corpo della Chiesa. Nella Meditazione del 7 novembre 2014 a Casa Santa Marta, Papa Francesco aveva detto che, purtroppo, a tutti i livelli ci sono «cristiani mondani, cristiani di nome, con due o tre cose di cristiano, ma niente di più. Sono cristiani pagani. Hanno il nome cristiano, ma la vita pagana; pagani con due pennellate di vernice di cristianesimo: così appaiono come cristiani, ma sono pagani». Parole forti che Papa Francesco rivolge a tutti i cristiani per aiutarli a fare un sincero esame di coscienza: «Avrò qualcosa della mondanità dentro di me? Qualcosa del paganesimo? Mi piace vantarmi? Mi piacciono i soldi? Mi piace l’orgoglio, la superbia? Dove ho le mie radici, cioè di dove sono cittadino? Nel cielo o sulla terra? Nel mondo o nello spirito mondano?» (ibid.). In effetti, chi vive nello spirito del mondo non sopporta e non tollera «lo scandalo della Croce». E, come ci assicura il Papa: «l’unica medicina contro lo spirito della mondanità è Cristo morto e risorto per noi, scandalo e stoltezza (cfr 1Cor 1,23)». Ed è questa fede, convinta e testimoniata, che sa dialogare con tutti senza fanatismo e proselitismo, che ci porta alla vittoria sullo spirito del mondo.

sabato 9 maggio 2020

IL RISCHIO DEI POTERI TEMPORALI


LA CHIESA TRA CONSOLAZIONI E PERSECUZIONI

Francesco: «Il sentimento amaro dell’invidia è lo strumento del diavolo per distruggere l’annuncio evangelico»
 
Papa Francesco, Meditazione della Messa a Santa Marta, 9 maggio 2020 (foto da vatican.va)

di Antonino Legname

Da sempre, fin dalle origini, c’è «il lavoro dello Spirito per costruire la Chiesa, per armonizzare la Chiesa, e il lavoro del cattivo spirito per distruggerla», ha detto Papa Francesco nella Meditazione della Messa a Santa Marta, il 9 maggio 2020. Chi si lascia guidare dallo spirito del male non esita a fare «ricorso ai poteri temporali per fermare la Chiesa, per distruggere la Chiesa». Nella prima comunità cristiana, raccontata dagli Atti degli Apostoli, emerge con chiarezza anche il conflitto tra «la Parola di Dio che convoca, che cresce, e dall’altra parte la persecuzione» - ha sottolineato il Pontefice. Da una parte «lo Spirito Santo che fa l’armonia della Chiesa, e dall’altra il cattivo spirito che distrugge». Francesco ci ricorda che, in ogni caso, «il bilancio è sempre positivo alla lunga!»; e aggiunge: «ma quanta fatica, quanto dolore, quanto martirio!». Proprio così: lo spirito del male è sempre in agguato per creare divisioni, per seminare la zizzania della gelosia, per mettere gli uni contro gli altri. Papa Francesco ribadisce che lo strumento di cui il diavolo si serve per la sua opera di distruzione della Chiesa è l’invidia. Veramente l'invidia è un pericoloso virus molto contagioso. Chi è l’invidioso? E’ colui che non sa gioire dei successi e della felicità degli altri, anzi gode delle disgrazie altrui. Durante l’Angelus del 29 giugno 2019, il Papa ha paragonato l’amaro sentimento dell’invidia all’«aceto nel cuore». Infatti, «gli invidiosi hanno uno sguardo amaro. Tante volte, quando uno trova un invidioso, viene voglia di domandare: ma con che ha fatto colazione oggi, col caffelatte o con l’aceto? Perché l’invidia è amara. Rende amara la vita» e rende acido il cuore. Invece, sarebbe meraviglioso riuscire a pensare con la mente serena che siamo tutti fratelli e «che ci apparteniamo a vicenda, perché condividiamo la stessa fede, lo stesso amore, la stessa speranza, lo stesso Signore» (ibid.). Papa Francesco è convinto che la diversità arricchisce la Chiesa e sarebbe bello se  ognuno di noi potesse dire: “Grazie, Signore, per quella persona diversa da me: è un dono” che arricchisce la Chiesa. Questa è la fratellanza che ci deve portare ad «apprezzare le qualità altrui, a riconoscere i doni degli altri senza malignità e senza invidie» (ibid.). Provoca sofferenza sapere che qualcuno possa avere gelosia di te fino a screditarti davanti agli altri. Il Papa ci ricorda che, nella Chiesa delle origini, i Giudei «quando videro quella moltitudine, furono ricolmi di gelosia e con parole ingiuriose contrastavano le affermazioni di Paolo» (At 13,45). E ci sono tanti episodi, raccontati negli Atti degli Apostoli, che descrivono la rabbia con la quale alcuni reagivano quando la predicazione e l’opera degli Apostoli toccava i loro interessi materiali e di prestigio. A quel punto si può diventare veramente cattivi e si è disposti ad usare qualunque mezzo, anche la calunnia e la menzogna, per screditare e distruggere chi è di ostacolo al perseguimento di certi interessi. Di fronte al successo degli Apostoli alcuni «si rodevano il fegato di rabbia. E questa rabbia li portava avanti: è la rabbia del diavolo, è la rabbia che distrugge, la rabbia di quel “crocifiggi, crocifiggi!”» - ha rimarcato il Papa. Degli Apostoli dicevano: “Questi sono rivoluzionari, cacciateli via”; e così iniziava la persecuzione: «le donne hanno parlato con le altre e li hanno cacciati via: sono state le “pie donne” della nobiltà ed anche i notabili della città». Francesco condanna questo modo di fare per annientare le persone, specialmente quando ci si avvale dell’appoggio del «potere temporale» per raggiungere un determinato scopo. Ovviamente, non è bene condannare a priori il potere temporale; infatti, precisa il Papa «esso può essere buono: le persone possono essere buone ma il potere come tale è sempre pericoloso. Il potere del mondo contro il potere di Dio muove tutto questo e sempre dietro di questo, a quel potere, ci sono i soldi». La Chiesa da sempre ha dovuto lottare tra ciò che si deve a Dio e quello che si deve a “Cesare”, tra il potere temporale e quello spirituale. Se il potere viene usato per servire, è uno strumento utile, ma se si usa per asservire e dominare gli altri, allora è veramente uno strumento pericoloso e diabolico. Papa Francesco ci ricorda che «la Chiesa va avanti fra le consolazioni di Dio e le persecuzioni del mondo» (cfr Sant’Agostino, De Civitate Dei, XVIII, 51,2) e che bisogna diffidare di una Chiesa che non ha contrarietà; «quando il diavolo è troppo tranquillo» - dice il Papa - è segno che qualcosa non va bene. Nella Chiesa, infatti, non sono mai mancate le difficoltà, le persecuzioni, le tentazioni, le lotte e le gelosie. Anche Gesù ha detto ai suoi Discepoli: «Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi» (Lc 6,26). Il Papa mette in guardia i cristiani: «stiamo attenti con la predica del Vangelo»: evitiamo di «mettere la fiducia nei poteri temporali e nei soldi».

martedì 5 maggio 2020

LE «ANTIPATIE PREVIE» CHE NON CI FANNO CONOSCERE IL SIGNORE


LA POVERTÀ NON È CATEGORIA 

IDEOLOGICA MA TEOLOGICA

Francesco: «Non dobbiamo cadere nel pauperismo»


Papa Francesco, Meditazione a Santa Marta, 5 maggio 2020 (foto da Vatican.va)

 di Antonino Legname


«Non essere schiavi delle ricchezze, non vivere per le ricchezze, perché le ricchezze sono un signore, sono il signore di questo mondo e non possiamo servire due signori. E le ricchezze ci fermano», ha detto Papa Francesco nella Meditazione della Messa a Santa Marta, il 5 maggio 2020. E a chi fa la domanda: “Ma dobbiamo cadere nel pauperismo?”, il Pontefice risponde «No». Infatti, non è la ricchezza in se stessa che viene condannata da Gesù ma l’attaccamento ad essa che imprigiona il cuore e lo rende schiavo di questo idolo. Nella sua Meditazione, oltre alla ricchezza, Francesco elenca altri impedimenti, o «antipatie previe», che rendono difficile entrare attraverso la «porta» del recinto che è Gesù: la rigidità, l’accidia, il clericalismo e lo spirito mondano. Sono pericoli dai quali Papa Francesco in tante occasioni ha messo in guardia i cristiani e gli uomini di buona volontà. In modo particolare, sulla «rigidità» dei pastori, il Pontefice ha denunciato tante volte il pericolo di formare delle coscienze troppo scrupolose e non libere. Il Papa, a tal proposito racconta di quella signora, molto devota e praticante, che era andata a Messa il Sabato pomeriggio in occasione di un matrimonio e pensava di aver adempiuto il precetto domenicale. Ma poi, tornando a casa si è resa conto che le Letture di quella Messa del Sabato non erano quelle della domenica. E sentì di essere in peccato mortale, perché la domenica non era andata a Messa. Il Papa riferisce che quella signora pensava in buona fede di aver partecipato «a una Messa che non era vera, perché le Letture non erano vere». E commenta: «quella signora apparteneva a un movimento ecclesiale … Questa è la rigidità che toglie la libertà. E tanti pastori fanno crescere questa rigidità nelle anime dei fedeli». Anche l’accidia è una pericolosa patologia, perché «ci toglie la volontà di andare avanti» e ci rende pigri e tiepidi fino al punto di dire: “sì, ma… no, adesso no, no, ma…”. Anche il progresso spirituale viene sempre rimandato. Ma bisogna sapere che per la via di “poi, poi, poi”, si arriva a casa di “mai, mai, mai”. E sulla brutta malattia del clericalismo nella Chiesa, Francesco sottolinea la pericolosità di questa attitudine che «toglie la libertà della fede dei credenti».
Ora desidero soffermare la mia riflessione sul rapporto tra povertà e pauperismo. Tema che ho affrontato nel mio libro, La Teopsia di Francesco (pp. 91-94). Il Vescovo di Roma, in un Videomessaggio del 17 dicembre 2016, ha confidato: “a volte qualcuno mi chiede: «Ma Lei, padre, parla sempre dei poveri e della misericordia». Sì - dico - ma non è una malattia. È semplicemente il modo con cui Dio si è rivelato”. Sappiamo bene che «povertà» è una parola “che sempre mette in imbarazzo. Quante volte, infatti, abbiamo sentito dire: «Ma questo sacerdote parla troppo di povertà, questo vescovo parla di povertà, questo cristiano, questa suora parlano di povertà [...]. Ma sono un po’ comunisti, no? E invece - ha sottolineato il Papa nella Meditazione a Santa Marta il 16 giugno 2015 - la povertà è proprio al centro del Vangelo, tanto che se noi togliessimo la povertà dal Vangelo, non si capirebbe niente del messaggio di Gesù”. Questa è «la teologia della povertà», cioè “il mistero di Cristo che si è abbassato, si è umiliato, si è impoverito per arricchirci”[ibid]. Il Vescovo di Roma ci tiene a fugare ogni equivoco quando dice con chiarezza che “la povertà non è un'ideologia”[ibid.], ma è una categoria teologica centrale nel messaggio del Vangelo. La povertà evangelica non è quella sociologica, ma è quella di Gesù, che metteva al centro del suo annuncio i semplici, i poveri e quelli che soffrono di più. Anche durante l'Angelus del 24 gennaio 2016, Francesco ha ribadito che “i poveri sono al centro del Vangelo” e ha spiegato che “non si tratta solo di fare assistenza sociale, tanto meno attività politica. Si tratta di offrire la forza del Vangelo di Dio, che converte i cuori, risana le ferite, trasforma i rapporti umani e sociali secondo la logica dell'amore” e del servizio. La nostra civiltà sta correndo in maniera accelerata verso il benessere nella convinzione che la felicità possa dipendere dall'accumulo di beni materiali. Ma è evidente che il possesso di tanti beni non è automaticamente fonte di pace e di felicità, anzi può diventare motivo di preoccupazione e di delusione. Francesco vuole dire agli uomini del nostro tempo che la vera gioia e la felicità si trovano nel distacco dalle ricchezze e in una vita gioiosa che sa condividere i beni con i fratelli più poveri, e che solo Dio e il suo amore alla fine riusciranno a colmare il cuore umano. Presentare Papa Francesco come un «rivoluzionario» potrebbe falsare la sua figura e la sua missione. “Io non sono santo - ha detto il Pontefice in un'intervista al quotidiano spagnolo «El País» il 21 gennaio 2017 - Non sto facendo alcuna rivoluzione. Sto cercando di fare andare avanti il Vangelo”. La grande avventura spirituale di Francesco parte da un nucleo molto semplice: l'adesione profonda a Cristo e alla essenzialità del Vangelo. Fin dall'inizio del suo pontificato, papa Bergoglio si è voluto immedesimare nella povertà di Gesù di Nazaret, sognando una Chiesa «povera per i poveri». Egli concepisce la povertà come distacco dai beni temporali - secondo le parole di Gesù: «Non portate né oro né argento» (Lc 9,3). Papa Francesco ha il culto per «Madonna Povertà», non per il semplice «pauperismo» fine a se stesso, né per snobismo e neppure perché disprezza i beni della terra creati da Dio, al contrario, in tutte le cose del creato il Papa vede il riflesso della bellezza e della grandezza di Dio fino al punto da scrivere la bella enciclica Laudato si'. Ma Bergoglio ha scelto di vivere e di seguire Cristo povero. La povertà, infatti, fu lo status permanente di Gesù di Nazaret. 
Ricordiamo che san Francesco d'Assisi aveva sposato «Madonna Povertà» ed era così geloso che provava vergogna quando incontrava uno più povero di lui. Questa è la «pazzia» dei santi! Povertà e umiltà: un binomio inscindibile in Gesù di Nazaret povero ed umile. Nella santità cristiana, al di là dei temperamenti personali e dei diversi contesti sociali e culturali, ci sono delle costanti valide per tutti: lo spirito di rinuncia, la mortificazione del proprio egoismo e delle proprie passioni, l'amore alla croce e l'umile obbedienza alla Chiesa. Sarebbe mortificante ridurre tutto il Vangelo alla povertà e alla carità verso il prossimo qualora mancassero le altre costanti della santità cristiana. A quel punto la povertà si trasformerebbe in «pauperismo» ideologico e idolatrico e la carità in filantropia solidale. Papa Francesco vuole riportare la Chiesa a vivere l'essenzialità del Vangelo alla lettera, «sine glossa». Ovviamente si deve evitare ogni forma di rigorismo esaltato, anche in riferimento alla concezione della povertà. Ogni rigorismo è pericoloso ed ha un rovescio; il rigorismo nella Chiesa porta a dividere i cristiani in «carnali», legati alla legge e in «spirituali», che formano la chiesa dello Spirito. Questo è un rischio che anche nella Chiesa di oggi si deve evitare, specialmente quando si vogliono dividere i cristiani in buoni, i «misericordiosi», e in rigidi, i «legalisti»; oppure, in «ricchi», da condannare e in «poveri», da elogiare. Un rigorismo esaltato nella concezione della povertà potrebbe degenerare in ideologia idolatrica. 
Francesco dice che non bisogna odiare i ricchi, e non bisogna avere rabbia per una persona ricca: “no: questo non è cristiano”, ma chiede di pregare per coloro che “hanno troppo, che non sanno cosa fare con i soldi e vogliono di più”; e di pregare anche “per quei ricchi che non hanno capito che la loro ricchezza non è per loro”; dobbiamo pregare perché non si corrompano e “perché facciano un buon uso della ricchezza”, e la sappiano amministrare per fare del bene; perché “se non la amministrano loro - ha avvertito il Papa - la amministra il diavolo contro di loro”. Francesco non è un «pauperista» ideologizzato e per questo sa apprezzare anche quelle “persone che hanno soldi e sono generose, aiutano, amministrano e conducono una vita austera, una vita semplice, una vita di lavoro”. Il Vescovo di Roma, attraverso la scelta preferenziale degli ultimi si propone di rinnovare la vita della Chiesa, perché anche oggi, come fu per san Francesco, il Signore affida al suo Vicario il compito di «riparare» la sua Chiesa, insidiata dalla tentazione del potere, della gloria umana e della ricchezza. In più occasioni il Vescovo di Roma ha esortato i Pastori della Chiesa ad un salutare distacco dai beni materiali di questo mondo. Non si tratta di spogliarsi di tutto, come hanno saputo fare i Santi, come per esempio san Francesco o il beato Domingo y Sol, il quale diceva che “per soccorrere chi ha bisogno si doveva essere disposti a «vendere la camicia». Io non vi chiederò tanto - dice il Papa - «preti scamiciati», no; ma solo che siate testimoni di Gesù, attraverso la semplicità e l’austerità di vita, per diventare promotori credibili di una vera giustizia sociale”. Lo slancio apostolico di Papa Francesco lo spinge ad aderire a Cristo fino a diventare «cristiforme»: «non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20). I suoi insegnamenti e il suo esempio sono uno stimolo forte e costante per tutti i cristiani e per gli uomini di buona volontà; sono un richiamo a conformarsi sempre più alle esigenze del Vangelo della gioia e a non cedere alla tentazione del potere e del denaro. Senza mezzi termini, il Vescovo di Roma ha ribadito che “un cristiano che non sia umile e povero, distaccato dalle ricchezze e dal potere e soprattutto distaccato da sé, non assomiglia a Gesù”. La Chiesa si riforma, riformando se stessi, seguendo Cristo nella povertà, nell'umiltà, nell'amore alla Croce, nell'obbedienza filiale alla Chiesa, nostra Madre. Chi contesta la Chiesa senza avere carità non offre un servizio; chi ha la presunzione di essere migliore degli altri e di essere l'autentico interprete del Vangelo non fa altro che distruggere e dividere. Per evitare equivoci ideologici sulla povertà, è bene ribadire che Papa Francesco non esalta la povertà in quanto tale; «è una croce» - ha detto - che Gesù stesso ha vissuto, conducendo una vita da povero. “Non avere il necessario è una brutta croce” - ha rimarcato. E ricordando le parole di Gesù sul pericolo delle ricchezze, il Vescovo di Roma avverte: “State attenti, però, perché c’è un altro tesoro: le ricchezze, le troppe ricchezze. E queste rovinano l’anima”, proprio perché - come ha detto in tante altre occasioni - «il diavolo entra dalle tasche, sempre: corrompe».



L’ABBRACCIO DELLA MADRE CHIESA E’ PER TUTTI


DALL’AMORE DELLA LEGGE

ALLA LEGGE DELL’AMORE

Francesco: “La Chiesa non è soltanto per i buoni o per quelli che sembrano buoni o si credono buoni; la Chiesa è per tutti»



di Antonino Legname

La Chiesa di Cristo non è una “Chiesa di «puri», che pretende di giudicare prima del tempo chi sta nel Regno di Dio e chi no”[i]. La Chiesa che sogna Francesco deve avere sempre le porte aperte; mai si devono chiudere in maniera pregiudiziale le porte ad una categorie di persone. E a proposito di porte aperte o chiuse, il filosofo Remo Bodei ci informa: “Per quanto mi riguarda io la porta la lascio aperta”. E auspica che “anche chi ha fede lasciasse la porta aperta al dubbio e al rispetto di quel che pensano o credono gli altri”. Ma lamenta: “mi sembra, però, che questo sia più difficile: la fede diventa presto convinzione di possedere la verità assoluta, fanatismo e dogmatismo”[ii]. Ovviamente, anche guardando la storia passata, non si può negare questo rischio! La fede è un dono misterioso che viene direttamente da Dio e non è un «gene» che alcuni possiedono dalla nascita e altri no. È vero che la fede è un dono di Dio, ma è anche libera risposta dell'uomo; si tratta di un dono che Dio non nega a nessuno di coloro che liberamente gli aprono la “porta”. E allora: “Aprite, anzi spalancate la porta a Cristo” - fu il primo appello accorato di Giovanni Paolo II. In ogni caso, Dio fa piovere il dono della fede su tutti, ma se l'ombrello delle tue sicurezze umane e materiali è aperto non ti bagnerai; occorre chiudere l'ombrello del proprio orgoglio intellettuale e delle proprie certezze concettuali per poter essere inzuppati dalla pioggia della «grazia divina» […]. Non ha molto senso, alla luce del Vangelo, fare una distinzione così netta e discriminante tra credenti e non credenti, dal momento che Dio ama tutti e “fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti” (Mt 5,45). Papa Francesco commenta: “Nostro Padre al mattino non dice al sole: «Oggi illumina questi e questi; questi no, lasciali nell’ombra!». Dice: «Illumina tutti». Il suo amore è per tutti, il suo amore è un dono per tutti, buoni e cattivi”[iii]. È sempre forte “la tentazione di essere scandalizzati dalla libertà di Dio, il Quale fa piovere sui giusti come sugli ingiusti, oltrepassando la burocrazia, l’ufficialità e i circoli ristretti”[iv]. Quando la giustizia diventa mera osservanza della legge opera una divisione tra giusti e peccatori. Gesù invece punta al cuore dei peccatori per offrire loro il perdono e la salvezza. Il Signore non teme lo scandalo e, superando la mentalità del tempo, che operava una separazione netta tra i giusti e i peccatori, tra i puri e gli impuri, si avvicina ai pubblici peccatori, ai malati di lebbra, agli indemoniati e a quelle donne di facili costumi che la gente condannava, emarginava e a volte lapidava. Sono gli esclusi, i cosiddetti «intoccabili», che Gesù cercava ed accoglieva per sanarli e per guarirli. Dava scandalo la sua bontà e la sua misericordia verso coloro che erano ritenuti indegni dai contemporanei[v]. Il Pontefice annota: “si comprende perché, a causa di questa sua visione così liberatrice e fonte di rinnovamento, Gesù sia stato rifiutato dai farisei e dai dottori della legge. Questi per essere fedeli alla legge ponevano solo pesi sulle spalle delle persone, vanificando però la misericordia del Padre”[vi]. Infatti, ha rimarcato il Papa, questi dottori della legge pensavano che ci si potesse salvare soltanto «rispettando tutti i comandamenti», mentre «chi non faceva quello era un condannato». In pratica, “accorciavano gli orizzonti di Dio e facevano l’amore di Dio piccolo, piccolo, piccolo, piccolo, alla misura di ognuno di noi”[vii]. I dottori della legge erano talmente legati all'«amore della legge» che eclissavano la «legge dell'Amore». Ai giovani riuniti a Cracovia per la XXXI Giornata Mondiale della Gioventù, Francesco ha ricordato: “Quanto è difficile accogliere davvero Gesù, quanto è duro accettare un «Dio, ricco di misericordia» (Ef 2,4). Potranno ostacolarvi, cercando di farvi credere che Dio è distante, rigido e poco sensibile, buono con i buoni e cattivo con i cattivi. Invece il nostro Padre «fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni»”[viii]. E la Chiesa, che è Madre di misericordia, “non è soltanto per i buoni o per quelli che sembrano buoni o si credono buoni; la Chiesa è per tutti, e anche preferibilmente per i cattivi”[ix]. Dobbiamo imparare a riconoscerci come fratelli e dobbiamo convincerci che non c'è una Chiesa dei buoni e una Chiesa dei cattivi; “non c’è una Chiesa dei puri e una degli impuri: tutti siamo peccatori e tutti abbiamo bisogno dell’annuncio di Cristo, e se io quando annuncio nella missione Gesù Cristo non penso, non sento che lo dico a me stesso, mi stacco dalla persona e io mi credo - posso credermi - puro e l’altro come l’impuro che ha bisogno”[x]. Tutti siamo peccatori con la possibilità di diventare santi, perché Dio fa piovere la sua grazia sui giusti e sugli ingiusti.

[dal libro di Antonino Legname, La Teopsia di Francesco. Tra scienza e fede, Le Nove Muse Editrice, Catania 2017, pp. 292-293 e 383-385).


[i]   Papa Francesco, Angelus, Piazza San Pietro, 23 luglio 2017.
[ii]  Remo Bodei, I senza Dio. Figure e momenti dell'ateismo, Morcelliana, Brescia 2009  3ª ed., p. 94.
[iii]  Papa Francesco, Omelia, "Domus Sanctae Marthae", 18 giugno 2013.
[iv]  Papa Francesco, Omelia della Messa conclusiva dell'VIII Incontro Mondiale delle Famiglie, B. Franklin Parkway, Philadelphia, Domenica, 27 settembre 2015.
[v]  Cfr. Papa Francesco, Catechesi dell'Udienza Generale, Aula Paolo VI, 9 agosto 2017.
[vi]  Papa Francesco, Misericordiae vultus, 20.
[vii]  Papa Francesco, Omelia, "Domus Sanctae Marthae", 15 ottobre 2015.
[viii] Papa Francesco, Omelia della Messa a conclusione della XXXI Giornata Mondiale della Gioventù, al “Campus Misericordiae” di Kraków, 31 luglio 2016.
[ix]  Papa Francesco, Catechesi dell'Udienza Generale, Piazza San Pietro, 28 settembre 2016.
[x]  Papa Francesco, Discorso ai Giovani della Missione diocesana, Santuario della Madonna della Guardia, Genova, 27 maggio 2017.

lunedì 4 maggio 2020

NELLA CHIESA C’E’ POSTO PER TUTTI


NO ALLA PSICOLOGIA DELLA DIVISIONE
Francesco: «Dire noi siamo i giusti, gli altri i peccatori” per creare divisione, è una malattia della Chiesa che nasce dalle ideologie o dai partiti religiosi»

(Foto da Vatican.va)

di Antonino Legname

Anche nella Chiesa, in nome della «purezza della legge», ci può essere la tentazione di dividere gli uomini in buoni e cattivi, in giusti e peccatori. Papa Francesco, nella Meditazione della Messa a Santa Marta il 4 maggio 2020, ha detto che «c’è sempre nella Chiesa – e tanto nella Chiesa primitiva, perché non era chiara la cosa – questo spirito di “noi siamo i giusti, gli altri i peccatori”. Questo “noi e gli altri”, “noi e gli altri”, le divisioni: “Noi abbiamo proprio la posizione giusta davanti a Dio”. Invece ci sono “gli altri”, si dice anche: “Sono i “condannati”». Questo modo di pensare era comune al tempo di Gesù e c’erano almeno quattro partiti religiosi – ricorda Francesco - «il partito dei farisei, il partito dei sadducei, il partito degli zeloti e il partito degli esseni, e ognuno interpretava la legge secondo “l’idea” che aveva». E talmente erano radicati nella loro convinzione che rimproveravano Gesù «di entrare in casa dei pubblicani – che erano peccatori, secondo loro – e a mangiare con loro, con i peccatori, perché la purezza della legge non lo permetteva; e non si lavava le mani prima del pranzo … sempre quel rimprovero che fa divisione». Il Pontefice non esita a definire patologico il comportamento di chi cerca e favorisce la divisione appellandosi alla purezza, a volte formalistica, della legge: «questa è una malattia della Chiesa, una malattia che nasce dalle ideologie o dai partiti religiosi». A volte si rischia di assolutizzare la propria idea fino al punto da subordinare il bene dell’unità alla divisione. Papa Francesco racconta che un Cardinale emerito, che vive in Vaticano, diceva ai suoi fedeli: “La Chiesa è come un fiume, sai? Alcuni sono più di questa parte, alcuni dell’altra parte, ma l’importante è che tutti siano dentro al fiume”. Francesco aggiunge: «Questa è l’unità della Chiesa. Nessuno fuori, tutti dentro», ciascuno con le proprie peculiarità, che non devono essere assolutizzate o imposte agli altri. Gesù è il Buon Pastore che ha a cuore la salvezza di «tutte» le pecorelle, anche di quelle che «non provengono da questo recinto». E nella parabola della festa di nozze si dice che il padrone arrabbiato per aver ricevuto il rifiuto degli invitati, manda a cercare gli «altri», «grandi e piccoli, ricchi e poveri, buoni e cattivi». Francesco sottolinea con forza questo «tutti», per ribadire che il Signore «è venuto per tutti ed è morto per tutti». E a qualcuno che avesse il dubbio che Gesù «è morto anche per quel disgraziato che mi ha reso la vita impossibile», il Papa risponde: «È morto pure per lui». Ma anche “per quel brigante?”». La risposta è  “sì”: «è morto per lui. Per tutti. E anche per la gente che non crede in lui o è di altre religioni: per tutti è morto». Non dobbiamo mai dimenticare che «abbiamo un solo Redentore, una sola unità». Pertanto, bisogna vincere la tentazione della divisione e del partitismo nella Chiesa. Non hanno senso le cosiddette cordate, che sono la malattia di sempre; «anche Paolo l’ha sofferta: “Io sono di Paolo, io sono di Apollo, io sono di questo, io sono dell’altro …”». Papa Francesco ricorda che anche dopo il Concilio Vaticano II la Chiesa ebbe a soffrire le divisioni: “Io sono di questa parte, io la penso così, tu così …”». Ovviamente, non si tratta di omologare tutte le idee o di livellare il pensiero umano, ma di salvare l’unità della Chiesa nella carità e nella verità, «sotto il pastore Gesù», che è il «pastore di tutti». Il Papa ha voluto pregare il Signore affinché «ci liberi da quella psicologia della divisione, di dividere, e ci aiuti ad essere tutti fratelli» in Gesù «Pastore di tutti».    

martedì 28 aprile 2020

«LA VERITÀ NON TOLLERA LE PRESSIONI»


IL LINCIAGGIO QUOTIDIANO
Francesco: «Notizie false, calunnie che riscaldano il popolo e chiedono la giustizia. È un linciaggio, un vero linciaggio»



di Antonino Legname

«Pensiamo alla nostra lingua: tante volte noi, con i nostri commenti, iniziamo un linciaggio del genere. E nelle nostre istituzioni cristiane, abbiamo visto tanti linciaggi quotidiani che sono nati dal chiacchiericcio» - ha detto Papa Francesco nella Meditazione della Messa a Santa Marta, il 28 aprile 2020. Il Pontefice prende lo spunto dalla lapidazione del primo martire cristiano, Stefano, il quale ebbe un giudizio sommario ed ingiusto, costruito con le false testimonianze, che ebbe come epilogo la condanna a morte con l’accusa di bestemmia; così era stato anche per Gesù. Purtroppo, da sempre nella storia ci sono stati i processi popolari che hanno influenzato e a volte determinato il giudizio definitivo dei giudici: «notizie false, calunnie che riscaldano il popolo e chiedono la giustizia. È un linciaggio, un vero linciaggio». Francesco fa notare che per il giudice a volte non è sempre facile andare contro l’opinione pubblica che fa pressioni affinché venga ratificato quello che già il popolo ha deciso. Dice il Papa: «il giudice deve essere molto, molto coraggioso per andare contro un giudizio “così popolare”, fatto apposta, preparato». Quello che fece Pilato, quando vide la reazione del popolo e se ne lavò le mani pur vedendo chiaramente che Gesù era innocente. Questo è un modo scorretto di fare giurisprudenza - lamenta Francesco – che si utilizza anche oggi in alcuni Paesi, «quando si vuole fare un colpo di Stato o “far fuori” qualche politico perché non vada alle elezioni, si fa questo: notizie false, calunnie, poi si affida ad un giudice di quelli ai quali piace creare giurisprudenza con questo positivismo “situazionalista” che è alla moda, e poi condanna. È un linciaggio sociale». Parole chiare e forti che Francesco usa per condannare questo modo populista di fare giustizia, di condannare innocenti che sono stati giudicati colpevoli dall’opinione pubblica popolare. E’ quello che è successo ad Asia Bibi, accusata e condannata per blasfemia: «dieci anni in carcere perché è stata giudicata da una calunnia e da un popolo che ne vuole la morte». Francesco constata amaramente che davanti alla «valanga di notizie false che creano opinione, tante volte non si può fare nulla, non si può fare nulla». E con pena Francesco ripensa alla Shoah: «è stata creata l’opinione contro un popolo e poi era normale dire: “Sì, sì, vanno uccisi, vanno uccisi”. Un modo di procedere per “far fuori” la gente che è molesta, che disturba». Ancora una volta il Vescovo di Roma torna a condannare la brutta abitudine del «chiacchiericcio» che si configura come «linciaggio quotidiano» sulle persone per «creare una cattiva fama sulla gente, scartarla e condannarla». E per essere ancora più concreti Francesco fa l’esempio di chi sparla di qualcuno e dice: «“Ma no, questa persona è una persona giusta!” – “No, no, si dice che…”, e con quel “si dice che” si crea un’opinione per farla finita con una persona». Purtroppo, questa amara realtà delle chiacchiere per fare opinione e per distruggere la buona fama delle persone può essere presente anche a livello ecclesiale all’interno delle nostre comunità. «La verità – conclude il Papa – non tollera le pressioni». La meditazione del Papa ci porta a considerare con più attenzione anche il modo di fare giustizia nella Chiesa: un processo giusto richiede sempre il contraddittorio tra le parti in causa per garantire, a chi viene accusato, il sacrosanto diritto naturale alla difesa, al fine di evitare sentenze approssimative e ingiuste.

lunedì 27 aprile 2020

CHIESA E MASS MEDIA: LA SFIDA DELLA NUOVA EVANGELIZZAZIONE – SECONDA PARTE


IL PULPITO MODERNO
Francesco: «Non abbiate timore di farvi cittadini dell’ambiente digitale. La rivoluzione dei mezzi di comunicazione e dell’informazione è una grande e appassionante sfida, che richiede energie fresche e un’immaginazione nuova per trasmettere agli altri la bellezza di Dio»


di Antonino Legname

«La rivoluzione dei mezzi di comunicazione e dell’informazione è una grande e appassionante sfida, che richiede energie fresche e un’immaginazione nuova per trasmettere agli altri la bellezza di Dio», ha scritto Francesco nel Messaggio della 48ma Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali (abbr. GMCS). Non c’è dubbio che la Chiesa oggi si trovi ad affrontare la grande sfida dei mass media. Di fronte a tale sfida non serve né il rigetto a priori, né l’accettazione passiva. Direbbe Umberto Eco che nei confronti dei mezzi di comunicazione sociale non dobbiamo essere né «apocalittici», nel senso di vedere sempre e tutto negativo con tanti pericoli per l’umanità; e neppure «integrati», quando si pensa di non poter vivere senza questi strumenti e se ne minimizzano i rischi e i pericoli. Papa Francesco esorta i cristiani: «Non abbiate timore di farvi cittadini dell’ambiente digitale. È importante l’attenzione e la presenza della Chiesa nel mondo della comunicazione, per dialogare con l’uomo d’oggi e portarlo all’incontro con Cristo: una Chiesa che accompagna il cammino sa mettersi in cammino con tutti. Se in questo lungo periodo di quarantena, in cui siamo stati obbligati a stare «tutti a casa», non ci fosse stato il sostegno della tecnologia digitale e di internet, avremmo vissuto con grande difficoltà questo distanziamento e isolamento sociale ed ecclesiale. Papa Francesco fa presente che: «l’ambiente mediale oggi è talmente pervasivo da essere ormai indistinguibile dalla sfera del vivere quotidiano. La rete è una risorsa del nostro tempo, è una fonte di conoscenze e di relazioni un tempo impensabili» (53ma GMCS). La Chiesa ritiene che questi strumenti debbano essere usati, non solo per la corretta informazione, ma anche per la formazione, l’educazione e l’evangelizzazione; ovviamente anche per l’onesto svago. Se usati bene e per il bene sono un prezioso dono di Dio, favoriscono il progresso e l’unità della famiglia umana e aiutano a costruire la pace per lo sviluppo dei popoli. Pertanto, nel Villaggio globale in cui viviamo, la Chiesa ha il dovere di usare anche gli strumenti della comunicazione sociale per annunciare il Vangelo a tutti gli uomini fino agli estremi confini della terra. Già il Concilio Vaticano II, con il Decreto Inter Mirifica, rivolgeva un pressante appello a tutta la Chiesa, affinché utilizzi «senza indugio» e «col massimo impegno» gli strumenti della comunicazione sociale «nelle varie forme di apostolato».  I Padri conciliari hanno insistito sul fatto che questi strumenti non solo possono, ma devono essere «ordinariamente» utilizzati per l’annuncio del Vangelo; non sostituiscono i metodi tradizionali ma li integrano. Paolo VI definiva gli strumenti della comunicazione sociale una «versione moderna ed efficace del pulpito. Grazie ad essi la Chiesa riesce a parlare alle moltitudini» (Evangelii Nuntiandi, n. 45).
Immaginate quella sera del 27 marzo 2020, Papa Francesco da solo in una Piazza San Pietro deserta, senza la presenza fisica del popolo di Dio! Gli Operatori della comunicazione sociale con i loro potenti strumenti tecnologici hanno dato voce a quell’evento di commossa preghiera del Papa trasformandolo in un avvenimento planetario di profonda emozione. Anche la Via Crucis del Venerdì Santo, che si è svolta in Piazza San Pietro senza la gente, ha avuto una grande risonanza mediatica; veramente i mezzi di comunicazione sociale sono una grande finestra aperta sul mondo. Mai come oggi suona così attuale l’invito di Gesù a «predicare sui tetti». E in questo tempo di pandemia da Covid-19, incredibilmente si è realizzato alla lettera questa raccomandazione del Signore. Abbiamo visto Vescovi e Sacerdoti pregare e annunciare il Vangelo sui tetti delle case e delle Chiese.
E allora, senza paure, senza complessi di inferiorità e senza indugio entriamo sempre di più in questa immensa piazza mediatica, che Giovanni Paolo II non esitava a chiamare «aeropago del tempo moderno». Impariamo ad usare con professionalità e creatività questi strumenti della comunicazione per veicolare il messaggio del Vangelo, che è sempre lo stesso, ma viene trasmesso agli uomini d’oggi con i linguaggi a loro comprensibili. Alla predicazione tradizionale, fatta a viva voce, va aggiunta oggi la predicazione mediante i mass media. Nella strategia della nuova evangelizzazione cambiano i modi, i linguaggi e i veicoli di annuncio, ma rimangono identici i contenuti e le finalità. E a proposito dell’inflazione della parola, diceva Paolo VI: «L'uomo moderno sazio di discorsi si mostra spesso stanco di ascoltare e, peggio ancora, immunizzato contro la parola» (EN 42). E per rafforzare la sua convinzione, lo stesso Paolo VI aggiunge: «Conosciamo anche le idee di numerosi psicologi e sociologi, i quali affermano che l'uomo moderno ha superato la civiltà della parola, ormai inefficace ed inutile, e vive oggi nella civiltà dell'immagine».
Diceva don Giacomo Aberione, pioniere nel campo della comunicazione sociale, che la Chiesa non può più andare in diligenza mentre il mondo corre veloce in Jet. I tempi sono nuovi, il mondo va rapidamente, bisogna adeguarsi, perché chi si ferma o rallenta viene sorpassato. Con uno slogan possiamo dire che la Chiesa deve «educarsi ai mass media» e deve «educare con i mass media» per annunciare con coraggio, senza proselitismo, il Vangelo dell’amore «a tutte le Nazioni» e «sino agli estremi confini della terra». Il Concilio Vaticano II ha aperto una meravigliosa «pista di lancio» per spingere la Chiesa a spiccare il volo verso gli spazi digitali, ma ancora è molto lenta la fase del decollo. Va dato merito a quanti, Vescovi, Sacerdoti e Laici in questo difficile, e sotto certi aspetti frustrante, periodo di pandemia hanno saputo scommettersi, anche rischiando, nell’utilizzo dei mezzi digitali per incontrare virtualmente il popolo di Dio. Non perdiamo questo bagaglio di esperienza nel mondo degli strumenti della comunicazione sociale per continuare l’opera di evangelizzazione, ovviamente favorendo sempre l’incontro personale e la partecipazione reale e attiva alla vita sacramentale che è insostituibile. Non perdiamo mai di vista – come dice Papa Francesco - che la rete digitale può essere un luogo ricco di umanità e deve diventare «non una rete di fili ma di persone umane» (48ma GMCS).

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