Ubi Petrus, ibi Ecclesia: "Dove c'è Pietro, lì c'è la Chiesa" (Sant'Ambrogio, Explanatio Psalmi XL, 30, 5)

giovedì 2 novembre 2017

RIFLESSIONE PER COMMEMORARE I NOSTRI DEFUNTI



LA VITA OLTRE LA MORTE
Francesco: «Il Paradiso è l'abbraccio con Dio»


(L'abbraccio del Padre misericordioso al figliol prodigo)
Antonino Legname

E se fosse vero? Questa domanda inquieta anche gli atei più incalliti. Dopo la morte c'è Dio o il nulla? E se c'è Dio, dove andiamo dopo il nostro pellegrinaggio terreno?  «Il paradiso non è un luogo da favola, e nemmeno un giardino incantato - ha detto Papa Francesco nella Catechesi del 25 ottobre 2017 - Il paradiso è l’abbraccio con Dio». Nel giorno della Commemorazione dei defunti apriamoci alla speranza. È significativa l'immagine dell'ancora usata dai primi cristiani per rappresentare la speranza. In fondo per chi crede la vita è come un'ancora gettata sulla riva del Cielo e noi tutti aggrappati alla corda dell'ancora incamminati verso quella riva.


Fa bene ogni tanto pensare al tramonto della nostra vita: “Come sarà il mio tramonto?”. E se qualcuno avesse dimenticato che c'è una fine per tutti, oggi è l'occasione per ricordarlo: «Tutti noi avremo un tramonto, tutti!». Sulla tomba di un uomo illustre c'era scritto: «Quello che voi siete io fui, e quello che io sono voi sarete». 

Ma il pensiero della morte non ci deve affliggere. Il cristiano ha il cuore  ancorato a Cristo risorto. Impariamo a vivere con distacco dalle cose effimere di questo mondo, nella consapevolezza che «alla fine - come ci ricorda Papa Francesco - non possiamo portarle con noi … perché il sudario non ha tasche». Il Papa in un'occasione ha raccontato di quell'uomo di Buenos Aires che tutti conoscevano come un grande corrotto: «Allora io ho chiesto alcuni giorni dopo la sua morte: come è stato il funerale? E una signora, che aveva molto senso dell’umorismo mi rispose: “Padre, non riuscivano a chiudere la bara, la cassa, perché voleva portarsi via tutto il denaro che aveva rubato”». Fa bene ricordarci - dice Francesco - che «anche il più ricco, quando muore, si riduce a una miseria e nessuno porta dietro al suo corteo il camion del trasloco».
<<Stolto - quante volte questa parola ‘stolto’ viene nel Vangelo - ... Quella ricchezza, ha proseguito Francesco, finirà in mano agli eredi di quell’uomo che si metteranno a litigare per quei tesori considerati come un dio>>. (Omelia a Santa Marta, 23 ottobre 2017). Risuonano austere le parole del Salmo 49,18: «quando l'uomo muore con se non porta nulla, né scende con lui la sua gloria». La morte è una grande livella: “Papa con imperatori, cardinali e gran signori, giusti e santi e peccatori, fa la morte ragguagliare” - canta una lauda medioevale. E allora - si domanda Papa Francesco - «qual è il tesoro che possiamo portare con noi alla fine della nostra vicenda terrena?». La risposta è semplice: «Puoi portare quello che hai dato, soltanto quello. Ma quello che hai risparmiato per te, non si può portare». E per rafforzare il concetto, il Papa ha ribadito che il tesoro che noi abbiamo dato agli altri durante la nostra esistenza terrena è quello che porteremo con noi dopo la morte. Alla fine il Signore ci giudicherà chiedendoci conto del bene o del male che abbiamo fatto in vita.
Ovviamente il pensiero della morte non ci piace, vorremmo scacciarlo e la nostra società fa di tutto per addolcirlo grazie all'industria del divertimento. Il filosofo Pascal diceva che gli uomini non avendo potuto guarire la morte preferiscono non pensarci e occupano la loro mente in mille distrazioni e divertimenti. Ma appena le forze cominciano a venir meno riaffiora l'ansia della morte. Non dobbiamo aver paura della morte, anzi dobbiamo andare a scuola da lei; è una grande pedagoga la morte, perché ci insegna a vivere bene per morire meglio. San Francesco la chiamava sorella:



Se riuscissimo ad ascoltare sorella morte con più docilità, riusciremmo ad imparare molte cose, soprattutto a non attaccarci avidamente alle cose caduche di questo mondo e a relativizzare i nostri falsi assoluti: progettiamo, corriamo, ci affanniamo, litighiamo, odiamo, ci esasperiamo e non pensiamo che alla fine moriamo! Oggi il ricordo speciale, accompagnato dalla preghiera, per i nostri cari che hanno raggiunto la Casa del Padre. Di fronte alla morte delle persone care chiediamo al Signore il dono della serena rassegnazione. Papa Francesco ha riferito di una ragazza morta a 19 anni: «il dolore è stato immenso, in tantissimi hanno partecipato al funerale. Ciò che ha colpito tutti è stata non solo l’assenza di disperazione, ma la percezione di una certa serenità. Le persone dopo il funerale si comunicavano lo stupore di essere uscite dalla celebrazione sollevate da un peso. La mamma della giovane ha detto: “Ho ricevuto la grazia della serenità”. La vita quotidiana - ha detto il Pontefice - è intessuta di questi fatti che segnano la nostra esistenza: essi non perdono mai efficacia anche se non entrano a far parte dei titoli dei quotidiani. Succede proprio così: senza discorsi o spiegazioni si capisce cosa nella vita vale o non vale». Sapere che i nostri cari non decedono per sempre ma ci precedono là dove il Signore ha preparato un «posto» per ciascuno di noi, ci consola e ci riempie di gioia. La nostra fede è fondata sulla risurrezione di Cristo e sulla nostra futura risurrezione. Noi abbiamo la certezza che «il Signore è Vivo. E’ vivo e vuole risorgere in tanti volti che hanno seppellito la speranza, hanno seppellito i sogni, hanno seppellito la dignità” (Papa Francesco, Omelia Notte di Pasqua, 15 aprile 2017). È bello poter dire con fede: «Io sono sicuro che Cristo è risorto ed ho scommesso la mia vita su questo!».