Ubi Petrus, ibi Ecclesia: "Dove c'è Pietro, lì c'è la Chiesa" (Sant'Ambrogio, Explanatio Psalmi XL, 30, 5)

giovedì 6 settembre 2018

NON PUNTARE IL DITO VERSO GLI ALTRI


LA VERGOGNA DI SENTIRSI PECCATORE
Francesco: «È un brutto segnale voler mettere il “naso” nella vita altrui»


 
di Antonino Legname

«Un segnale che una persona, che un cristiano non sa accusare se stesso è quando è abituato ad accusare gli altri, a sparlare degli altri, a mettere il naso nella vita altrui. È ciò un brutto segnale», ha detto Papa Francesco nella Meditazione della Messa a Santa Marta, il 6 settembre 2018. Il Pontefice prende lo spunto dal passo evangelico della «pesca miracolosa» e, in particolare, dall’esperienza dell’apostolo Pietro, il quale «si avvicinò a Gesù si gettò alle sue ginocchia dicendo: “Signore, allontanati da me perché sono un peccatore”». Questa dichiarazione di umana debolezza fu «il primo passo decisivo di Pietro sulla strada del discepolato». Per ognuno di noi questo riconoscimento del proprio peccato deve essere l’inizio della conversione e della sequela a Cristo:  «senza accusare se stesso non si può camminare nella vita cristiana» - ha ricordato Francesco. Purtroppo, c’è il rischio che diventi un’abitudine formale dire: «Sono peccatore», come dire «Io sono umano», o «Io sono cittadino». Chi si riconosce veramente un peccatore deve stupirsi, anzi deve provare vergogna per il proprio peccato. Che significa accusare se stesso? Il Vescovo di Roma spiega: «accusare se stesso è il sentimento della mia miseria, di sentirsi miserabili, misero, davanti al Signore. Il sentimento della vergogna». E infatti «accusare se stesso» non si può fare a parole, bisogna sentirlo nel cuore: «è sempre un’esperienza concreta». E parlando della Confessione, il Papa ha detto che non può essere vissuta come una seduta per abbellirsi esteriormente: «la salvezza di Gesù non è una cosa cosmetica, che ti cambia un po’, con due pennellate ti cambiano la faccia. È una cosa che entra dentro e trasforma». In altre parole, la vera conversione nasce dalla vergogna di essere peccatore e approda allo «stupore di sentirsi salvato». È veramente biasimevole puntare il dito contro i peccati degli altri senza rendersi conto delle proprie fragilità. A questo punto – consiglia Francesco – ci farà bene domandarci: “Io accuso me stesso o accuso gli altri?”. E con molto realismo, il Papa fa notare che «c’è gente che vive sparlando degli altri, accusando gli altri e mai pensa a se stesso». È un «brutto segnale voler mettere il «naso nella vita altrui». Il Pontefice ci mette davanti ad un’altra domanda: «quando vado a confessarmi come mi confesso, come i pappagalli? “Bla, bla, bla, ho fatto questo, questo”». E ribadisce: «Non si tratta di «fare cosmetica» né di «truccarsi un po’ per uscire bello». Bisogna puntare al cuore per imparare ad accusare se stessi e per cominciare a cambiare, ponendo la scure alla radice del proprio albero.