Ubi Petrus, ibi Ecclesia: "Dove c'è Pietro, lì c'è la Chiesa" (Sant'Ambrogio, Explanatio Psalmi XL, 30, 5)

giovedì 1 febbraio 2018

LA PEDAGOGIA DELLA BUONA MORTE

PER VIVERE BENE CONTA I TUOI GIORNI
Papa Francesco: «Io non sono il padrone del tempo;c’è un fatto: io morirò!»


di Antonino Legname
 
Dobbiamo imparare a contare i nostri giorni per giungere alla sapienza del cuore - ci insegna la Bibbia (cfr Salmo 89,12). Ci aiuta a vivere bene il saper guardare la vita dal letto della morte. Nella Meditazione della Messa a Santa Marta, il 1° febbraio 2018, Papa Francesco ci ricorda che «noi non siamo né eterni né effimeri: siamo uomini e donne in cammino nel tempo, tempo che incomincia e tempo che finisce». Il Pontefice propone tre idee: «la morte è un fatto, la morte è un’eredità e la morte è una memoria». Se c'è una certezza nella vita è il fatto che bisogna morire. La morte è un evento universale che prima o poi coinvolge tutti gli esseri viventi. Siamo in cammino verso la meta che si chiama morte. Da questa consapevolezza scaturisce l'esigenza di capire qualcosa in più di questo mistero; e la Chiesa da sempre aiuta gli uomini a riflettere per dare un senso alla morte. Francesco ricorda che quando era in seminario gli facevano fare «l'esercizio della buona morte», cioè lo aiutavano a meditare sulla fine della vita e sulla caducità di tutto ciò che è umano e materiale. Il pensiero della morte serve a ridimensionare la nostra volontà di potenza: «io non sono il padrone del tempo - ci ricorda il Papa - c’è un fatto: io morirò. Quando? Dio lo sa». Ma sicuramente «morirò». La certezza di dover morire non deve farci paura, ma deve responsabilizzarci per vivere meglio, con sano realismo e senza illusioni. Francesco riferisce che, quando era bambino, una delle prime cose che ha imparato a leggere, grazie a sua nonna, era un cartello che lei aveva sotto lo specchio del comodino, e che diceva: «Pensa che morirai e tu non sai quando». In altre parole, come si dice in latino: «mors certa, hora incerta». Pensando alla morte è cosa buona domandarsi: «quale eredità lascerò?». Papa Francesco dice che l'eredità più bella è quella della testimonianza della vita. Anche se sei stato un grande peccatore, ma sei un «grande pentito», puoi essere santo. In qualche occasione il Vescovo di Roma ha detto che non c'è Santo che non abbia un passato di peccato e non c'è peccatore che non abbia un futuro di santità. Nessuno, infatti, è irrimediabilmente legato al proprio passato di peccato. Infine, Francesco annota che non servono gli elogi funebri e i panegirici davanti al morto: «È vero che se noi andiamo ad una veglia funebre, il morto sempre era santo», tanto che - dice Francesco con una battuta - «ci sono due posti per canonizzare la gente: piazza San Pietro e le veglie funebri, perché sempre è un santo e perché non ti minaccia più». Il Papa ha concluso esortando tutti a prepararsi bene alla morte, proprio perché nessuno di noi resterà sulla terra come una «reliquia».