Ubi Petrus, ibi Ecclesia: "Dove c'è Pietro, lì c'è la Chiesa" (Sant'Ambrogio, Explanatio Psalmi XL, 30, 5)

mercoledì 31 gennaio 2018

PER NUTRIRSI ALLA MENSA DELLA PAROLA DI DIO

È POSSIBILE ASCOLTARE DIO «IN DIRETTA»!

Papa Francesco: «Il percorso che fa la Parola di Dio: dalle orecchie al cuore e alle mani».



di Antonino Legname

Quando durante la Messa ci mettiamo in ascolto delle Letture Bibliche, è Dio stesso che ci parla: «è un’esperienza che avviene “in diretta” e non per sentito dire» - ha spiegato Papa Francesco durante la Catechesi del Mercoledì 31 gennaio 2018. Il Pontefice ha richiamato l'attenzione sulla necessità della concentrazione e del silenzio quando viene proclamata la Parola di Dio, per evitare distrazioni e commenti inutili, parlando con il vicino di banco: “Guarda quello …, guarda quella …, guarda il cappello che ha portato quella: è ridicolo …”. Il Pontefice annota: «se tu fai delle chiacchiere con la gente non ascolti la Parola di Dio». Invece, occorre ascoltare in silenzio, e aprire il cuore a Dio che ci parla e non divagare con la mente pensando ad altre cose o parlando di altre cose. Noi crediamo che Dio, «tramite la persona che legge», ci interpella e si aspetta che gli si apra il cuore con fede. Francesco ammette che «alcune volte forse non capiamo bene perché ci sono alcune letture un po’ difficili. Ma Dio ci parla lo stesso in un altro modo» - ci assicura. Attingere ai tesori della Bibbia, significa accostarsi alla «“mensa” che il Signore imbandisce per alimentare con il pane della sua Parola la nostra vita spirituale» e la comunione fraterna. Francesco avverte che bisogna evitare alcuni abusi durante la Liturgia della Parola. Per esempio, è proibito omettere alcune letture per sostituirle con testi che non sono biblici. Il Papa ammonisce chi, durante la Liturgia della Parola, «se c’è una notizia, legge il giornale, perché è la notizia del giorno». Con tono fermo il Vescovo di Roma dice «No!» a questo abuso: «La Parola di Dio è la Parola di Dio! Il giornale lo possiamo leggere dopo. Ma lì si legge la Parola di Dio. È il Signore che ci parla». Per evitare distrazioni durante l'ascolto delle Letture bibliche è bene scegliere «buoni lettori», che sappiano proclamare la Parola e non persone improvvisate che quando leggono non fanno capire nulla. E infine, il Pontefice ha voluto ricordare l'ammonimento di San Giacomo: «Siate di quelli che mettono in pratica la Parola e non ascoltatori soltanto, illudendo voi stessi» (Gc 1,22). Infatti, non basta udire la Parola con gli orecchi, ma occorre accoglierla nel cuore e poi farla passare alle mani, affinché diventi operosa e porti frutto in abbondanza di opere buone: «Questo è il percorso che fa la Parola di Dio: dalle orecchie al cuore e alle mani».




domenica 28 gennaio 2018

IL TERRORISMO DELLE CHIACCHIERE!

LE «ZIZZANIERE»
Papa Francesco: «Se si trovasse una persona che mai, mai, mai avesse parlato male dell’altro la si potrebbe canonizzare subito»


di Antonino Legname
(dal libro La Teopsia di Francesco, vol. I, pp. 599-605 )*

Bisogna imparare a «dire la verità», sempre con carità, e mai «dire una cosa che non è vera». In realtà, ha fatto notare il Papa, “quante volte nelle nostre comunità si dicono cose di un’altra persona che non sono vere: sono calunnie. Oppure, se sono vere, comunque si toglie la fama di quella persona” […]. Papa Francesco lamenta la brutta abitudine delle chiacchiere: “Io penso alle nostre comunità: quante volte, questo peccato, di «togliersi la pelle l’uno all’altro», di sparlare, di credersi superiore all’altro e parlare male di nascosto! […]. Siamo tutti peccatori. Ma una comunità dove ci sono le chiacchierone e i chiacchieroni, è una comunità che è incapace di dare testimonianza”. E nell'intervista al quotidiano «Avvenire», il 18 novembre 2016, Francesco ha detto che le critiche e le opinioni diverse, “quando non c'è un cattivo spirito, aiutano anche a camminare. Altre volte si vede subito che le critiche prendono qua e là per giustificare una posizione già assunta, non sono oneste, sono fatte con spirito cattivo per fomentare divisione. Si vede subito che certi rigorismi nascono da mancanza, dal voler nascondere dentro un'armatura la propria triste insoddisfazione”. Purtroppo, a volte si preferisce colpire alle spalle senza dare all'altro la possibilità di difendersi. Anche nella Chiesa, non è raro il caso in cui si preferisce dare credito al «sentito dire», senza interpellare la persona interessata! Quello che Papa Francesco non sopporta, fino al punto da chiamarlo «comportamento delinquenziale» è il criticare dietro le spalle. Nell'intervista al quotidiano spagnolo «El País», il 21 gennaio 2017, Francesco risponde che di fronte alle critiche non si sente incompreso, anzi  si sente accompagnato. E ammette: “se qualcuno non è d'accordo, ha diritto a non essere d'accordo perché altrimenti, se mi sentissi male perché qualcuno non è d'accordo, avrei nel mio comportamento un animo da dittatore”. Il Papa ribadisce che alcuni hanno diritto a pensare che il cammino che si sta facendo oggi nella Chiesa possa essere pericoloso e possa dare cattivi risultati, però è bene che “sempre ne parlino apertamente e non tirino le pietre nascondendosi la mano”. Nessuna persona umana ha diritto di agire in questo modo vigliacco: “Tirare la pietra e nascondere la mano non è umano, è un crimine”. Il dialogo onesto e sincero ben venga perché affratella di più, ma mai la calunnia e mai gli insulti. A tal proposito, Francesco condanna senza appello il brutto vezzo degli insulti: “noi siamo abituati a insultare, è come dire «buongiorno». E quello è sulla stessa linea dell’uccisione. Chi insulta il fratello, uccide nel proprio cuore il fratello”. Cosa si guadagna ad insultare? «Nulla», risponde il Papa! “Quante volte abbiamo sentito dire di una persona che ha una lingua di serpente, perché fa sempre quello che ha fatto il serpente con Adamo ed Eva, ha distrutto la pace”. Ma questo, ha messo in guardia il Pontefice, “è un male, questa è una malattia nella nostra Chiesa: seminare la divisione, seminare l’odio, non seminare la pace”. Bergoglio ricorda che nella sua terra “queste persone si chiamano «zizzaniere»: seminano zizzania, dividono e lì le divisioni incominciano con la lingua per invidia, gelosia e anche chiusura” […].Quanto male fanno le parole quando sono mosse da sentimenti di gelosia e invidia! Parlare male del fratello in sua assenza equivale a porlo in cattiva luce, a compromettere la sua reputazione e lasciarlo in balia della chiacchiera. Non giudicare e non condannare significa, in positivo, saper cogliere ciò che di buono c’è in ogni persona e non permettere che abbia a soffrire per il nostro giudizio parziale e la nostra presunzione di sapere tutto”. Sono molto belle le esortazioni di Papa Francesco sulla necessità di mettere a freno la lingua e di non lasciarsi dominare dall'invidia. Quanto male riesce a fare agli altri un cuore malato di invidia e di gelosia […].


“Cosa brutta è l'invidia - ha detto - Nel cuore la gelosia o l’invidia cresce come l’erba cattiva: cresce e soffoca l’erba buona […]. L'invidia uccide e non tollera che un altro abbia qualcosa che io non ho […]. Per gelosia si uccide con la lingua … Le chiacchiere uccidono”. Le chiacchiere sono la peste dei rapporti umani e sociali. “La lingua  - ha detto il Papa - è capace di distruggere una famiglia, una comunità, una società; di seminare odio e guerre, invidie”. E con insistenza il Papa condanna il vizio capitale dell'invidia che è veramente una brutta bestia difficile da domare; è una vera e propria patologia del cuore che fa soffrire e rende infelice chi ne viene contagiato. “L'invidia è come il veleno del serpente, perché si cerca di distruggere l'altro”. L'antidoto contro il veleno dell'invidia è il siero della misericordia: “Quanto bisogno abbiamo tutti di essere un po’ più misericordiosi, di non sparlare degli altri, di non giudicare, di non «spiumare» gli altri con le critiche, con le invidie, con le gelosie” […].Il Papa ha riferito che una volta sentì dire in un quartiere: “Io non vado in Chiesa perché guarda questa, va tutte le mattine a messa, fa la comunione e poi va di casa in casa sparlando: per essere cristiano così preferisco non andare, come va questa chiacchierona”. Quanto fango di accuse, di calunnie o di lettere anonime ogni giorno si sparge e si trova sul nostro cammino, spesso all'insaputa dell'interessato, al quale in tanti casi non viene data neppure la possibilità di difendersi. A volte si arriva a «lapidare» il prossimo con le parole della calunnia e della diffamazione. Papa Francesco usa parole forti quando parla della «fraternità sacerdotale» inquinata dalla cattiva abitudine delle chiacchiere […].Il Pontefice ribadisce che le mormorazioni per invidia e per gelosia sono il grande nemico della fratellanza sacerdotale; anche i giudizi negativi verso gli altri fratelli sono un «male di clausura» - ha detto il Papa - nel senso che “più siamo chiusi nei nostri interessi, tanto più critichiamo gli altri”. E cosa fare quando un sacerdote sbaglia e si ammala moralmente? Prego per lui? Cerco di avvicinarmi per dargli una mano, oppure vado subito da un altro per informarlo su quello che ho saputo, amplificando il racconto con tanti particolari e aggiunte fino al punto da sporcare ancora di più il fratello che vive una situazione di malessere? Francesco ammonisce: “Ma se quel poveretto è caduto vittima di Satana, anche tu vuoi schiacciarlo? Queste cose non sono favole: questo accade, questo succede”. Purtroppo, lamenta il Papa, tante brutte abitudini si possono prendere durante il periodo di formazione in Seminario; e allora cosa fare? Francesco consiglia ai superiori dei seminari, ai formatori e ai padri spirituali: “se voi vedete un seminarista bravo, intelligente, che sembra bravo, è bravo ma è un chiacchierone [pettegolo], cacciatelo via. Perché dopo, questa sarà un’ipoteca per la fraternità presbiterale. Se non si corregge, cacciatelo via. Dall’inizio. C’è un detto, non so come si dice in italiano: «Alleva corvi e ti mangeranno gli occhi». Se nel seminario tu allevi «corvi» che «chiacchierano», distruggeranno qualsiasi presbiterio, qualsiasi fraternità nel presbiterio”. È sempre valido il principio che ho imparato da giovane seminarista: «quando devi parlare di qualcuno in sua assenza, o ne parli in bene o non ne parli affatto». In ogni caso è sempre bene - come dice il Papa - “mettere il morso alla lingua!”. Lo stesso Pontefice dà un consiglio: “ogni volta che mi viene in bocca di dire una cosa che è seminare zizzania e divisione e sparlare di un altro bisogna «mordersi la lingua!». E io vi assicuro che se voi fate questo esercizio di mordervi la lingua invece di seminare zizzania, i primi tempi si gonfierà così la lingua, ferita, perché il diavolo ci aiuta a questo perché è il suo lavoro, è il suo mestiere: dividere!”. Alcuni con molto zelo fanno lavorare la lingua per seminare discordia. Infatti, ha rimarcato il Papa, “lo stesso danno che fa una bomba in un paesino, fa la lingua in una famiglia, in un quartiere, in un posto di lavoro. Perché la lingua distrugge, fa la guerra”. Papa Francesco assicura: “se tu sei capace di riuscire a non sparlare di un altro, sei sul buon cammino per diventare santo” e spiega: “per riconoscere santa una persona c’è tutto un processo, c’è bisogno del miracolo, e poi la Chiesa la proclama santa. Ma se si trovasse una persona che mai, mai, mai avesse parlato male dell’altro la si potrebbe canonizzare subito”.

* Antonino Legname, La Teopsia di Francesco. Tra scienza e fede il nuovo umanesimo cristiano integrale, popolare, solidale, inclusivo e gioioso, Le Nove Muse Editrice, Catania 2017, 2 voll.

sabato 27 gennaio 2018

COSA CAMBIA NEL «PADRE NOSTRO»



Papa Francesco: «Quello che ti induce in tentazione è Satana»

 di Antonino Legname

Già Benedetto XVI, nel suo libro Gesù di Nazaret, aveva scritto: «Dio non ci induce in tentazione […]. La tentazione viene dal diavolo» [pp. 192-193]. Papa Francesco ribadisce: «Quello che ti induce in tentazione è Satana». La sesta invocazione del Padre Nostro: «Non ci indurre in tentazione» non è una buona traduzione in italiano - ha detto Francesco. Centinaia di milioni di cattolici di lingua spagnola sparsi nel mondo, non da oggi, quando pregano il “Padre Nostro“, dicono: no nos dejes caer en tentación, che tradotto in italiano significa: «non lasciarci cadere in tentazione». In altre parole chiediamo aiuto a Dio per non soccombere di fronte alla tentazione. Si invoca il Padre affinché non ci abbandoni nella prova della tentazione. Questa interpretazione, del resto, viene data anche dal Catechismo della Chiesa Cattolica al paragrafo 2846: «Non lasciarci soccombere alla tentazione». E riprendendo un passo della Lettera di san Giacomo (1,13), aggiunge: «Dio non può essere tentato dal male e non tenta nessuno al male». Nei mesi scorsi, all'inizio dell'Avvento, anche la Chiesa Cattolica di Francia ha cambiato la frase del Padre Nostro: «Non ci indurre in tentazione» è stato tradotto con «Et ne nous laisse pas entrer en tentation», che in italiano si traduce: «Non lasciarci entrare nella tentazione». Nella preghiera, spiega Papa Francesco, Dio che ci induce in tentazione «non è una buona traduzione» e spiega: «sono io a cadere, non è lui che mi butta nella tentazione per poi vedere come sono caduto. Un padre – sottolinea Bergoglio – non fa questo, un padre aiuta ad alzarsi subito». «Quello che ti induce in tentazione – chiarisce il Papa – è Satana, quello è l’ufficio di Satana». In realtà, non dobbiamo dimenticare che già la Conferenza Episcopale Italiana, nella nuova traduzione della Bibbia, ufficializzata nel 2008, aveva modificato questo passaggio del Padre Nostro con la traduzione: «Non abbandonarci alla tentazione», una formula ritenuta più confacente con «l’azione globale di Dio nei confronti dell’uomo». Dunque, non è Dio a tentare, ma Satana attraverso la «mano libera» che il creatore gli concede. Benedetto XVI, nel suo libro "Gesù di Nazaret", ha dato questa interpretazione esegetica della frase in questione: «Con essa diciamo a Dio: So che ho bisogno di prove affinché la mia natura si purifichi. Se tu decidi di sottopormi a queste prove, se – come nel caso di Giobbe – dai un po’ di mano libera al Maligno, allora pensa, per favore, alla misura limitata delle mie forze. Non credermi troppo capace. Non tracciare ampi i confini entro i quali posso essere tentato, e siimi vicino con la tua mano protettrice quando la prova diventa troppo ardua per me» [p. 195]. Comunque, si aspetta il via dei Vescovi italiani per cominciare ad usare, anche nei libri liturgici tradotti nella nostra lingua, la sesta invocazione del Padre Nostro, già contenuta - come ho detto - nella nuova traduzione della Bibbia CEI del 2008: «Non abbandonarci alla tentazione». 


martedì 23 gennaio 2018

«LE MUMMIE SPIRITUALI»


APATEISMO RELIGIOSO

Papa Francesco: «La prima forma di indifferenza è quella verso Dio»

Un giorno due giovani fidanzati si presentarono nel mio ufficio parrocchiale perché al più presto volevano convolare a nozze e celebrare il loro matrimonio in chiesa, per desiderio della fidanzata e per fare contenti i loro genitori. Entrambi erano battezzati, ma solo la ragazza era credente e anche praticante, mentre il fidanzato volle mettere subito le cose in chiaro, e mi disse con tono deciso: «Io sono un apateista!». «Cosa sei?» - gli domandai con aria apparentemente smarrita.  E lui: «Sono un apateista, cioè uno che è indifferente alle questioni religiose». E mi spiegò: «io non mi pongo neppure il problema dell'esistenza di Dio, dell'anima e di quello che ci sarà dopo la morte. Queste sono questioni irrilevanti per la mia vita pratica». A quel punto mi vennero in mente le parole del filosofo francese, Denis Diderot, in risposta a Voltaire, che lo accusava di ateismo: «Ciò che conta è non confondere la cicuta con il prezzemolo, ma credere o non credere in Dio non è affatto importante» […]. Gli uomini della nostra società secolarizzata vivono una sorta di ateismo pratico. Se si domandasse, attraverso un sondaggio: «cosa pensi di Dio?», forse tanti risponderebbero di credere in qualcosa, in una «mano divina» che ha dato inizio a tutto l'universo, ma alla fine il problema su Dio non è così importante e coinvolgente per la vita pratica […]. Papa Francesco ammette: “non possiamo negare che il mondo di oggi è in crisi di fede" […]. Dio, purtroppo, continua a restare ai margini degli interessi umani! E tanti uomini oggi vivono praticamente nell'apateismo religioso.  
Il cardinale Ravasi ha detto che viviamo “in un tempo in cui domina l’apateismo, cioè l’indifferenza anche religiosa, la superficialità, la banalità e perfino la volgarità”. Il motto dell'apateista è : I don't know and I don't care: «Io non so e non mi interessa».


[…].  Per gli “apateisti” non ha senso continuare a parlare di esistenze immateriali, perché significa parlare del nulla. Dire che Dio, l'anima umana, gli angeli, sono entità spirituali, significa dire che sono nulla. Provare a pensare che queste «forme del pensiero» siano qualcosa di più del nulla si rischia di precipitare nell'abisso senza fondo dei sogni e dei fantasmi. «Sono troppo impegnato e affaccendato nelle cose che esistono - diceva Thomas Jefferson - per tormentarmi o preoccuparmi di quelle che potrebbero esistere, ma di cui non ho prova alcuna». L'apateismo è la forma peggiore di apatia proprio perché in questo caso la «mancanza di sentimenti» si rivolge a Dio, ritenuto irrilevante per la vita dell'uomo […]. Di fronte a questa posizione di radicale indifferenza e di “mancanza di sentimento” nei confronti di Dio, di primo acchito sembra veramente difficile, ma non impossibile, ogni tipo di dialogo e di argomentazione su questioni religiose o di fede. Purtroppo, esiste anche un «apateismo cristiano», quando si diventa insensibili nei confronti del prossimo. Papa Francesco definisce questi cristiani «mummie spirituali» perché sono fermi e si ostinano a non camminare sulla strada delle Beatitudini e delle Opere di misericordia: “Un cristiano che non cammina, che non fa strada, è un cristiano «non cristiano», per così dire: è un cristiano un po’ paganizzato, sta lì, sta fermo immobile, non va avanti nella vita cristiana, non fa fiorire le beatitudini nella sua vita, non fa le opere di misericordia, è fermo […]; è come fosse una «mummia spirituale», fermi lì: non fanno del male, ma non fanno del bene”. Mi vengono in mente le parole dell'Apocalisse (3,15-16): «Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca». Sono parole dure nei confronti di tutti “quei cristiani che non sono né freddi, né caldi: sono tiepidi. Sono acque tranquille, sempre. Al Signore che li rimprovera, costoro chiedono: «Ma perché mi rimproveri, Signore? Io non sono cattivo». «Magari fossi cattivo! - ha commentato il Papa - Questo è peggio. Sei morto»”. Il Pontefice ha fatto notare che questa può essere la situazione che si ritrova quando “il tepore entra nella Chiesa, in una comunità, in una famiglia cristiana e si sente dire: «No, no, tutto tranquillo, qui tutto bene, siamo credenti, facciamo le cose bene; quando cioè tutto è «inamidato» e «senza consistenza» e «alla prima pioggia si scioglie»”. L'apateismo è una malattia che può contagiare anche coloro che a parole dicono di credere in Dio, ma nei fatti sono tiepidi e “perdono la capacità di contemplazione, la capacità di vedere le grandi e belle cose di Dio”; sono talmente tiepidi e distratti da non accorgersi del passaggio di Dio nella loro vita […]. Nel Messaggio per la Giornata della Pace, il 1° gennaio 2016, Papa Francesco ha scritto: “La prima forma di indifferenza nella società umana è quella verso Dio, dalla quale scaturisce anche l’indifferenza verso il prossimo e verso il creato. È questo uno dei gravi effetti di un umanesimo falso e del materialismo pratico, combinati con un pensiero relativistico e nichilistico”.   (dal libro di Antonino Legname, La Teopsia di Francesco, vol I, pp. 299-304).

venerdì 19 gennaio 2018

QUANDO LA BATTERIA DELLA FEDE SI SCARICA

GIOVANI SENZA FILTRI
Francesco: «Per non perdere la connessione con Gesù usa la password:Cosa farebbe Cristo al mio posto?”»



di Antonino Legname

Incontrando i giovani cileni, nel Santuario Nazionale di Maipù, il 17 gennaio 2018, Papa Francesco ha chiesto loro di coltivare i sogni di libertà, di gioia e di un futuro migliore. Ma bisogna «sognare in grande - ha detto il Vescovo di Roma - non solo quando siete un po’ brilli, no, sempre sognate in grande». E ancora una volta, Francesco chiede ai giovani di non adagiarsi rassegnati sui divani della vita, ma di lasciarsi interpellare dalle tante sfide dell'esistenza. Ovviamente i sogni devono essere realizzati con i piedi per terra, e si inizia - ha detto il Papa - con i piedi sulla terra della patria». Ma bisogna stare attenti a non cadere nei facili nazionalismi; il Vescovo di Roma mette in guardia da questo rischio e dice ai giovani che devono essere «patrioti - non nazionalisti». I giovani hanno la forza e l'entusiasmo di spingere la storia in avanti, in modo tale che nessuno dica: «tutto è sempre stato così: “Perché dobbiamo cambiare, se è sempre stato così, se si è sempre fatto così?”». Questo modo di pensare è corruzione - ha detto il Papa - ed è ciò che frena i sogni e le aspirazioni dei giovani. E allora non si deve abbassare la guardia e si deve guardare sempre avanti. Il desiderio del Papa è che tutta la Chiesa - specialmente nel prossimo Sinodo - si metta in ascolto sincero dei giovani, senza filtri. E senza peli sulla lingua, Francesco non esita a confidare: «io ho paura dei filtri, perché a volte le opinioni dei giovani per arrivare a Roma devono passare attraverso varie connessioni e queste proposte possono arrivare molto filtrate, non dalle compagnie aeree, ma da quelli che le trascrivono». Per questo il Papa vuole mettersi direttamente in ascolto dei giovani e lo farà in modo particolare la prossima Domenica delle Palme, quando a Roma verranno da tutto il mondo le delegazioni di giovani per aiutare la Chiesa ad avere un «volto giovane». La Chiesa non è la «Santa Nonna», ma è la «Santa Madre», con un volto sempre giovane e naturale, senza bisogno che venga «truccato con creme» per apparire più giovanile. «La Chiesa - ha detto Francesco ai giovani - ha bisogno che voi diventiate maggiorenni, spiritualmente maggiorenni». I giovani, con le loro domande e con le loro inquietudini devono «scuoterci e aiutarci ad essere più vicini a Gesù!». Senza questa vicinanza a Gesù si rischia di perdere tanto tempo, nell'elaborare piani pastorali, e tante ore per la preparazione di attività ecclesiali. Papa Francesco si è poi soffermato sulla necessità di trovare il collegamento e di usare la password per connettersi con il Signore. E ha raccontato un aneddoto: un giorno, parlando con un giovane gli ha chiesto che cosa potesse metterlo di cattivo umore. Quel giovane gli rispose: “Quando al cellulare si scarica la batteria o quando perdo il segnale internet”. Francesco gli ha domandato: “Perché?”. E il giovane gli ha risposto: “Padre, è semplice, mi perdo tutto quello che succede, resto fuori dal mondo, come appeso. In quei momenti, vado di corsa a cercare un caricabatterie o una rete wi-fi e la password per riconnettermi”. Questa risposta del giovane ha dato a Francesco lo spunto per parlare della fede, che conosce diverse tappe: lo slancio iniziale e poi i momenti in cui ci si sente scarichi dentro, senza entusiasmo e senza connessione con Gesù. La batteria della fede si scarica. E allora «ci prende il cattivo umore, diventiamo sfiduciati, tristi, senza forza, e incominciamo a vedere tutto negativo … il cuore inizia a perdere forza, a restare anch’esso senza carica». Il Vescovo di Roma vuole far capire ai giovani che «senza la connessione con Gesù, senza questa connessione finiamo per annegare le nostre idee, annegare i nostri sogni, annegare la nostra fede» e si vive male e con malumore. Per non perdere la connessione bisogna imparare a stare dentro il campo magnetico di Gesù. È Lui «quel fuoco che infiamma chi gli si avvicina». E in conclusione, Francesco ha fatto ripetere tante volte ai giovani, come un'antifona, per non dimenticare, la password che ci apre la connessione con Gesù: “Cosa farebbe Cristo al mio posto?”, a scuola, all’università, per strada, a casa, cogli amici, al lavoro; davanti a quelli che fanno i bulliʼ». Il Papa ha chiesto ai giovani di memorizzare questa password e di usarla spesso per non dimenticarla. E anche in mezzo al deserto della vita ci sarà sempre la «connessione» - ha assicurato Francesco - e nella Chiesa e nella Comunità, anche se non sono perfette, sarà sempre disponibile il «caricabatterie» per alimentare la fede in Gesù. 


mercoledì 17 gennaio 2018

LA COSCIENZA DI ESSERE POPOLO DI DIO

NO AL CLERICALISMO
Papa Francesco: «La Chiesa non è e non sarà mai un’élite di consacrati, sacerdoti o vescovi».


di Antonino Legname

 «La paternità del vescovo con i suoi sacerdoti, col suo presbiterio! Una paternità che non è né paternalismo né abuso di autorità». Con queste parole, Papa Francesco si è rivolto ai Vescovi del Cile, in occasione del suo Viaggio Apostolico, il 16 gennaio 2018. Il Vescovo di Roma riassume il suo incontro con i Vescovi cileni con questa frase: «la coscienza di essere popolo, di essere Popolo di Dio». Non bisogna mai dimenticare che apparteniamo ad un Popolo e che nessuno deve sentirsi orfano; la Chiesa - ha ricordato il Papa -  non è e non sarà mai un’élite di consacrati, sacerdoti o vescovi. Non possiamo sostenere la nostra vita, la nostra vocazione o ministero senza questa coscienza di essere Popolo». Nessuno deve sentirsi padrone del Popolo fedele di Dio, ma occorre avere la consapevolezza di essere servitori. Soprattutto, per non frenare il dinamismo missionario, è necessario eliminare la caricatura della vocazione ricevuta, che è il «clericalismo» nella Chiesa. Mai si deve dimenticare che tutta la Chiesa è chiamata alla missione e non soltanto il prete o il vescovo. E a chi ancora non l'avesse capito, il Papa ribadisce chiaramente che «i laici non sono i nostri servi, né i nostri impiegati. Non devono ripetere come “pappagalli” quello che diciamo». Il Papa focalizza l'attenzione sulla formazione dei futuri pastori della Chiesa, i quali devono evitare ogni forma di clericalismo, e confida la sua preoccupazione: «che siano pastori al servizio del Popolo di Dio; come dev’essere un pastore, con la dottrina, con la disciplina, con i Sacramenti, con la vicinanza, con le opere di carità, ma che abbiano questa coscienza di Popolo». A volte si rischia di vivere disincarnati, dentro «mondi o stati ideali»; i futuri sacerdoti devono avere la consapevolezza di vivere in un mondo secolarizzato, e la loro futura missione, se vuole essere fruttuosa, non può fare a meno dell'impulso e del sostegno del laicato. È quanto mai necessario imparare a lavorare gomito a gomito con i laici e non bisogna lasciarsi tentare dal «clericalismo» e dai «mondi ideali che entrano solo nei nostri schemi ma che non toccano la vita di nessuno». Francesco ha esortato i Vescovi a «chiedere allo Spirito Santo il dono di sognare … e di lavorare per una opzione missionaria e profetica che sia capace di trasformare tutto, affinché le abitudini, gli stili, gli orari, il linguaggio ed ogni struttura ecclesiale diventino strumenti adatti per l’evangelizzazione». Per raggiungere questa finalità non si deve essere preoccupati di affermare l'«autoconservazione ecclesiastica».

domenica 14 gennaio 2018

PAPA FRANCESCO: «PER CHIUDERE LE FRONTIERE HANNO DOVUTO CHIUDERE IL CUORE»

NO AI FONDAMENTALISMI
Francesco, con un pizzico di amara ironia, ha detto: «Noi cattolici abbiamo "l'onore"  di avere fondamentalisti tra i battezzati»


di Antonino Legname

La Rivista dei Gesuiti, «La Civiltà Cattolica», nel n. 4020, pp. 519-528, ha pubblicato la conversazione privata che il 29 novembre 2017 Papa Francesco ha avuto con i Gesuiti del Myanmar e del Bangladesh. Anzitutto il Pontefice ha richiamato l'importanza delle radici nella vita dell'uomo, perché, specialmente i giovani «se non hanno radici, vanno dove tira il vento» e non hanno futuro. Francesco ha parlato della missionarietà, che «non passa dal proselitismo», e che, invece, deve essere capace di inculturare il Vangelo; e ha spiegato che non bisogna considerare l'inculturazione come una moda, ma come «l'essenza stessa del Verbo venuto nella carne, che ha assunto la nostra cultura, la nostra lingua, la nostra carne, la nostra vita, ed è morto». In sintesi:  «L'inculturazione è farmi carico della cultura del popolo al quale sono inviato».  Anche in questa occasione Francesco ha esortato i pastori della Chiesa a guardare sempre avanti facendo tesoro dell'ispirazione del passato e sapendo affrontare le sfide del nostro tempo collocandosi «nei crocevia della storia». Il Papa chiede di valorizzare ancora di più l'apporto del Popolo di Dio, che «ci insegna virtù eroiche». Francesco insiste: «Noi pastori dobbiamo imparare dal popolo». Il pastore deve conoscere l'odore delle pecore e le pecore devono percepire che noi «emaniamo l'odore di Dio». Il Papa ha richiamato anche il rischio delle ricchezze e della vanità nella vita dei pastori. Un tema che sta molto a cuore a Francesco è quello dei migranti e dei rifugiati, costretti spesso a vivere nei centri di accoglienza che sembrano «veri campi di concentramento, carceri». E con dolore e preoccupazione il Pontefice ha denunciato la politica di chiusura delle frontiere, adottata da alcuni Paesi europei: «la cosa più dolorosa - ha evidenziato Francesco - è che per prendere questa decisione hanno dovuto chiudere il cuore».
Il Vescovo di Roma ha esortato a rendere pubbliche quelle tragedie umane che si preferisce, invece, «silenziare» per non farle arrivare nei «salotti delle nostre grandi città». E con evidente commozione il Papa ha raccontato che, durante la sua visita a Lesbo, ha incontrato un uomo, di circa trent'anni e con tre figli, che gli ha confidato: «Sono musulmano. Mia moglie era cristiana. Ci amavamo molto. Un giorno sono entrati i terroristi. Hanno visto la sua croce. Le hanno detto di togliersela. Lei ha detto di no ed è stata sgozzata davanti a me. Continuo ad amare mia moglie e i miei figli». Francesco ha poi parlato del «discernimento spirituale», criterio così importante nella formazione e nella scelta dei futuri pastori della Chiesa. Un pastore che non è capace di discernere, cioè di «riconoscere che cosa viene da Dio e che cosa viene dal cattivo spirito» non sarà un buon pastore. E Francesco ha portato l'esempio di san Pedro Claver, il quale era capace di fare discernimento e aveva capito che Dio lo voleva in mezzo agli schiavi neri, sui quali «alcuni stimati teologi discutevano se avessero o non avessero l'anima». E sul fatto che Dio a qualunque costo vuole la salvezza dei suoi figli, anche di quelli che sembrano irrecuperabili, Papa Francesco non esita a dire che «Dio è furbo» e sa come vincere l'opera del diavolo che vuole trascinare le anime dalla sua parte. Il Pontefice ha detto che, di fronte alle grandi questioni esistenziali, di fronte alla sofferenza degli innocenti, è meglio non dare risposte intellettuali, perché non servono: «Io non sono un anti-intellettuale - tiene a precisare Francesco - Bisogna studiare molto, ma la risposa intellettuale … di fronte a una madre che ha perduto il figlio, a un uomo che ha perduto la moglie, a un bambino, a un malato … in questo caso non serve». E allora cosa bisogna fare? Il Papa consiglia: «soltanto lo sguardo, il sorriso, stringere la mano, il braccio, fare una carezza … e forse a quel punto il Signore ti ispirerà una parola». Quanta saggezza in queste parole del Vescovo di Roma, che ci spingono ad avvicinarci a chi soffre e a stare vicino a chi si pone tante questioni esistenziali. Il Vescovo di Roma risponde ad una domanda sul fondamentalismo religioso: «di fondamentalismi ce ne sono dappertutto. E noi cattolici - ha detto Francesco con un pizzico di amara ironia - abbiamo "l'onore"  di avere fondamentalisti tra i battezzati», e spiega: «gli atteggiamenti fondamentalisti prendono diverse forme, ma hanno il fondo comune di sottolineare molto l'essenziale, negando l'esistenziale».  



venerdì 12 gennaio 2018

LA TEOPSIA DI STRADA

LA FEDE NON E' DOTTRINA ASTRATTA

Papa Francesco: «Senza l'incontro con il Popolo di Dio, la 

teologia può diventare ideologia»


di Antonino Legname

(dal libro La Teopsia di Francesco, vol I, pp. 118-121)

“Gesù sempre è stato un uomo di strada”. I Vangeli, anche se con sfumature diverse, ci presentano lo stile di Gesù di Nazaret: «sempre in cammino», in mezzo alla gente; “la maggior parte del tempo lo passava per la strada. Questo vuol dire vicinanza alla gente, vicinanza ai problemi. Non si nascondeva”. E quando non era in strada, Gesù si raccoglieva in preghiera. Nell'intervista alla testata spagnola «El País», Papa Francesco ha detto che vuole continuare ad essere «callejero», nel senso che quando può gli piace, durante le udienze o i viaggi, uscire per la strada a salutare la gente: “Non posso fare tutto quello che voglio, ma lo spirito «callejero» c'è”. In un Tweet lanciato il 1° ottobre 2016, Francesco ha scritto: “Dio non si conosce con pensieri alti e tanto studio, ma con la piccolezza di un cuore umile e fiducioso”. Il Vescovo di Roma non vuole creare una nuova teologia, ma sta cercando di fare teologia in modo nuovo per approdare alla Teopsia, cioè alla «visione di Dio», attraverso la contemplazione del Volto incarnato e misericordioso di Gesù di Nazaret, che si rende visibile nel volto dei fratelli più «piccoli». Quella di Papa Francesco è una teologia «nuova» nei modi, nei mezzi e nel linguaggio: la sua non è una teologia astratta, elaborata nei laboratori di scienze religiose, ma concreta, in un certo senso una «teologia callejera», fatta nella strada e per la strada, cioè per la gente; una teologia che non usa solamente lo strumento della ragione, ma soprattutto mette in atto le virtù umane e tra queste, quelle della tenerezza e dell'umiltà; una teologia che non ha come fine di dimostrare apologeticamente l'esistenza di Dio, ma di mostrare il volto amorevole di Dio attraverso gli occhi misericordiosi di Gesù di Nazaret. Si tratta di una «teologia mistica incarnata nella storia» e che si fa storia “partendo dalla periferia, partendo da coloro che sono più lontani”. Ai teologi il Papa ha detto che è importante domandarsi: “a chi stiamo pensando quando facciamo teologia? Quali persone abbiamo davanti? Senza questo incontro con la famiglia, con il Popolo di Dio, la teologia corre il grande rischio di diventare ideologia”. Egli ricorda che “Gesù non è venuto ad insegnare una filosofia, un’ideologia … ma una «via», una strada da percorrere con Lui”. Non si può annunciare Gesù Cristo senza mettersi in movimento, come faceva Paolo, l'Apostolo delle genti, il quale non resta “seduto davanti alla sua scrivania: no. Lui sempre, sempre è in moto. Sempre portando avanti l’annuncio di Gesù Cristo”. In diverse occasioni, Francesco ha detto che il compito dei Pastori della Chiesa è di uscire dal tempio per andare tra la gente. Se non si sta in mezzo alle gente e non si ascolta la vita della gente come si fa ad annunciare il Vangelo? Francesco evidenzia un pericolo: “quanto più ti allontani dalla gente e dai problemi della gente, tanto più ti rifugi in una teologia inquadrata del «si deve e non si deve», che non comunica nulla, che è vuota, astratta […]. A volte con le nostre parole rispondiamo a domande che nessuno si pone”. Commemorando a Bozzolo la bella figura di pastore di don Primo Mazzolari, Papa Francesco ribadisce che il pastore deve essere capace di mettersi davanti al popolo per indicare la strada, altre volte starà semplicemente in mezzo come segno di vicinanza, e in alcune circostanze camminerà dietro al popolo per incoraggiare chi è rimasto indietro. E don Primo scriveva: «Dove vedo che il popolo slitta verso discese pericolose, mi metto dietro; dove occorre salire, m’attacco davanti. Molti non capiscono che è la stessa carità che mi muove nell’uno e nell’altro caso e che nessuno la può far meglio di un prete»”. Il Papa esorta a non fare della fede una “teoria astratta dove i dubbi si moltiplicano. Facciamo piuttosto della fede la nostra vita. Cerchiamo di praticarla nel servizio ai fratelli, specialmente dei più bisognosi”. Non dobbiamo dimenticare, infatti, che “la nostra fede non è una dottrina astratta o una filosofia, ma è la relazione vitale e piena con una persona: Gesù Cristo”. Questa intima adesione a Cristo è stata l'esperienza dei santi Fondatori di Ordini e di Congregazioni religiose. In occasione del Giubileo della Vita Consacrata il Papa ha evidenziato che, purtroppo, è forte il rischio, anche nelle Comunità religiose, di “cristallizzare i carismi in una dottrina astratta: i carismi dei fondatori - ha detto - non sono da sigillare in bottiglia, non sono pezzi da museo”. Il Vescovo di Roma sottolinea il legame intimo tra Cristo e la Chiesa: “Nessuna manifestazione di Cristo, neanche la più mistica, può mai essere staccata dalla carne e dal sangue della Chiesa, dalla concretezza storica del Corpo di Cristo. Senza la Chiesa, Gesù Cristo finisce per ridursi a un’idea, a una morale, a un sentimento. Senza la Chiesa, il nostro rapporto con Cristo sarebbe in balia della nostra immaginazione, delle nostre interpretazioni, dei nostri umori”. Papa Francesco ha detto che “la Chiesa è il Vangelo, è l'opera di Gesù Cristo. Non è un cammino di idee, uno strumento per affermarle. E nella Chiesa le cose entrano nel tempo, quando il tempo è maturo, quando si soffre”. La Chiesa, popolo di Dio, ha nel mondo la missione di “comunicare agli uomini il disegno misericordioso di Dio”. Non possiamo dimenticare che il Popolo di Dio, costituito da tutti i battezzati,  «dai Vescovi fino agli ultimi Fedeli laici», è «infallibile nel credere» e, possiede un “proprio «fiuto» per discernere le nuove strade che il Signore dischiude alla Chiesa”. Dobbiamo convincerci che “il sensus fidei del santo popolo fedele di Dio, mai, nella sua unità, mai sbaglia”. Questo sensus fidei del popolo credente è un vero e proprio «luogo teologico». Papa Francesco spiega con convinzione che la parola «popolo» non è una categoria logica, ma è una categoria mistica,  ma non nel senso di «angelicata», come se tutto quello che fa il popolo fosse buono; e allora per evitare equivoci, Francesco preferisce identificare la parola «popolo» con la categoria «mitica» e storica. “Il popolo si fa in un processo, con l’impegno in vista di un obiettivo o un progetto comune. La storia è costruita da questo processo di generazioni che si succedono dentro un popolo. Ci vuole un mito per capire il popolo”. E allora, occorre ascoltare di più la saggezza del Popolo di Dio, imparando a valorizzare la pietà popolare della nostra gente che possiede la capacità di comprendere il Vangelo; questo è il sensus fidei fidelium, cioè il carisma di ogni cristiano di accedere e di arricchire il deposito della fede. Ai Vescovi italiani, il Papa ha ricordato che “il pastore è convertito e confermato dalla fede semplice del popolo santo di Dio, con il quale opera e nel cui cuore vive. Questa appartenenza è il sale della vita del presbitero; fa sì che il suo tratto distintivo sia la comunione, vissuta con i laici in rapporti che sanno valorizzare la partecipazione di ciascuno”. Pertanto, tutti gli organismi di comunione e di partecipazione nella Chiesa devono rimanere connessi col «basso», cioè devono partire dalla gente, dai problemi di ogni giorno. Francesco ha esortato i Vescovi del Messico a “curare specialmente la formazione e la preparazione dei laici, superando ogni forma di clericalismo e coinvolgendoli attivamente nella missione della Chiesa”. Non si tratta di una benevola «delega» che la gerarchia concede ai laici ma di una naturale partecipazione di tutto il Popolo di Dio alla missione salvifica della Chiesa. Non dobbiamo dimenticare che è il popolo ad evangelizzare il popolo, nel senso che tutto il Popolo di Dio, Pastori e Fedeli Laici, è abilitato ad annunciare il Vangelo della gioia, per realizzare così la vocazione missionaria della Chiesa. E anche sul ruolo delle donne nella Chiesa, Francesco ha detto con parole chiare: “per favore, non possono essere ridotte a serve del nostro recalcitrante clericalismo; esse sono, invece, protagoniste nella Chiesa”.
(Antonino Legname, La Teopsia di Francesco. Tra scienza e fede il nuovo umanesimo cristiano, integrale, popolare, solidale, inclusivo e gioioso, 2 volumi, Le Nove Muse Editrice, Catania 2017)