Ubi Petrus, ibi Ecclesia: "Dove c'è Pietro, lì c'è la Chiesa" (Sant'Ambrogio, Explanatio Psalmi XL, 30, 5)

martedì 29 maggio 2018

«ESSERE SANTO NON È AVERE LA FACCIA DA IMMAGINETTA»


IL DESIDERIO DELLA SANTITA’
Papa Francesco: «Il Signore ci chiama alla santità, alla santità di tutti i giorni»



di Antonino Legname

«La chiamata alla santità, che è la chiamata normale, è la chiamata a vivere da cristiano, cioè vivere da cristiano è lo stesso che dire “vivere da santo”». Con questa parole della Meditazione nella Messa a Santa Marta, il 29 maggio 2018, Papa Francesco ha rilanciato l’appello alla santità, pur consapevole che non è facile imitare la santità di Dio. Francesco ci tiene, però, a precisare che la santità non è un evento straordinario della vita che è riservato solo ad alcuni eletti, ma è la condizione normale e ordinaria di ogni cristiano. «Tante volte – ha fatto presente il Pontefice - noi pensiamo alla santità come a una cosa straordinaria, come avere delle visioni o preghiere elevatissime». Addirittura «alcuni pensano che essere santo significhi avere una faccia da immaginetta». E allora cos’è la santità? Il Vescovo di Roma ha spiegato che «essere santi è camminare verso quella luce, quella grazia che ci viene incontro». È la luce di Gesù che ci guida sulla strada della santità. In sintesi – ha rimarcato il Papa - «camminare verso la luce è camminare verso la santità». In altre parole, «camminare verso la santità è essere in tensione verso l’incontro con Gesù Cristo». Ma per camminare su questa strada occorre essere liberi da tutto ciò che schiavizza il cuore dell’uomo. In pratica, significa non conformarsi ai desideri del mondo, non entrare negli schemi del pensiero mondano. «Quando noi torniamo agli schemi del mondo, perdiamo la libertà» - ha messo in guardia il Papa. A volte, specialmente nei momenti di difficoltà e di prova, diventa forte la tentazione di guardare indietro e di avere nostalgia delle «cipolle d’Egitto», cioè della nostra vita mondana. Può succedere che «nei momenti di difficoltà il popolo torna indietro, non ce la fa, perde la libertà». Ed «è vero che laggiù mangiavate cose buone» – ha ricordato Francesco -  ma a quale prezzo? «In quale mensa le mangiavate?». La risposta di Francesco è evidente: «Nella mensa della schiavitù». Ma come faccio a capire se sto camminando verso la santità? Il Papa ha spiegato che ci sono due misure di paragone per capire se tu stai camminando verso la santità: «se tu guardi sempre avanti verso il Signore, verso la luce del Signore nella speranza di trovarlo». E il secondo parametro risponde alla domanda: «cosa fai quando vengono le prove: continui a guardare avanti o perdi la libertà e vai a rifugiarti negli schemi mondani che ti promettono tutto e non ti danno niente?».

sabato 26 maggio 2018

ASPETTANDO PAPA FRANCESCO IN SICILIA

PAPA FRANCESCO VERRA' IN SICILIA
A PIAZZA ARMERINA E A PALERMO
SABATO 15 SETTEMBRE 2018 

La Prefettura della Casa Pontificia, oggi ha dato la notizia che Sabato 15 settembre 2018 il Santo Padre Francesco si recherà in visita pastorale alle Diocesi di Piazza Armerina e di Palermo, in occasione del 25° anniversario della morte del Beato Pino Puglisi.

                                                                    Il Beato don Pino Puglisi

E' una notizia che apprendiamo con grande gioia e, mentre ringraziamo il Santo Padre per il dono della Sua visita pastorale in Sicilia, preghiamo perchè siano abbondanti i frutti spirituali dell'incontro di Papa Francesco con il popolo siciliano. 

L’AMORE È COME IL VINO, INVECCHIANDO MIGLIORA


LA BELLEZZA DEL MATRIMONIO
Papa Francesco: «Per portare avanti un matrimonio ci vuole pazienza … ma a volte è meglio separarsi per evitare una guerra mondiale»


di Antonino Legname

Una coppia di sposi che celebra il 50° o il 60° di matrimonio non fa notizia, mentre le separazioni e i divorzi fanno notizia. Papa Francesco nell’Omelia della Messa a Santa Marta, il 25 maggio 2018, ha voluto celebrare la bellezza del matrimonio cristiano. Non bisogna dimenticare – ha detto il Papa – che la moglie e il marito, che vivono da tanti anni insieme, «sono a immagine e somiglianza di Dio» e, per questo, dovrebbero fare più notizia di divorzi, separazioni e scandali. L’invito di Francesco è di guardare al positivo e di riscoprire «la bellezza del matrimonio». Il Pontefice ha ricordato che il matrimonio è una delle cose più belle che Dio ha fatto quando ha creato il mondo; ha voluto che l’uomo e la donna, distaccandosi dalla famiglia di origine, formassero una nuova cellula diventando «una sola carne». E allora, non occorre focalizzare troppo l’attenzione sul problema della separazione dei coniugi, e non bisogna ridurre la fede sul matrimonio sacramento alla casistica: «si può o non si può». Si deve puntare, invece, «alla bellezza della coppia che deve essere unita» e deve fare di tutto per restare saldamente unita. Al Papa non sfuggono le difficoltà e le crisi che possono esserci nella coppia. Ci sono i problemi con i figli, le incomprensioni, i litigi. Ma non c’è dubbio che «per portare avanti un matrimonio ci vuole pazienza», tanta pazienza. E la pazienza è la prima qualità dell’amore – come scrive san Paolo nella 1^ Lettera ai Corinzi (13,4). A volte, però, il matrimonio non funziona, ci si separa, e questa è una disgrazia – ha detto Francesco – però, in certe situazioni irreversibili di fallimento «è meglio separarsi per evitare una guerra mondiale». Ma nel grande album della vita matrimoniale ci sono tantissime coppie che vivono insieme per tutta la vita. Il Pontefice ricorda che in occasione di un’udienza si era soffermato davanti a una coppia: «erano giovani, mai avrei pensato che celebrassero il sessantesimo! Ma non sembravano così anziani!». Il fatto è che «a quel tempo — ha aggiunto il Papa — si sposavano giovani; oggi, perché il figlio si sposi, la mamma deve smettere di stirargli le camice perché non vuole andarsene di casa». E nel breve dialogo avuto con quella coppia di coniugi, Francesco domanda: “siete felici?”. E loro, che guardavano emozionati il Papa, si sono guardati negli occhi e poi, - racconta Francesco - «quando sono tornati a guardare me, avevano gli occhi bagnati, e tutti e due mi hanno detto: “siamo innamorati”. Dopo sessant’anni l’amore era forte come il buon vino: il tempo nobilita il buon vino e quando invecchia diventa ancora migliore». Il Pontefice non vuole sottovalutare le difficoltà che ci possono essere nella coppia, ma «l’importante è che la carne rimanga una e si superano» i problemi. E si fa la pace. E per fare la pace – come disse Francesco in un’altra occasione – non c’è bisogno di chiamare le Nazioni Unite. Un bacio, un abbraccio, una carezza e tutto si sistema. E mai si deve andare a letto la sera senza prima aver fatto la pace. Gli sposi non devono mai dimenticare che hanno celebrato un sacramento, che non è solo per loro ma è anche per la Chiesa. Devo sapere che l’amore per tutta la vita è possibile: «l’amore è capace di fare vivere innamorati tutta una vita, nella gioia e nel dolore». Questa è la bellezza del matrimonio cristiano. A volte non ci si rende conto che «il matrimonio è una predica silenziosa a tutti gli altri, una predica di tutti i giorni». E questa è una bella notizia che purtroppo non fa notizia. Invece – ha lamentato Francesco - «notizia è lo scandalo, il divorzio». Gli sposi – ha concluso il Papa - «sono a immagine e somiglianza di Dio e questa è la notizia cristiana».

giovedì 24 maggio 2018

LA POVERTA' NON E' IDEOLOGIA


IL DIAVOLO ENTRA DALLE TASCHE

Papa Francesco: «Io non vi chiederò di essere “preti scamiciati”, no; ma solo che siate testimoni di Gesù, attraverso la semplicità e l’austerità di vita, per diventare promotori credibili di una vera giustizia sociale»



di Antonino Legname

Papa Francesco confida: “a volte qualcuno mi chiede: «Ma Lei, padre, parla sempre dei poveri e della misericordia». Sì - dico - ma non è una malattia. È semplicemente il modo con cui Dio si è rivelato”. Sappiamo bene che «povertà» è una parola “che sempre mette in imbarazzo. Quante volte, infatti, abbiamo sentito dire: «Ma questo sacerdote parla troppo di povertà, questo vescovo parla di povertà, questo cristiano, questa suora parlano di povertà [...]. Ma sono un po’ comunisti, no? E invece - ha sottolineato il Papa - la povertà è proprio al centro del Vangelo, tanto che se noi togliessimo la povertà dal Vangelo, non si capirebbe niente del messaggio di Gesù”. Questa è «la teologia della povertà», cioè “il mistero di Cristo che si è abbassato, si è umiliato, si è impoverito per arricchirci”. Il Vescovo di Roma ci tiene a fugare ogni equivoco quando dice con chiarezza che “la povertà non è un'ideologia”, ma è una categoria teologica centrale nel messaggio del Vangelo. La povertà evangelica non è quella sociologica, ma è quella di Gesù, che metteva al centro del suo annuncio i semplici, i poveri e quelli che soffrono di più. […] Francesco ha ribadito che “i poveri sono al centro del Vangelo” e ha spiegato che “non si tratta solo di fare assistenza sociale, tanto meno attività politica. Si tratta di offrire la forza del Vangelo di Dio, che converte i cuori, risana le ferite, trasforma i rapporti umani e sociali secondo la logica dell'amore” e del servizio. Ci rendiamo conto che la nostra civiltà sta correndo in maniera accelerata verso il benessere nella convinzione che la felicità possa dipendere dall'accumulo di beni materiali? Ma è evidente che il possesso di tanti beni non è automaticamente fonte di pace e di felicità, anzi può diventare motivo di preoccupazione e di delusione. Francesco, con la sua scelta di vita semplice e povera, vuole dire agli uomini del nostro tempo che la vera gioia e la felicità si trovano nel distacco dalle ricchezze e in una vita gioiosa che sa condividere i beni con i fratelli più poveri, e che solo Dio e il suo amore alla fine riusciranno a colmare il cuore umano […]. La grande avventura spirituale di Francesco parte da un nucleo molto semplice: l'adesione profonda a Cristo e alla essenzialità del Vangelo. Fin dall'inizio del suo pontificato, Bergoglio si è voluto immedesimare nella povertà di Gesù di Nazaret, sognando una Chiesa «povera per i poveri». Egli concepisce la povertà come distacco dai beni temporali - secondo le parole di Gesù: «Non portate né oro né argento» (Lc 9,3). Papa Francesco ha il culto per «Madonna Povertà», non per il semplice «pauperismo» fine a se stesso, né per snobismo e neppure perché disprezza i beni della terra creati da Dio, al contrario, in tutte le cose del creato il Papa vede il riflesso della bellezza e della grandezza di Dio fino al punto da scrivere la bella enciclica Laudato si'. Ma Bergoglio ha scelto di vivere e di seguire Cristo povero. La povertà, infatti, fu lo status permanente di Gesù di Nazaret. Ricordiamo che san Francesco d'Assisi aveva sposato «Madonna Povertà» ed era così geloso che provava vergogna quando incontrava uno più povero di lui. Questa è la «pazzia» dei santi! Povertà e umiltà: un binomio inscindibile in Gesù di Nazaret povero ed umile […]. Francesco dice che non bisogna odiare i ricchi, e non bisogna avere rabbia per una persona ricca: “no: questo non è cristiano”, ma chiede di pregare per coloro che “hanno troppo, che non sanno cosa fare con i soldi e vogliono di più”; e di pregare anche “per quei ricchi che non hanno capito che la loro ricchezza non è per loro”; dobbiamo pregare perché non si corrompano e “perché facciano un buon uso della ricchezza”, e la sappiano amministrare per fare del bene; perché “se non la amministrano loro - ha avvertito il Papa - la amministra il diavolo contro di loro”. Francesco non è un «pauperista» ideologizzato e per questo sa apprezzare anche quelle “persone che hanno soldi e sono generose, aiutano, amministrano e conducono una vita austera, una vita semplice, una vita di lavoro”. Il Vescovo di Roma, attraverso la scelta preferenziale degli ultimi si propone di rinnovare la vita della Chiesa, perché anche oggi, come fu per san Francesco, il Signore affida al suo Vicario il compito di «riparare» la sua Chiesa, insidiata dalla tentazione del potere, della gloria umana e della ricchezza. In più occasioni il Vescovo di Roma ha esortato i Pastori della Chiesa ad un salutare distacco dai beni materiali di questo mondo. Non si tratta di spogliarsi di tutto, come hanno saputo fare i Santi, come per esempio san Francesco o il beato Domingo y Sol, il quale diceva che “per soccorrere chi ha bisogno si doveva essere disposti a «vendere la camicia». Io non vi chiederò tanto - dice il Papa - «preti scamiciati», no; ma solo che siate testimoni di Gesù, attraverso la semplicità e l’austerità di vita, per diventare promotori credibili di una vera giustizia sociale” […]. Per evitare equivoci ideologici sulla povertà, è bene ribadire che Papa Francesco non esalta la povertà in quanto tale; «è una croce» - ha detto - che Gesù stesso ha vissuto, conducendo una vita da povero. “Non avere il necessario è una brutta croce” - ha rimarcato. E ricordando le parole di Gesù sul pericolo delle ricchezze, il Vescovo di Roma avverte: “State attenti, però, perché c’è un altro tesoro: le ricchezze, le troppe ricchezze. E queste rovinano l’anima”, proprio perché - come ha detto in tante altre occasioni - «il diavolo entra dalle tasche, sempre: corrompe».

 

[Dal libro di Antonino Legname, La Teopsia di      Francesco. Tra scienza e fede, il nuovo umanesimo   cristiano,integrale, popolare, solidale, inclusivo e gioioso, Le Nove Muse, Catania 2017, vol. I, pp. 91-94].   


lunedì 21 maggio 2018

EMORRAGIA DELLE VOCAZIONI, POVERTA’ EVANGELICA, RIDUZIONE DELLE DIOCESI


LE TRE PREOCCUPAZIONI DEL PAPA
Francesco chiede ai Vescovi italiani di parlare con franchezza: «Non è peccato criticare il Papa qui! Non è peccato, si può fare»



 di Antonino Legname

Nella giornata dedicata a «Maria Madre della Chiesa», il 21 maggio 2018, Papa Francesco ha incontrato i Vescovi italiani, nell’Aula nuova del Sinodo, in occasione dell’Assemblea Generale della CEI. Sono tre le preoccupazione che il Vescovo di Roma ha voluto condividere con i suoi fratelli nell’episcopato, invitandoli a parlare con chiarezza e a rivolgerGli domande, ansie, ispirazioni, critiche. A tal proposito Francesco li rassicura: «non è peccato criticare il Papa qui! Non è peccato, si può fare». In quel contesto di fraternità non è vietato parlare al Papa con franchezza, con parresia, senza il timore di essere irriverenti o peggio giudicati male. La prima preoccupazione che il Papa ha voluto condividere è «la crisi delle vocazioni». Qual è la causa principale dello svuotamento dei seminari, delle chiese, dei monasteri e dei conventi? Quanti ne saranno chiusi nei prossimi anni? Il Papa ha detto che l’«emorragia di vocazioni» è il «frutto avvelenato della cultura del provvisorio, del relativismo e della dittatura del denaro, che allontanano i giovani dalla vita consacrata; accanto, certamente, alla tragica diminuzione delle nascite, questo “inverno demografico”; nonché agli scandali e alla testimonianza tiepida». Alla carenza di sacerdoti in certe diocesi d’Italia si può rispondere con la «concreta e generosa condivisione fidei donum tra le diocesi italiane» - ha proposto Francesco. Sarebbe arricchente questo scambio tra le Diocesi più ricche di vocazioni che donano sacerdoti a diocesi in difficoltà per la mancanza di clero. La seconda preoccupazione di Papa Francesco riguarda lo stile semplice, povero e trasparente che deve distinguere gli ecclesiastici. Per il Vescovo di Roma, non ci può essere zelo apostolico senza la testimonianza di una vita povera: «chi crede non può parlare di povertà e vivere come un faraone». Ed ha ribadito: «È una contro-testimonianza parlare di povertà e condurre una vita di lusso; ed è molto scandaloso trattare il denaro senza trasparenza». La terza preoccupazione del Pontefice è «la riduzione e accorpamento delle diocesi». Francesco è consapevole che non è un problema facile da risolvere. Nel dopo Concilio, già Paolo VI aveva cominciato a lamentare l’eccessivo numero delle Diocesi in Italia ed auspicava un ridimensionamento e la fusione di alcune diocesi troppo piccole. È una questione annosa – ha fatto notare Francesco – che richiede una soluzione in tempi brevi, perché quest’«argomento datato e attuale» è stato trascinato per troppo tempo, e «credo – dice il Papa - sia giunta l’ora di concluderlo al più presto».

sabato 19 maggio 2018

L’DOLATRIA DEL PENSIERO UNICO E RIGIDO


LA SCLEROCARDIA SPIRITUALE

Papa Francesco: «Ci sono cuori chiusi, i cuori di pietra, i cuori che non vogliono aprirsi, che non vogliono sentire; i cuori che soltanto conoscono il linguaggio della condanna»



di Antonino Legname

La concentrazione eccessiva su se stessi può diventare patologica. Papa Francesco spiega che “è qualcosa di più che una semplice testardaggine […], è l’idolatria del proprio pensiero: io la penso così, questo deve essere così e niente di più! I farisei avevano un pensiero unico e volevano imporre questo pensiero al popolo di Dio. Per questo Gesù li rimprovera di caricare sulle spalle della gente tanti comandamenti. Rimprovera la loro incoerenza dovuta al loro pensiero: «si deve fare così!». In questo modo hanno una teologia che diviene schiava di questo schema del pensiero unico”. Il Papa critica e condanna l'atteggiamento dei farisei, dei dottori della legge e dei sadducei che parlavano un linguaggio che la gente non capiva. Erano chiusi dentro una religiosità formalistica; per loro tutta la salvezza era nel compimento dei numerosissimi comandamenti “che la loro febbre intellettuale e teologica aveva creato”; in questo modo erano riusciti ad allargare sempre di più lo spazio che li distaccava dal popolo, per il quale diventava sempre più difficile percorrere la strada per la salvezza. Occorre evitare - dice il Papa - di cercare salvezza e “rifugio sotto il tetto delle prescrizioni e dei tanti comandamenti fatti da uomini”. La rigidità della legge e gli idealismi non fanno bene; e la Chiesa cattolica non insegna «aut-aut», «o questo, o questo», ma con sano realismo dice: «et-et», «questo e questo»; “non è cattolico ma è eretico dire: «o questo o niente»”. Bisogna fare di tutto per uscire dall'ingabbiamento della rigidità della legge - dice Francesco - e ascoltare Gesù che ci presenta l'ideale da perseguire e continua a dire: “Fate fino al punto che potete fare. E lui ci capisce bene”. Giona, ha spiegato il Papa, “aveva le proprie idee, e non c’era nessuno - neppure Dio! - che gliele facesse cambiare  […]; aveva quella durezza che non lascia entrare la misericordia di Dio: è più importante la mia predica, sono più importanti i miei pensieri, è più importante tutto quell’elenco di comandamenti che devo fare osservare - tutto, tutto, tutto - che la misericordia di Dio […]. Dove c’è il Signore, c’è la misericordia. E sant’Ambrogio aggiungeva: «E dove c’è la rigidità ci sono i suoi ministri», riferendosi alla testardaggine che sfida la missione, che sfida la misericordia”. Il Papa non si stanca di ripetere che “il Signore con la sua tenerezza ci apre il suo cuore, ci apre il suo amore. Il Signore è allergico alle rigidità” […]. Una certa rigidità fa tanto male alla Chiesa! “Quanto bella è la libertà, la magnanimità, la speranza di un uomo e una donna di Chiesa - ha rimarcato il Papa - e invece quanto brutta e quanto male fa la rigidità di una donna e di un uomo di Chiesa: la rigidità clericale, che non ha speranza”. Purtroppo, la sclerocardìa o «cardiosclerosi» - come la chiama Francesco - cioè la «durezza di cuore», è una grave malattia dello spirito che rende refrattari e insensibili alla misericordia e alla tenerezza. “Il problema, infatti, è che per certi cuori, se noi facessimo un elettrocardiogramma spirituale, il risultato sarebbe lineare, senza emozioni”. pórosis (la durezza) dei loro cuori» (Mc 3,5; cf. anche Ef 4,18). La durezza di cuore fa soffrire tanto la Chiesa - ha detto Francesco - Ci sono “cuori chiusi, i cuori di pietra, i cuori che non vogliono aprirsi, che non vogliono sentire; i cuori che soltanto conoscono il linguaggio della condanna. Essi sanno condannare e non sanno dire: «spiegami, perché tu dici questo? Perché questo? Spiegami». No, sono chiusi, sanno tutto, non hanno bisogno di spiegazioni”. L'umanesimo cristiano, invece, non può essere rigido, perché “dove c’è rigidità non c’è umanesimo, e dove non c’è umanesimo, non può entrare Cristo! Ha le porte chiuse! Il dramma della chiusura incomincia nelle radici della rigidità” - ha ribadito il Pontefice; per questo “dobbiamo imparare a uscire dalle nostre rigidità che ci rendono incapaci di comunicare la gioia del Vangelo, dalle formule standardizzate che spesso risultano anacronistiche, dalle analisi preconcette che incasellano la vita delle persone in freddi schemi”. In tante occasioni il Papa ha parlato di quell'ipocrisia nascosta dietro l'atteggiamento di «rigidità» di coloro che sono scrupolosi osservanti della legge.
Ma “dietro la rigidità c’è qualcosa di nascosto nella vita di una persona. Infatti, la rigidità non è un dono di Dio; la mitezza sì; la bontà sì; la benevolenza sì; il perdono sì; ma la rigidità no!”. I rigidi “sembrano buoni, perché seguono la legge, dietro c’è qualcosa che non li fa buoni: o sono cattivi, ipocriti o sono malati”. Mentre la Tradizione della Chiesa fiorisce e sempre si arricchisce di nuovi impulsi dello Spirito, “c'è un tradizionalismo che è fondamentalismo rigido: non è buono” - ha detto Francesco, ricordando che la fedeltà alla Tradizione implica una crescita. Per far capire che la durezza del cuore è una tentazione che può intaccare anche gli uomini di Chiesa, il cardinale Christoph Schönborn, arcivescovo di Vienna, intervenendo al World Apostolic Congress on Mercy, che si è svolto a Roma il 1° aprile 2016, cita santa Caterina da Siena, la quale ammoniva che “noi sacerdoti, noi pastori siamo minacciati dalla durezza del cuore, che s’insinua nelle nostre vite. Così i sacerdoti diventano lupi e tanti cardinali sono diavoli”. Papa Francesco esorta “a rivedere quei comportamenti che a volte non aiutano gli altri ad avvicinarsi a Gesù; gli orari e i programmi che non incontrano i reali bisogni di quanti si potrebbero accostare al confessionale; le regole umane, se valgono più del desiderio si perdono; le nostre rigidità che potrebbero tenere lontano dalla tenerezza di Dio. Non dobbiamo certo sminuire le esigenze del Vangelo, ma non possiamo rischiare di rendere vano il desiderio del peccatore di riconciliarsi con il Padre, perché il ritorno a casa del figlio è ciò che il Padre attende prima di tutto (cfr Lc 15,20-32)”. È veramente pericoloso l'atteggiamento di coloro che “si rifugiano nella propria schiavitù, nella propria rigidità, e non sanno nulla della misericordia di Dio. Coloro di cui parla il Vangelo di Matteo erano dottori, avevano studiato, ma la loro scienza non li ha salvati”. Gesù li spiazza facendo «cose strane» ai loro occhi, come “andare con i peccatori, mangiare con i pubblicani”. E questo ai dottori della legge “non piaceva, era pericoloso; era in pericolo la dottrina, che loro, i teologi, avevano fatto nei secoli”. A tal proposito il Vescovo di Roma ha detto che forse inizialmente si trattava di una legge “fatta per amore, per essere fedeli a Dio”, ma in pratica poi era diventata «un sistema normativo chiuso». Essi “semplicemente avevano dimenticato la storia. Avevano dimenticato che Dio è il Dio della legge”, ma è anche “il Dio delle sorprese”. Solo la tenerezza di Dio è capace di ammorbidire il cuore di pietra di coloro che hanno un pensiero unico e rigido e di riscaldare la freddezza di quella gente che “è chiusa sempre nella legge e condanna tutto quello che è fuori da quella legge”. Il «fenomeno del pensiero unico» alimenta quella rigidità che nel corso della storia dell'umanità ha sempre causato  disgrazie; ha ricordato il Pontefice: “Nel secolo scorso abbiamo visto tutti noi le dittature del pensiero unico che hanno finito per uccidere tanta gente. Si sono sentite padrone e non si poteva pensare altrimenti: si pensa così!
 
Ma anche oggi - ha messo in guardia il Papa - c’è l’idolatria del pensiero unico. Oggi si deve pensare così e se tu non pensi così non sei moderno, non sei aperto. O peggio - ha proseguito - tante volte quando alcuni governanti chiedono un aiuto finanziario si sentono rispondere: «ma se tu vuoi questo aiuto devi pensare così e devi fare questa legge e quell’altra, quell’altra». Dunque, anche oggi c’è la dittatura del pensiero unico e questa dittatura è la stessa di questa gente di cui parla il Vangelo. Il modo di fare è lo stesso. È gente che prende le pietre per lapidare la libertà dei popoli […], la libertà delle coscienze, il rapporto della gente con Dio. E oggi Gesù è crocifisso un’altra volta”.
Anche gli uomini di chiesa possono avere il cuore così duro, rigido e lineare da vanificare la grazia della misericordia.

[Dal libro di Antonino Legname, La Teopsia di      Francesco. Tra scienza e fede, il nuovo umanesimo   cristiano,integrale, popolare, solidale, inclusivo e gioioso, Le Nove Muse, Catania 2017, vol. I, pp. 432-436].   






venerdì 18 maggio 2018

LA FALSA UNITA' DEL POPOLO MASSIFICATO


LE CHIACCHIERE DIVIDONO E UCCIDONO
Papa Francesco: «Camminare sempre sulla strada della vera unità»



di Antonino Legname

«Il chiacchiericcio è un atteggiamento assassino, perché uccide, fa fuori la gente, fa fuori la “fama” della gente». Ci deve essere una ragione se Papa Francesco, in questi anni di pontificato, ha parlato così tanto e spesso della cattiva zizzania delle chiacchiere e del veleno del pettegolezzo; le male lingue distruggono le persone e la pace delle famiglie e delle comunità cristiane. Far fuori le persone a colpi di maldicenze è un «atteggiamento assassino» - ha rimarcato Francesco nell’Omelia della Messa a Santa Marta il 17 maggio 2018. Quando, invece, lavoriamo per l’unità siamo sulla buona strada indicata da Gesù. Ma non si tratta di quell’«unità finta», «congiunturale» - ha messo in guardia il Papa. L’unità falsa e camuffata deve essere abbattuta. L’esempio lo abbiamo da San Paolo, il quale buttò la pietra di divisione contro quella falsa unità dei farisei e dei sadducei che lo accusavano e lo volevano condannare a morte: «Va contro la legge, va contro questo, è un blasfemo» - dicevano. Purtroppo, capita che il popolo venga influenzato dai potenti e dai dirigenti a gridare contro qualcuno; questo capita – ha detto Francesco - quando «il popolo diventa massa, anonimo». 

Tutti gridano e non sanno perché lo fanno. Quando si strumentalizza il popolo, si disprezza il popolo. E questo è un elemento che si ripete nella storia dell’umanità. Anche Gesù fu condannato da un popolo che poco prima lo aveva osannato: la domenica delle Palme tutti acclamano “Benedetto sei tu, che vieni nel nome del Signore”» ma il «venerdì dopo, la stessa gente grida “crocifiggilo”». Perché è successo? Il Pontefice risponde: «perché è stato lavato il cervello e così sono state cambiate le cose: in pratica hanno convertito il popolo in massa che distrugge». Anche oggi – ammette Francesco – questo metodo di manovrare il popolo per massificarlo e per  dirigerlo secondo le finalità dei potenti, è presente anche a livello politico e nella vita civile. Così nascono i «colpi di stato»: «i media incominciano a sparlare della gente, dei dirigenti e, con la calunnia, la diffamazione, li sporcano. Poi entra la giustizia, li condanna e, alla fine, si fa il colpo di stato. È un sistema fra i più disdicevoli». Il Vescovo di Roma ricorda che la vocazione di tutti i cristiani è quella di essere uomini e donne di unità, quella vera e non finta e camuffata – ha ribadito. E conclude, mettendoci in guardia dal principe di questo mondo, il diavolo, che è il padre della menzogna e della divisione.

lunedì 14 maggio 2018

IL VALORE UMANO E CRISTIANO DELL’AMICIZIA


IL DONO DELL’AMICIZIA
Papa Francesco: «Gesù è amico sino alla fine»

L'icona dell'Amicizia, antica icona copta del VII sec.


di Antonino Legname

 “O Signore, a noi che abbiamo ricevuto in sorte il dono della tua amicizia concedi di progredire in questo amore, di essere eletti, di rimanere fedeli nell’elezione”. Con queste parole della colletta della Messa, celebrata a Santa Marta il 14 maggio 2018, Papa Francesco ha ricordato nell'Omelia che ogni cristiano ha ricevuto in dono l’amicizia di Gesù. La nostra vocazione  cristiana è vivere da amici del Signore – ha rimarcato il Pontefice. Una delle caratteristiche della vera amicizia è la «fedeltà» al dono ricevuto. Il Papa ha evidenziato che il Signore è sempre fedele a questo dono: «Lui è fedele all’amicizia perché ci ha chiamati a viverla. Ci ha eletti per questo, per essere i suoi amici: “Non vi chiamerò più servi — dice nel Vangelo (Giovanni 15, 9-17) — vi dirò amici”. E questa parola la conserva fino alla fine». Anche a Giuda che lo tradisce, Gesù continua a donargli l’amicizia fino alla fine; e proprio nel momento del tradimento il Signore si rivolge a Giuda chiamandolo «amico».  Non lo caccia via, ma gli ricorda il dono dell’amicizia. Questo ci fa capire che il Signore è sempre fedele al dono dell’amicizia, mentre noi a volte gli voltiamo le spalle e liberamente ci allontaniamo da Lui. L’amicizia, infatti, non si impone ma si propone e si offre come dono e liberamente si accoglie. Sono bellissime le parole di Gesù, quando si rivolge ai suoi apostoli con queste parole: “Ecco, voi siete miei amici, non vi chiamo più servi perché il servo non sa quello che fa il suo padrone. Ma vi ho chiamato amici perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi”». Il vero amico è colui che condivide i segreti dell’altro; è fedele e non tradisce. Gesù è l’amico che non tradisce mai e anche quando noi lo rinneghiamo, Lui ci aspetta «fino alla fine». Veramente l’amicizia è uno dei doni più belli che possiamo ricevere nella vita. E la Bibbia esalta l’amicizia per la sua preziosità fino al punto da dire che: «chi trova un amico trova un tesoro». Purtroppo, in questa nostra società commercializzata, a volte può sembrare vero il contrario, e cioè che: «chi trova un tesoro trova cento amici». Papa Francesco si esorta a chiedere al Signore la grazia di rimanere ancorati alla sua amicizia che «abbiamo ricevuto come dono in sorte da lui».

martedì 1 maggio 2018

LA CURIOSITA' NON E' SOLO DONNA

L'OCCHIO DEL CURIOSO
Papa Francesco: "Qualcuno dice che gli uomini sono più chiacchieroni delle donne"

 
di Antonino Legname

Esiste una curiosità buona che fa crescere nella conoscenza della realtà e c'è una curiosità cattiva che distrugge l'animo umano e i rapporti familiari e sociali. Per esempio, i bambini sono particolarmente curiosi e nei telefonini, come in tutto il mondo virtuale, trovano anche «tante cose brutte» - ha detto Papa Francesco nell'Omelia della Messa a Santa Marta, il 30 aprile 2018 - rischiando così di finire «prigionieri di queste curiosità non buone».Soprattutto occorre "aiutare i giovani a saper discernere tra le tante proposte della quotidianità". Infatti, è forte il rischio della dispersione e dello smarrimento. I giovani hanno bisogno di certezze; e il Papa ha indicato nello Spirito Santo «la grande certezza» che risolve tutte «le nostre curiosità»: e lo fa come «compagno di viaggio, compagno della memoria e compagno maestro», non certo presentandosi a noi «con un pacco di risposte» già pronte. Non solo la filosofia nasce dalla curiosità e dalla meraviglia, ma tutta "la nostra vita è piena di curiosità". E così - ricorda Francesco - «da bambini, l’età del perché» domandiamo «papà, perché questo? Mamma, perché, perché, perché?». Questo accade proprio «perché il bambino cresce, si accorge di cose che non capisce, e domanda: è curioso, cerca una spiegazione». Ma «questa è una curiosità buona, perché è una curiosità per crescere, per svilupparsi, per avere più autonomia». E «anche è una curiosità contemplativa, perché i bambini vedono, contemplano, non capiscono e domandano». Purtroppo, evidenzia il Papa, "ci sono altre curiosità che non sono tanto buone». E per essere concreti, Francesco porta l'esempio di coloro che vogliono  “annusare” nella vita degli altri. E se qualcuno dovesse obiettare che la curiosità e il pettegolezzo sono cose di donne, il Papa risponde: "No, il chiacchiericcio è un patrimonio di donne e di uomini". Anzi, «qualcuno dice che gli uomini sono più chiacchieroni delle donne". Il Pontefice non si sbilancia, ma ammette che la curiosità, accompagnata dalle chiacchiere e dal pettegolezzo, contagia tutti. E ribadisce che è cattiva la curiosità di voler capire cose che non si ha diritto di sapere.: «Questa non è una curiosità buona, ma ci accompagna tutta la vita. È una tentazione che avremo sempre». E' quanto mai necessario imparare a disciplinare la curiosità per non restare impigliati nelle sue reti di cattiveria. Lo Spirito Santo, ribadisce Francesco, «ci dà la luce e ci conduce dove c’è la felicità», quella vera e stabile. E' Lui che . conclude il Papa - che "ci dà la certezza  delle cose che Gesù ci ha insegnato, e ci ricorda tutto".

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