Ubi Petrus, ibi Ecclesia: "Dove c'è Pietro, lì c'è la Chiesa" (Sant'Ambrogio, Explanatio Psalmi XL, 30, 5)

venerdì 27 marzo 2020

L’INTELLIGENZA DIABOLICA PER FARE IL MALE AGLI ALTRI


IL SILENZIO DEL GIUSTO DAVANTI ALL’ACCANIMENTO
Francesco: «Dietro ogni accanimento c’è il demonio, per distruggere l’opera di Dio»


Papa Francesco, Messa a Santa Marta, 27 marzo 2020 (foto da vatican.va)


di Antonino Legname

«Davanti allo spirito di accanimento, bisogna avere il coraggio di tacere», ha detto Papa Francesco nella Meditazione della Messa a Santa Marta, il 27 marzo 2020. Commentando le Letture bibliche della Messa del giorno, il Papa ha spiegato che l’uomo giusto deve essere pronto a sopportare con pazienza, e a volte anche con il silenzio, l’accanimento contro di lui da parte di certa “gente malvagia”. Il Vescovo di Roma non esita a dire che dietro ogni accanimento c’è sempre l’opera del diavolo: «che cerca di distruggere e non risparmia i mezzi». Così è stato per Giobbe e così fu anche per Gesù. Il compito del diavolo è quello di dividere e di «distruggere l’opera di Dio». Nella sua opera diabolica, il maligno agisce con scaltrezza: a volte agisce a distanza con le «tentazioni normali», quando per esempio tra le persone c’è una «discussione o una inimicizia», ma quando inizia l’accanimento nei confronti di qualcuno per fargli del male, allora la «presenza del demonio» è vicina e forte. Il Vescovo di Roma ci esorta a pensare all’accanimento del diavolo che tenta con ogni mezzo Gesù nel deserto; e non bisogna dimenticare «le persecuzioni dei cristiani» - ricorda il Papa - «come il diavolo ha cercato i mezzi più sofisticati per portarli all’apostasia, ad allontanarsi da Dio». Possiamo dire che questo modo di agire con accanimento contro qualcuno è «diabolico: sì, è intelligenza diabolica». A volte, il diavolo ci porta a fare bene il male, e a fare male il bene, usando modi e strategie sofisticate, sottili e subdole. Per far comprendere meglio dove arriva l’accanimento diabolico nella persecuzione, Francesco riferisce il racconto di alcuni Vescovi, di uno dei Paesi dove c’era la dittatura con un regime ateo, dove i cristiani venivano perseguitati: «il lunedì dopo Pasqua le maestre dovevano domandare ai bambini: “Cosa avete mangiato, ieri?”, e i bambini [nella loro innocenza e semplicità] dicevano cosa c’era a pranzo. E alcuni dicevano: “Uova”, e quelli che dicevano “uova” poi erano perseguitati» e alcuni anche uccisi. Questo era un modo sottile di fare spionaggio per scoprire chi era cristiano, dato che «in quel Paese i cristiani mangiavano le uova, la Domenica di Pasqua». Cosa si deve fare quando qualcuno avverte che c’è accanimento contro di lui? Il Papa avverte: «discutere con questa gente non è possibile perché hanno le proprie idee, idee fisse, idee che il diavolo ha seminato nel [loro] cuore». E allora «cosa si può fare?». Francesco consiglia: «Quello che ha fatto Gesù: tacere». E spiega: «Colpisce, quando leggiamo nel Vangelo che davanti a tutte queste accuse Gesù taceva. Davanti allo spirito di accanimento, soltanto il silenzio, mai la giustificazione. Mai. Gesù ha parlato, ha spiegato. Quando ha capito che non c’erano parole, il silenzio. E in silenzio Gesù ha vissuto la sua Passione. È il silenzio del giusto davanti all’accanimento». Questo è il momento in cui il silenzio è d’oro, come si dice comunemente. Quando qualcuno si sente minacciato perché avverte un certo «chiacchiericcio» contro la propria persona, e a volte con accanimento quotidiano «si dicono le cose e poi non viene fuori niente», bisogna stare in silenzio. Bisogna avere il coraggio e la pazienza di «subire e tollerare l’accanimento del chiacchiericcio», anche quando si trasforma in «accanimento sociale: nella società, nel quartiere, nel posto di lavoro», e possiamo aggiungere anche nelle comunità cristiane. L’accanimento ha come scopo: «distruggere l’altro perché si vede che l’altro disturba, molesta». In conclusione, Francesco invita a chiedere al Signore la grazia di lottare contro il cattivo spirito, di discutere quando dobbiamo discutere; ma avere il coraggio di tacere  davanti allo spirito di accanimento». Allora è bene stare «in silenzio, davanti a Dio», il solo che non guarda le apparenze, ma legge nel cuore di ogni uomo.

martedì 17 marzo 2020

LA DIFFICILE LEZIONE SUL PERDONO


IL TESORO DEL DIAVOLO È L’ODIO
Francesco: «Sempre si deve perdonare, ma non è facile perdonare, perché il nostro cuore egoista è sempre attaccato all’odio, alle vendette, ai rancori»

 
Papa Francesco durante la Messa a Santa Marta, 17 marzo 2020 (foto da vatican.va)


di Antonino Legname

«Tutti abbiamo visto famiglie distrutte dagli odi familiari che si rimandano da una all’altra generazione» - ha detto Papa Francesco nella Meditazione della Messa a Santa Marta, il 17 marzo 2020. Purtroppo, a volte ci sono «fratelli che, davanti alla bara di uno dei genitori, non si salutano perché portano avanti rancori vecchi». L’odio è un potente acido che corrode i cuori e brucia anche gli affetti più cari. Per questo il diavolo, cioè colui che per sua natura “divide” e “separa”, ha fatto dell’odio il suo “tesoro” per inquinare la fonte dell’amore nel cuore degli uomini. Il diavolo, infatti, ha spiegato il Papa, «si accovaccia sempre tra i nostri rancori, tra i nostri odi e li fa crescere, li mantiene lì per distruggere. Distruggere tutto. E tante volte, per cose piccole, distrugge». Il Vescovo di Roma insiste nel dire che la ricchezza del diavolo è quella di seminare odio e di spingere gli uomini a non perdonare: «C’è gente — annota il Papa — che vive condannando gli altri, parlando male degli altri, sporcando continuamente i compagni di lavoro, sporcando i vicini, i parenti, perché non perdona una cosa che gli hanno fatto o non perdona una cosa che non le è piaciuta». Ma quante volte bisogna perdonare chi ci fa del male? Gesù insegna che bisogna perdonare “sempre” anche se «non è facile perdonare, perché il nostro cuore egoista è sempre attaccato all’odio, alle vendette, ai rancori». Ma con quale coerenza possiamo pregare il Padre Nostro di rimettere i nostri debiti se noi non li rimettiamo ai nostri debitori? Come posso pretendere il perdono di Dio se io non sono disposto a perdonare chi mi ha fatto del male? Sappiamo bene che «quando Dio ci perdona, dimentica tutto il male che abbiamo fatto». Tanto che, come diceva qualcuno, il perdono «è la malattia di Dio», perché Dio «è capace di perdere la memoria, in questi casi. Dio perde la memoria delle storie brutte di tanti peccatori, dei nostri peccati. Ci perdona e va avanti». E noi riusciamo a dimenticare il male ricevuto? Un'anziana signora, quasi centenaria, una volta mi diede questo saggio consiglio: "Impara a scrivere sulla sabbia il male ricevuto perché il vento ne disperda la memoria; e scrivi sul marmo il bene ricevuto perché il tempo ne perpetui la memoria". Noi tante volte facciamo proprio il contrario! Papa Francesco ci ricorda che «il perdono è condizione per entrare in cielo», è la porta stretta che ci porta alla salvezza. Un vero cristiano non si vendica, non cova rancore e odio nel suo cuore e non dice mai: «me la pagherai». Il consiglio pratico del Papa è: «se quando vai a messa ti ricordi che il tuo fratello ha qualcosa contro di te, riconciliati, prima». Il Signore chiede coerenza, come se dicesse: «non venire da me con l’amore verso di me in una mano e l’odio nei confronti del fratello nell’altra». In conclusione, Francesco esorta a coltivare «l’unità, l’amicizia, la pace tra i fratelli» per attirare la benevolenza di Dio», e chiede di pregare affinché il Signore ci aiuti «ad abbassare la testa, a non essere superbi, a essere magnanimi nel perdono». E in ogni caso, se non vogliamo perdonare per amore, almeno perdoniamo “per interesse”, nel senso che solo «se io perdono, sarò perdonato» da Dio.

mercoledì 11 marzo 2020

IL VALORE DELLA SOLIDARIETA’ INTERNAZIONALE IN TEMPO DI CORONAVIRUS


PREGHIERA, DONAZIONE E SERVIZIO NELLA LOTTA AL COVID-19

 

«La preghiera è la nostra forza, la preghiera è la nostra risorsa. Tu, quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà (Mt 6,6)».

di Antonino Legname


«In questo momento, vorrei rivolgermi a tutti gli ammalati che hanno il virus e che soffrono la malattia, e ai tanti che soffrono incertezze sulle proprie malattie. Ringrazio di cuore il personale ospedaliero, i medici, le infermiere e gli infermieri, i volontari che in questo momento tanto difficile sono accanto alle persone che soffrono. Ringrazio tutti i cristiani, tutti gli uomini e le donne di buona volontà che pregano per questo momento, tutti uniti, qualsiasi sia la tradizione religiosa alla quale appartengono», ha detto Papa Francesco durante l’Udienza Generale dell’11 marzo 2020 tele-trasmessa dalla Biblioteca del Palazzo Apostolico. Alle parole cariche di gratitudine del Pontefice fa eco il Messaggio di oggi del Card. Peter Kodwo Appiah Turkson, Prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale. Il Porporato vuole rinnovare la vicinanza della Chiesa, nell’animazione della pastorale della salute, a tutti coloro che soffrono a causa del contagio del COVID-19: «Stiamo vivendo giorni di forte preoccupazione e crescente inquietudine, giorni in cui la fragilità umana e la vulnerabilità della presunta sicurezza nella tecnica sono insidiate a livello mondiale dal Coronavirus (COVID-19), davanti al quale si stanno piegando tutte le attività più significative, come l’economia, l’imprenditoria, il lavoro, i viaggi, il turismo, lo sport e perfino il culto, e il suo contagio limita notevolmente anche la libertà di spazio e di movimento». Non c’è dubbio che le limitazioni nel culto e nelle celebrazioni liturgiche senza la partecipazione del popolo costituisca una grande prova che, però, non bisogna «vivere tutto come una privazione - ha scritto Turkson - Se non possiamo riunirci nelle nostre assemblee per vivere insieme la nostra fede, come siamo soliti fare, Dio ci offre l’occasione per arricchirci, per scoprire nuovi paradigmi, e ritrovare il rapporto personale con Lui. Gesù ci ricorda:Tu invece, quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà(Mt, 6,6)». 
L’Arcivescovo di Catania. Mons. Salvatore Gristina ha indirizzato oggi un Messaggio ai Presbiteri e ai Diaconi dell’Arcidiocesi agatina, affinché nelle presenti circostanze facciano proprie le parole oranti di San Paolo, il quale si rivolge a Dio di ogni consolazione che “ci consola in ogni nostra tribolazione, perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in ogni genere di afflizione con la consolazione con cui noi stesi siamo consolati da Dio” (2 Cor 1,3-4). Scrive Gristina: «sentiamoci particolarmente consolati dal Signore per poter più efficacemente consolare la nostra gente in suo nome e con ogni possibile vicinanza solidale e paterna». In questo tempo di Quaresima siamo chiamati, pur senza segni liturgici comunitari, a fare «un cammino ancora più radicato su ciò che sostiene la vita spirituale: la preghiera, il digiuno e la carità». Il Card. Turkson si augura che questo momento di grande necessità possa «essere un tempo propizio per rafforzare la solidarietà e la vicinanza tra gli Stati, l’amicizia tra le persone. È questo il tempo di promuovere la solidarietà internazionale nella condivisione degli strumenti e delle risorse». Accorato è l’appello rivolto ad ogni persona, credente o non credente, a vivere questo difficile momento di pandemia da Coronavirus come un «tempo propizio per comprendere il valore della fratellanza, dell’essere legati l’uno all’altro in un modo indissolubile; un tempo nel quale, nell’orizzonte della fede, il valore della solidarietà, il quale sgorga dall’amore che si sacrifica per gli altri “ci aiuta a vedere l’«altro» - persona, popolo, o Nazione». La solidarietà deve essere incarnata nella donazione e nel servizio al prossimo: «al vicino di casa, al collega di ufficio, all’amico di scuola, ma soprattutto ai medici e agli infermieri che rischiano la contaminazione e l’infezione per salvare i contagiati. Questi operatori vivono e indicano a noi il senso del mistero della Pasqua». Il messaggio del Card. Turkson si conclude con l’auspicio che «l’impegno profuso per contenere la diffusione del Coronavirus sia accompagnato dall’impegno di ogni singolo fedele per il bene più grande: la riconquista della vita, la sconfitta della paura, il trionfo della speranza». Nel difficile momento che viviamo affidiamo noi stessi, le nostre famiglie e tutte le persone interessate dal contagio all'intercessione della Vergine Maria, Madre dell’umanità. Oggi Papa Francesco, attraverso un videomessaggio, ha voluto rivolgere una preghiera alla Madonna del Divino Amore:

[…] Noi ci affidiamo a te, Salute dei malati,
che presso la croce sei stata associata 
al dolore di Gesù,
mantenendo ferma la tua fede.
Tu, Salvezza del popolo romano,
sai di che cosa abbiamo bisogno
e siamo certi che provvederai
perché, come a Cana di Galilea,
possa tornare la gioia e la festa
dopo questo momento di prova.

martedì 4 febbraio 2020

MEDITAZIONE DI MONS. ANTONINO LEGNAME IL 4 FEBBRAIO 2020 IN PIAZZA IOLANDA A CATANIA


 IL POPOLO DI  AGATA IN FESTA
«Dall’ammirazione all’imitazione delle virtù eroiche della Santa Patrona di Catania»

Meditazione di Mons. Legname in Piazza Jolanda
La festa che celebriamo in onore di sant’Agata Vergine e Martire richiama la nostra attenzione sui sentimenti con i quali questa fanciulla, segnata dalla predilezione divina, affrontò il martirio restando fedele a Cristo e al suo Vangelo. Giustamente ogni anno la nostra città di Catania vuole onorare la sua Santa Patrona con particolari festeggiamenti molto sentiti specialmente a livello popolare. Sant’Agata gradisce certamente questi omaggi dei suoi devoti e vorrebbe che essi fossero espressi non solamente con le manifestazioni esteriori, molto belle, ma soprattutto con comportamenti privati e pubblici che fossero in sintonia con le esigenze di una vita giusta ed onesta, con le norme del buon vivere civile e con le tradizioni preziose della nostra terra. Sgorga spontaneo dal cuore dei catanesi il senso vivo di ammirazione per la nostra Santa Patrona che ha portato il nome di Catania e della Sicilia cristiana in tutto il mondo. E il nostro entusiasmo è legittimo, è giusto. Ma dall’ammirazione dobbiamo passare all’imitazione delle virtù della nostra Patrona. Forse non siamo chiamati ad imitare Sant’Agata nel martirio cruento, nel sangue, ma siamo chiamati tutti al martirio incruento, cioè alla testimonianza quotidiana della nostra vita e della nostra fede. Se la testimonianza cristiana è stata sempre difficile, lo è particolarmente in questi  nostri tempi, in un contesto in cui la fede appare sempre più fragile, a volte demotivata, esposta alle tante sfide culturali, antropologiche e sociali. La fede spesso è ostacolata dalla mentalità troppo materialista, troppo edonista. C’è un relativismo imperante. La fede è spesso insidiata dall’indifferenza religiosa, perché siamo troppo preoccupati delle cose umane e materiali. L’uomo spesso vive ad una sola dimensione: quella materiale. Cosa significa testimoniare la fede cristiana? Significa anzitutto vivere la fede con coerenza, senza fratture tra il credere e l’operare, sia nella vita privata che in quella pubblica. Perché come ci insegna la Bibbia, nella Lettera di S. Giacomo «la fede senza le opere è morta». Testimoniare la fede significa, inoltre, vivere il proprio credo con coraggio. Dove? Dovunque ci troviamo: in casa, in ufficio, nel posto di lavoro, a scuola, nel divertimento. Dobbiamo avere il coraggio di testimoniare la nostra fede cristiana, perché Gesù ci dice: “Chi si vergognerà di me e delle mie parole, anch’io un giorno mi vergognerò di lui davanti al Padre mio”. Se sant’Agata ha sacrificato la vita per non tradire la fede, anche noi siamo chiamati a sacrificare qualcosa del nostro «Io» per affermare il primato di Dio nella nostra vita e nella società. Dice il Signore: “Chi mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio». Dove Sant’Agata ha attinto quella forza necessaria per affrontare in maniera cruenta il sacrificio del martirio? La sua adesione a Cristo. Come scrive san Paolo ai Galati: «Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me». L’esemplarità virtuosa della testimonianza di fede e di amore di Sant’Agata si innesta in un contesto di decadenza civile e morale. Di fronte alle lusinghe e alle monacce del suo carnefice, Agata rese testimonianza con la purezza del cuore e dei costumi e con il martirio della vita. La forza di Agata non derivava dalla nobiltà d’origine, non dalla bellezza umana, ma dall’unica vera fonte: quella forza interiore capace di trasformare la debolezza in eroismo di testimonianza, fino al punto di dire con San Paolo: «Quando sono debole, è allora che sono forte». E questa forza Agata l’ha ricevuta da Cristo. Il cristiano, dunque, è colui che rende testimonianza nel mondo; che non si limita soltanto alla vita cultuale, ma si impegna anzitutto per costruire un mondo più giusto, per edificare la civiltà dell’amore nella pace. Non disperò Agata di fronte ai suoi carnefici. Una giovinetta quindicenne come avrebbe potuto resistere alle minacce, alle lusinghe, ai tormenti e alle sofferenze di ogni genere senza tenere lo sguardo fisso su Gesù? É nella fede in Dio che Agata trova la forza della fedeltà e della perseveranza cristiana; soprattutto nei momenti dell’umiliazione e della tortura cui venne sottoposta.
Oh Agata, come avresti potuto sopportare la durissima carcerazione, la solitudine, il feroce terribile scempio delle tue mammelle, senza Gesù, tua speranza, tuo unico amore? Tenendo fisso lo sguardo su Gesù, con la forza della tua fede e della tua carità operosa, hai gridato al mondo intero, o Vergine Agata, il primato di Dio. Questo ci dice Agata! Nel corso dei secoli continua a dirci: Dio al primo posto! Quando non c’è Dio si rischia il disordine morale e il disordine civile. Come narrano gli Atti del suo martirio, Agata, durante la tortura, invitata a desistere dalla professione della sua fede, si opponeva al carnefice; la gioia di Agata anche nelle sofferenze; perché queste sofferenze la preparavano al paradiso. Soffrire e piangere è umano; soffrire in silenzio è eroico; soffrire e gioire è divino. Questa è la logica dei Santi, che potevano dire: «è tanto il bene e la gioia che mi aspetto che ogni pena in questa vita mi è diletto». Come Agata, anche noi siamo chiamati alla santità. La santità non è prerogativa di alcuni privilegiati, ma è vocazione di tutti; tutti siamo chiamati ad essere santi. Come diceva Sant’Agostino: «Si isti et istae, cur non ego?», cioè: se loro ci sono riusciti, perché non devo riuscire anch’io ad essere santo? Qualcuno potrebbe dire: “ma io ho un passato di peccato, di fragilità, di cattiveria!”. Come spesso dice Papa Francesco: «Non c’è Santo che non abbia un passato di fragilità e di peccato, e non c’è peccatore che non abbia un futuro e un orizzonte di santità». Chiediamo alla nostra Santa Patrona di crescere nella santità; di essere testimoni coerenti della nostra fede; di saper coniugare il nostro essere cittadini e il nostro essere cristiani; così da poter dire: «Cittadini cristiani; Cristiani cittadini, “semu tutti devoti tutti, viva Sant’Agata».

martedì 24 dicembre 2019

IL NATALE È LA CAREZZA DI DIO ALL’UMANITA’


IL PIU' GRANDE SPETTACOLO 

DOPO IL BIG BANG

Francesco: "Il Dio che non ha storia ha voluto fare storia"



di Antonino Legname

L'incarnazione del Figlio di Dio è il più grande “spettacolo” dopo il big bang, mai visto nella storia degli uomini: Dio si fa uomo. Quando giunse la pienezza dei tempi, cioè quando i tempi furono maturi, Dio si è rivelato in Gesù Cristo. Papa Francesco spiega che la “pienezza dei tempi” non coincide con il momento storico in cui era dominante la geopolitica dell'impero romano; non era quello il tempo migliore. Ma la «pienezza» si deve comprendere a partire da Dio e dalla sua decisione di realizzare le sue promesse messianiche. “Non è la storia che decide della nascita di Cristo; è, piuttosto, la sua venuta nel mondo che permette alla storia di giungere alla sua pienezza”. La “pienezza dei tempi”, dunque, è il momento in cui l'amore di Dio diventa talmente forte ed incontenibile da richiedere di essere travasato nell'umanità: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito» (Gv 3,16). Quando Dio decide di entrare in prima persona nella storia umana quello è il momento in cui si realizza la «pienezza dei tempi». “Il culmine della forza di Dio, della salvezza di Dio, è stato proprio nell’incarnazione del Verbo” - ha ricordato Francesco. Perché Dio si è incarnato? Il Papa risponde: “Per permetterci di conoscerlo, accoglierlo e seguirlo, il Figlio di Dio ha assunto la nostra carne, e così la sua visione del Padre è avvenuta anche in modo umano, attraverso un cammino e un percorso nel tempo. La fede cristiana è fede nell’Incarnazione del Verbo e nella sua Risurrezione nella carne; è fede in un Dio che si è fatto così vicino da entrare nella nostra storia”. Papa Francesco ci ricorda che “Gesù è venuto proprio per colmare la distanza tra l’uomo e Dio: se Egli è tutto dalla parte di Dio, è anche tutto dalla parte dell’uomo, e riunisce ciò che era diviso”. L'incarnazione del Verbo di Dio non è una «finzione» - ha osservato Francesco: “in Cristo Dio non si è mascherato da uomo, si è fatto uomo e ha condiviso in tutto la nostra condizione. Lungi dall’essere chiuso in uno stato di idea o di essenza astratta, ha voluto essere vicino a tutti quelli che si sentono perduti, mortificati, feriti, scoraggiati, sconsolati e intimiditi”. Mi sembra un'ottima ragione per comprendere l'avventura di Dio sulla terra. “Egli osserva, ode, conosce, scende, libera. Dio non è indifferente. È attento e opera […]. Nel suo Figlio Gesù, Dio è sceso fra gli uomini, si è incarnato e si è mostrato solidale con l’umanità, in ogni cosa, eccetto il peccato. Gesù si identificava con l’umanità”. Dio, dunque, non è indifferente ai bisogni dell'uomo, ma “si rivela, fin dagli inizi dell’umanità come Colui che si interessa alla sorte dell’uomo. Quando più tardi i figli di Israele si trovano nella schiavitù in Egitto, Dio interviene nuovamente. Dice a Mosè: «Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sorveglianti; conosco, infatti, le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo”. Papa Francesco ci assicura che “Dio si immischia nelle nostre miserie, si avvicina alle nostre piaghe e le guarisce con le sue mani; e per avere mani si è fatto uomo”. In Isaia (65, 17-21) leggiamo: “il Signore ci dice che crea nuovi cieli e nuove terre, cioè «ri-crea» le cose”, ha fatto notare Francesco, ricordando anche che “parecchie volte abbiamo parlato di queste «due creazioni» di Dio: la prima, quella che è stata fatta in sei giorni, e la seconda, quando il Signore «rifà» il mondo, rovinato dal peccato, in Gesù Cristo”. E, ha puntualizzato: “la prima è già una creazione meravigliosa; ma la seconda, in Cristo, è ancor più meravigliosa”. In un'altra occasione Francesco ha ribadito: “Dio aveva creato il mondo; l’uomo è caduto in peccato; viene Gesù a ri-creare il mondo […], ri-crea quell’uomo da peccatore in giusto: lo ri-crea come giusto”. Essere ri-creati significa essere trasformati dalla grazia che porta Gesù. A volte si pensa che è difficile lasciarsi trasformare e ri-creare dal Signore; ma occorre coraggio, come profetizza Isaia: «Irrobustite le mani fiacche, rendete salde le ginocchia vacillanti. Dite agli smarriti di cuore: Coraggio, non temete! Ecco il vostro Dio». È un “Dio che ha voluto farsi storia. È con noi […]. Dio cammina con il suo popolo, non ha voluto venire a salvarci senza storia; lui ha voluto fare storia con noi”. «Dio ha una storia?». Come è possibile visto che «Dio è eterno»? È vero, ha spiegato Francesco, “ma dal momento che Dio è entrato in dialogo con il suo popolo, è entrato nella storia. E quella di Dio con il suo popolo è una storia triste perché Dio ha dato tutto e in cambio soltanto ha ricevuto cose brutte”. Dio cammina con il suo popolo, fatto di santi e di criminali peccatori. Dio, l'eterno, decide di entrare nel tempo e nella storia umana per camminare accanto al suo popolo; Egli, in Gesù, si fa uno di noi. “E questo ci parla, ci dice dell’umiltà di Dio, il quale è tanto grande e potente proprio nella sua umiltà. Egli ha voluto camminare con il suo popolo. E quando il suo popolo si allontanava da lui con il peccato, con l’idolatria, tante cose che vediamo nella Bibbia, Lui era lì […]. Dio sempre aspetta, Dio è accanto a noi. Dio cammina con noi. È umile. Ci aspetta sempre. Gesù sempre ci aspetta. Questa è l’umiltà di Dio”. Dobbiamo ancora imparare molto dell'umiltà di Dio! “Noi che siamo orgogliosi, pieni di vanità e ci crediamo grande cosa, siamo niente! Lui, il grande, è umile e si fa bambino”. Con la creazione del mondo Dio si è, in un certo senso, compromesso con l'umanità e, nonostante i nostri continui attentati per rovinare quello che Lui ha fatto, Egli “si impegna a mantenerlo vivo”. L'opera più grande di Dio nei confronti dell'umanità è quella di aver donato suo Figlio, e “in Gesù, Dio si è impegnato in maniera completa per restituire speranza ai poveri, a quanti erano privi di dignità, agli stranieri, agli ammalati, ai prigionieri, e ai peccatori che accoglieva con bontà”. Il peccato è insito nella natura umana corrotta, ma Dio, attraverso l'incarnazione di Gesù, si avvicina all'umanità per offrire conforto, misericordia e perdono. “È questo l’impegno di Dio e per questo ha mandato Gesù: per avvicinarsi a noi, a tutti noi e aprire la porta del suo amore, del suo cuore, della sua misericordia”. È questo il modo concreto con il quale Dio accarezza l'uomo peccatore. E chi è stato toccato dalla misericordia del Padre è chiamato, attraverso l'impegno e la testimonianza, a portare la carezza di Dio “a quelli che hanno bisogno, a quelli che hanno una sofferenza nel cuore o sono tristi”. L'Incarnazione del Verbo divino è “la carezza di Dio sulle nostre piaghe, sui nostri sbagli, sui nostri peccati”. Se vogliamo incontrare il Figlio di Dio che si è fatto uomo dobbiamo anzitutto «entrare nel mistero», attraverso lo stupore, la contemplazione e il silenzio senza perdere il contatto con la realtà. In altre parole, entrare nel mistero significa: “non chiudersi in sé stessi, non fuggire davanti a ciò che non comprendiamo, non chiudere gli occhi davanti ai problemi, non negarli, non eliminare gli interrogativi […]. Entrare nel mistero significa andare oltre le proprie comode sicurezze, oltre la pigrizia e l’indifferenza che ci frenano, e mettersi alla ricerca della verità, della bellezza e dell’amore, cercare un senso non scontato, una risposta non banale alle domande che mettono in crisi la nostra fede, la nostra fedeltà e la nostra ragione”. Per entrare nel mistero di Cristo bisogna essere umili; “l'umiltà di abbassarsi - spiega Papa Francesco - di scendere dal piedestallo del nostro io tanto orgoglioso, della nostra presunzione; l’umiltà di ridimensionarsi, riconoscendo quello che effettivamente siamo: delle creature, con pregi e difetti, dei peccatori bisognosi di perdono. Per entrare nel mistero ci vuole questo abbassamento che è impotenza, svuotamento delle proprie idolatrie […] adorazione. Senza adorare non si può entrare nel mistero”.

giovedì 10 ottobre 2019

ANDARE INCONTRO E NON CONTRO GLI ALTRI


LA CHIESA APERTA A TUTTI
Francesco: «La fede in Dio che professo mi rende amichevole oppure ostile verso chi è diverso da me?»
Papa Francesco durante l'Udienza Generale del Mercoledì 9 ottobre 2019 (foto da vatican.va)

di Antonino Legname

«Non si devono combattere le persone, ma il male che ispira le loro azioni», ha detto Papa Francesco nella Catechesi dell’Udienza Generale del mercoledì 9 ottobre 2019. Parlando di San Paolo, il Pontefice ha ricordato che prima della conversione viene descritto come un giovane «intransigente». Francesco spiega che l’intransigente è «uno che manifesta intolleranza verso chi la pensa diversamente da sé, assolutizza la propria identità politica o religiosa e riduce l’altro a potenziale nemico da combattere. Un ideologo». Il Vescovo di Roma ribadisce che «in Saulo la religione si era trasformata in ideologia: ideologia religiosa, ideologia sociale, ideologia politica». Solo l’incontro con Cristo riuscì a neutralizzare la «condizione rabbiosa» di Saulo, e a trasformarlo radicalmente fino al punto da fargli considerare «spazzatura» ciò che prima era per lui gloria. Il Papa invita ciascuno ad interrogarsi: «come vivo la mia vita di fede? Vado incontro agli altri oppure sono contro gli altri? Appartengo alla Chiesa universale (buoni e cattivi, tutti) oppure ho una ideologia selettiva? Adoro Dio o adoro le formulazioni dogmatiche? Com’è la mia vita religiosa? La fede in Dio che professo mi rende amichevole oppure ostile verso chi è diverso da me?». Sono domande che ci interpellano come cristiani e ci obbligano a fare un profondo esame di coscienza alla luce dell’esperienza di Saulo, il quale, mentre è «tutto intento ad estirpare la comunità cristiana, il Signore è sulle sue tracce per toccargli il cuore e convertirlo a sé». Quel duplice richiamo «Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?» (At 9,4) manifesta chiaramente che Gesù risorto si identifica con quanti credono in Lui e soffrono. Papa Francesco commenta: «colpire un membro della Chiesa è colpire Cristo stesso! Anche coloro che sono ideologi perché vogliono la “purità” – tra virgolette – della Chiesa, colpiscono Cristo». La luce di Cristo abbaglia Saulo e la sua cecità esteriore diventa il segno di quella cecità interiore nei confronti di Cristo, che è verità. Il Vescovo di Roma annota che «da quel “corpo a corpo” tra Saulo e il Risorto prende il via una trasformazione che mostra la “pasqua personale” di Saulo, il suo passaggio dalla morte alla vita» e Paolo riceve il battesimo. Durante i saluti ai Pellegrini che partecipavano all’Udienza Generale, Papa Francesco ribadisce: «Chiediamo al Padre, seguendo Paolo, di insegnarci a non combattere le persone, ma il male che le ispira, non ad andare gli uni contro gli altri, ma a volerle incontrare».

martedì 8 ottobre 2019

«IL BRUTTO CAMMINO DALLA FEDE ALL’IDEOLOGIA»


LA STORIA DI UN TESTARDO
Francesco: «Al Signore, i nostri peccati non gli fanno schifo, Lui si avvicina come si avvicinava ad accarezzare i lebbrosi, i malati»


Papa Francesco celebra la Messa a Santa Marta, 8 settembre 2019 (Foto da Vatican.va)

di Antonino Legname

«Giona è il modello di quei cristiani “a patto che”, cristiani con condizioni. “Io sono cristiano ma a patto che le cose si facciano così” – “No, no, questi cambiamenti non sono cristiani” – “Questo è eresia” – “Questo non va” … Cristiani che condizionano Dio, che condizionano la fede e l’azione di Dio» ha detto Papa Francesco nella Meditazione della Messa a Santa Marta l’8 ottobre 2019. La Sacra Scrittura ci racconta che tra Dio e il profeta Giona il rapporto fu conflittuale. Il profeta si aspettava l’intervento di Dio per castigare duramente il popolo di Ninive, che inizialmente non dava ascolto a Giona e non mostrava segni di conversione. 
Ma quando alla predicazione di Giona la gente incominciò ad ascoltare la parola del profeta e a cambiare vita, «Dio ‘si ravvide riguardo al male che aveva minacciato di fare loro e non lo fece’». Papa Francesco non esita a definire la storia di Giona «storia di un testardo», che «si arrabbia contro il Signore perché troppo misericordioso e perché compie il contrario di ciò che aveva minacciato di fare per bocca dello stesso profeta». Giona si scandalizza della tenerezza di Dio. Il Pontefice annota che, mentre «Giona è testardo con le sue convinzioni della fede, il Signore è testardo nella sua misericordia: non ci lascia mai, bussa alla porta del cuore fino alla fine». Purtroppo, anche nella Chiesa di oggi ci sono tanti cristiani «testardi», arroccati nelle loro idee che degenerano in «ideologia» e – lamenta il Papa – questo «è il brutto cammino dalla fede all’ideologia». Francesco spiega che i cristiani che ideologizzano la fede lo fanno perché hanno paura. Di cosa? Hanno paura «di crescere, delle sfide della vita, delle sfide del Signore, delle sfide della Storia», perché sono attaccati alle loro convinzioni e alle loro ideologie. E in questo modo essi si allontanano dalla comunità, «hanno paura di mettersi nelle mani di Dio e preferiscono giudicare tutto, ma dalla piccolezza del proprio cuore». Il Vescovo di Roma conclude delineando due figure di Chiesa oggi: «la Chiesa di quegli ideologi che si accovacciano nelle proprie ideologie, e la Chiesa che fa vedere il Signore che si avvicina a tutte le realtà, che non ha schifo». Espressione forte per dire che «al Signore, i nostri peccati non gli fanno schifo, Lui si avvicina come si avvicinava ad accarezzare i lebbrosi, i malati. Perché Lui è venuto per guarire, Lui è venuto per salvare, non per condannare».

domenica 29 settembre 2019

LA FORZA DI PERDONARE CHI CI FA DEL MALE


IL “CANCRO DIABOLICO” DELLA CALUNNIA
Francesco: «Quale è la peggiore zizzania che distrugge una comunità? La zizzania della mormorazione, la zizzania del chiacchiericcio»

 
Papa Francesco all'Udienza Generale del 25 settembre 2019 (foto da vatican.va)

di Antonino Legname

«La calunnia uccide sempre. Questo “cancro diabolico”, che nasce dalla volontà di distruggere la reputazione di una persona», ha detto Papa Francesco nella Catechesi dell’Udienza Generale di Mercoledì 25 settembre 2019, in Piazza San Pietro. La calunnia è una patologia molto grave che aggredisce e danneggia il corpo ecclesiale. Senza peli sulla lingua il Pontefice, ancora una volta, condanna fortemente la brutta abitudine di coloro che si coalizzano per infangare qualcuno; spesso lo fanno «per meschini interessi o per coprire le proprie inadempienze». Il virus della calunnia è molto contagioso e colpisce persone e comunità. «La calunnia e la falsa testimonianza – ribadisce Francesco – sono la soluzione più meschina per annientare un essere umano». Il Vescovo di Roma fa presente che anche nella comunità cristiana delle origini non mancavano i problemi, i contrasti e le divisioni. E ricorda l’episodio raccontato negli Atti degli Apostoli quando nella comunità venivano accolti «non solo i giudei, ma anche i greci, cioè persone provenienti dalla diaspora, non ebrei, con cultura e sensibilità proprie e con un’altra religione». Alcuni si scandalizzavano dell’accoglienza dei cosiddetti «pagani» e di fronte a questo problema spuntò la «zizzania». Il Papa si domanda: «Quale è la peggiore zizzania che distrugge una comunità?». La risposta del Pontefice è chiara: «La zizzania della mormorazione, la zizzania del chiacchiericcio: i greci mormorano per la disattenzione della comunità nei confronti delle loro vedove». A quel punto gli Apostoli, per ristabilire gli equilibri all’interno della comunità cristiana, scelsero «sette uomini di buona reputazione, pieni di Spirito e di sapienza» (At 6,3), con il compito di servire alle mense e di aver cura dei più poveri. La presenza e il ministero del servizio dei diaconi permise agli Apostoli di dedicarsi alla loro vocazione principale, cioè alla preghiera e alla predicazione della Parola di Dio: «pregare e annunciare il Vangelo». Chi è il diacono nella Chiesa? Papa Francesco, anzitutto, ci tiene a precisare che il diacono «non è un sacerdote in seconda, è un’altra cosa; non è per l’altare, ma per il servizio»; e ricorda l’esempio del diacono Stefano, accusato da falsi testimoni e condannato a morte con la lapidazione, per aver evangelizzato con «parresia». Non dimentichiamo che anche con Gesù avevano fatto lo stesso «e lo stesso faranno con tutti i martiri mediante falsi testimoni e calunnie» - dice il Vescovo di Roma. Cosa fare nei confronti dei calunniatori? Il Papa ci chiede di fare come ha fatto Gesù e come ha fatto il diacono Stefano: «abbandonare la propria vita nelle mani del Padre e perdonare chi ci offende». Non è facile, ma è questo che ci identifica come figli di Dio e qualifica la nostra fede.

ALTRI ARTICOLI