Ubi Petrus, ibi Ecclesia: "Dove c'è Pietro, lì c'è la Chiesa" (Sant'Ambrogio, Explanatio Psalmi XL, 30, 5)

sabato 15 giugno 2019

LE NUNZIATURE APOSTOLICHE A SERVIZIO DELLE CHIESE LOCALI SPARSE NEL MONDO (PARTE II)


IL NUNZIO APOSTOLICO UOMO DEL CORAGGIO NELLA FEDELTA’ AL MANDATO

Francesco: «Un Nunzio che non vive la virtù dell’obbedienza – anche quando risulta difficile e contrario alla propria visione personale – è come un viaggiatore che perde la bussola, rischiando così di fallire l’obiettivo»

Papa Francesco saluta il Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato, durante l'icontro con i Nunzi Apostolici, il 13 giugno 2019 (foto da vatican.va)

di Antonino Legname


«È necessario avere e sviluppare la capacità e l’agilità nel promuovere o adottare una condotta adeguata alle esigenze del momento senza mai cadere né nella rigidità mentale, spirituale e umana, né nella flessibilità ipocrita e camaleontica», ha detto Papa Francesco ai Nunzi Apostolici, il 13 giugno 2019. Il Pontefice spiega che «non si tratta di essere opportunisti, ma di saper passare dall’ideazione all’attuazione avendo in mente il bene comune e la fedeltà al mandato». Il Nunzio Apostolico deve essere un «uomo di iniziativa». In che senso?  Papa Francesco spiega: «è una persona positivamente curiosa, piena di dinamismo e di intraprendenza; una persona creativa e dotata di coraggio, che non si lascia vincere dal panico in situazioni non prevedibili, ma sa, con serenità, intuito e fantasia tentare di capovolgerle e gestirle positivamente». In quanto Vescovo e Pastore, il Nunzio Apostolico deve saper vivere in mezzo alla gente e alle vicende del mondo «con la semplicità delle colombe e l’astuzia dei serpenti». In altre occasioni Papa Francesco si è rivolto ai Rappresentanti Pontifici esortandoli a rendere le Nunziature Apostoliche istituzioni ecclesiali più umili e più semplici, senza pompe e senza lusso. Il sogno di Francesco è quello di una Chiesa più fraterna e più povera secondo lo stile evangelico, dove la Collegialità dei Vescovi sia più partecipe alle decisioni di governo del Papa. Occorre dare più autonomia alle Chiese locali secondo il principio di sussidiarietà, sancito dal Concilio Vaticano II. Papa Francesco si sta muovendo in questa direzione. Ma non dimentichiamo, però, che i tempi della Chiesa sono lenti e prima di abbattere le vecchie impalcature occorre avere le idee chiare sull'efficacia e sull'utilità delle nuove strutture per un servizio più efficace alla Chiesa e della Chiesa al mondo. La Chiesa di oggi, intanto, può e deve continuare ad attingere dalla sua storia bimillenaria tutte quelle energie positive e i medicamenti necessari per sanare le sue piaghe, sapendo che la sua forza è la stessa forza di Gesù di Nazareth: Tutto posso in Colui che mi dà la forza (Fil 4,13) ... perché quando sono debole, è allora che sono forte (2 Cor 12,10) - scrive San Paolo. E con questa forza, nella debolezza, la Chiesa anche oggi purifica se stessa in tutti i suoi aspetti umani, in tutti i suoi membri e in tutte le sue istituzioni, così come ha fatto in altri tempi difficili della sua storia. Per rialzare il livello ci voleva allora e ci vuole ancora oggi anzitutto un clero più fervoroso, più sapiente, più motivato e più fedele a Cristo e alla sua Chiesa. Ovviamente non solo in riferimento al passato, ma anche oggi, bisogna riconoscere la santità, la dottrina, lo zelo infaticabile, lo spirito di sacrificio e di abnegazione di tanti Nunzi Apostolici e di tanti sacerdoti che amano la Chiesa e che, senza fare tanto rumore, spendono la loro vita ogni giorno nel loro ministero a favore dell'umanità, offrendo al mondo la buona testimonianza della loro fede. Nell’ Omelia della Messa a Santa Marta, il 27 gennaio 2014, Papa Francesco ha ringraziato i tanti sacerdoti che in silenzio, senza rumore mediatico, spendono quotidianamente la loro vita a servizio del Popolo di Dio. Sempre nella storia della Chiesa ci sono state luci e ombre, sacerdoti zelanti e pieni di entusiasmo ed ecclesiastici demotivati e anche corrotti, spinti solo da interessi materiali, edonistici e dalla sete di potere. Per fortuna, nel grande panorama ecclesiale, non sono tanti i preti e i vescovi che spadroneggiano sulle persone loro affidate e che fanno soffrire i loro collaboratori. È reale il rischio di perdere la fede quando si perde di vista il fine per il quale si è nella Chiesa. Quando capita che invece di servire la Chiesa, ci si serve della Chiesa per fini personali e carrieristici, si combinano tanti guai, non solo alle cose ma soprattutto alle persone. Nell’Omelia della Messa a Santa Marta, il 5 giugno 2014, Papa Francesco, coniando un neologismo, chiama queste persone “vantaggiste”, perché vanno in Chiesa “per vantaggio personale”, si pavoneggiano di essere benefattori della Chiesa e alla fine, dietro il tavolo, fanno i loro affari e ambiscono a fare carriera. Papa Francesco, ricevendo in Udienza la Comunità della Pontificia Accademia Ecclesiastica, il 6 giugno 2013, ebbe a dire: «Il carrierismo è una lebbra … Per favore: niente carrierismo». Il male dell’ambizione e del carrierismo se c'è va estirpato alla radice. Gli ecclesiastici che “lavorano” nelle Rappresentanze Pontificie non sono dei “burocrati” o dei “funzionari” della Santa Sede; non sono dei semplici amministratori che assumono atteggiamenti e ruoli di “proconsoli” o di “ispettori” o di “apparenze puramente decorative” nei confronti dei Vescovi e del Popolo di Dio, ma sono chiamati ad essere testimoni credibili della sollecitudine paterna e amorevole del Papa verso le Chiese sparse nel mondo. Essi devono aiutare i Vescovi e non sostituirsi a loro, né limitarne la loro autorità. La missione di rappresentare il Papa nei Paesi e presso le Chiese locali non deve significare sovrapposizione o sostituzione al ministero dell’episcopato locale che, in comunione con il Vescovo di Roma, è preposto al governo delle diverse Chiese locali. I Rappresentanti Pontifici, al contrario, sono chiamati a favorire, incrementare, incoraggiare e sostenere l’azione dei Vescovi attraverso il carisma dell’unità, della certezza, dell’universalità, garantito dal Successore di Pietro; sono inviati dal Romano Pontefice ad essere i servitori della collegialità dei Vescovi, in stretto rapporto con il ministero di Pietro; devono far sentire viva ed efficace la presenza e la sollecitudine del Papa per tutte le chiese e devono aiutare a stabilire e a mantenere rapporti più stretti ed efficaci tra la Santa Sede e le Chiese locali in ciascuna delle quali “sussiste”, è presente e vive la Chiesa universale. Le Chiese particolari, infatti, non sono circoscrizioni organizzative, ma sono porzione di Chiesa. Inoltre, attraverso i Nunzi Apostolici, la Santa Sede apre e allaccia le relazioni e i rapporti diplomatici con gli Stati e i Governi di tutto il mondo e svolge il suo ruolo per difendere e garantire la pace nel mondo e la libertà religiosa, che non si esaurisce nella semplice libertà di culto. Qualcuno potrebbe obiettare: ma non sarebbe più giusto e più opportuno che siano i Vescovi locali e le Conferenze Episcopali a risolvere tali questioni con più efficacia, dato che conoscono la cultura e la politica dei loro Paesi? L’obiezione in molti casi è da respingere perché alcuni Governi possono esercitare un forte controllo anche sui Vescovi, in quanto cittadini del loro Stato, ed esigere da essi obbedienza e rispetto alle leggi del Paese che non sempre sono in sintonia con gli insegnamenti del Vangelo e della Chiesa. Forse nel passato questo tipo di controllo e di pressione da parte dello Stato nei confronti della Chiesa era più frequente e più evidente, ma oggi i Vescovi di un Paese, sia singolarmente, sia come Conferenza Episcopale Nazionale, intervengono con forza e autorevolezza per esprimere la dottrina del Magistero della Chiesa, anche sulle tematiche più controverse e dibattute nei loro contesti sociali e culturali. A volte può succedere che un Vescovo si senta più figlio della propria terra che espressione della Chiesa Universale; pertanto, è quanto mai utile la presenza di un Vescovo (Nunzio) esterno. In questo modo si favorisce l’equità e si garantisce l’obiettività. Le Rappresentanze Pontificie sono uno strumento storico ancora oggi utile, per mezzo del quale il Papa esercita il suo “ministero” di guida di tutto il Popolo di Dio, e con il quale può garantire l’unità e l’universalità della Chiesa contro possibili pericoli e abusi di particolarismo e di nazionalismo delle Chiese sparse nel mondo. È bene ricordare che il “decentramento” ecclesiale, sostenuto anche dal principio di “sussidiarietà”, si deve mantenere entro i limiti tracciati dall’ecclesiologia del Vaticano II. Le Rappresentanze Pontificie - come ha detto il Pontefice - continuano ad essere espressione efficace della sollecitudine pastorale del Papa per favorire quel movimento di comunione ecclesiale scambievole e di carità pastorale operativa, che dal centro arriva alla periferia e viceversa.

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