Ubi Petrus, ibi Ecclesia: "Dove c'è Pietro, lì c'è la Chiesa" (Sant'Ambrogio, Explanatio Psalmi XL, 30, 5)

venerdì 13 luglio 2018

PAPA FRANCESCO TELEFONA AL FILOSOFO GIANNI VATTIMO

DAL «PENSIERO DEBOLE» AL «PENSIERO UMILE»
Vattimo: «Io credo di più come una vecchina che biascica il rosario che come un teologo che sa tutto. La mia è una religiosità da tre Ave Maria la sera. E recito anche l'Angelus e i Salmi»


di Antonino Legname

Papa Francesco, qualche giorno fa, ha telefonato a Gianni Vattimo, per ringraziarlo del libro "Essere e dintorni", che ha ricevuto in dono dal filosofo italiano. Vattimo, il padre del cosiddetto «pensiero debole», racconta con «commozione ed emozione» la chiamata di Francesco: «Il Papa è pur sempre il Papa, e poiché sono un credente e credo soprattutto nella Chiesa, è chiaro che aver parlato con lui mi ha profondamente colpito». E aggiunge: «Questo Papa mi toglie la “vergogna” di dichiararmi cattolico». Vattimo ha un passato di militanza comunista e di impegno a favore del “Coordinamento omosessuale” in Italia. Ma non ha mai rinnegato le sue origini cattoliche, quando militava come dirigente nell’azione cattolica e andava a predicare il Vangelo nelle campagne. Nel primo volume del mio libro la «Teopsia di Francesco», cerco di fare emergere alcuni aspetti della religiosità semplice, ma profonda - anche se a volte bizzarra e stravangate - di Gianni Vattimo, per il quale – come lui stesso scrive - la fede è: “la speranza che Cristo sia riuscito a sconfiggere la morte cominciando a sconfiggere il peccato […]. Io spero di non morire del tutto […]. Io credo di più come una vecchina che biascica il rosario che come un teologo che sa tutto. La mia è una religiosità da tre Ave Maria la sera […]. E recito anche l'Angelus […]. Quando recito i Salmi sento soprattutto il risuonare di tutta la storia dei martiri, dei santi, dei virtuosi, anche di Domenico Savio. E questo mi commuove profondamente. Sulla Sindone leggo i pellegrinaggi, la gente che ci è andata. È questa la storia della Chiesa […]. Per questo sono cristiano. Ammiro questa tradizione. Credo troppo alla Chiesa come comunità per essere protestante: non mi autorizzerei mai a fare un libero esame della Scrittura. Io mi sento dentro alla comunità che mi ha trasmesso il messaggio di Cristo e rispetto a questa mi sento responsabile”. […]. 
Gianni Vattimo, nella sua autobiografia a quattro mani, Non essere Dio, pubblicata nel 2006, in occasione dei suoi settant'anni, scrive: “l'ultima tappa della mia storia - non improvvisa, ovviamente - quella più scandalosa è che io ... ridivento cristiano”. Quella di Vattimo non è una «folgorazione sulla via di Damasco», ma è un ritorno al cristianesimo, non alla Chiesa cattolica, verso la quale Vattimo continua ad essere molto critico. Nei suoi libri più recenti il filosofo scrive sulle sue origini religiose, sulla madre che da bambino lo ha consacrato a Don Bosco, racconta di essere stato chierichetto, di aver militato nell'Azione Cattolica fino a ricoprire la carica di dirigente; nella sua adolescenza si confessava di frequente; al liceo organizzava incontri sull'Umanesimo integrale di Maritain; andava a fare prediche nelle parrocchie di campagna; seguiva gli esercizi spirituali, recitava il rosario. E come lui stesso riferisce, all'epoca provava disprezzo per i credenti poco zelanti e tiepidi. Tutto questo fino all'Università. Poi iniziò una lunga militanza di laicismo irreligioso. In uno scritto pubblicato con il titolo Credere di credere. È possibile essere cristiani nonostante la Chiesa?, il filosofo dà una svolta decisiva, non solo al suo pensiero filosofico, ma a tutta la sua vita. Che cosa ha scatenato il ripensamento del filosofo? Forse i tanti funerali di persone care a cui ha dovuto assistere in questi ultimi anni? - come lui stesso riferisce. La paura della morte spinge fino al punto di entrare nel rischioso paradosso della fede?  “Non mi vergogno a dire che c'entra l'esperienza della morte di persone care - ammette Vattimo - con cui avevo pensato di percorrere un tratto di strada molto più lungo, in qualche caso persone che mi ero sempre immaginato presenti accanto a me quando mi fosse toccato di andarmene […]. Forse al di là di questi incidenti, ciò che rimette in gioco, ad un certo punto della vita, la questione della religione ha a che fare con la fisiologia della maturazione e dell'invecchiamento”. È lo stesso Vattimo a confidare: “Sono sopravvissuto alle persone più care, alla mia famiglia. Per la prima volta sono solo. E sono diventato un esperto di un genere letterario molto particolare, i necrologi”. E confida: “Vado al cimitero tutte le domeniche - qui al Monumentale - dove ci sono, una sopra l’altra, le lapidi di Gianpiero e Sergio, e un loculo vuoto che mi aspetta. Mi sento in pace”. È comprensibile la riflessione di Gianni Vattimo di fronte all'ignoto, ma non bisogna credere in Dio per paura della morte - direbbe Sinjavskij - non si deve credere in Dio «perché non si sa mai» come andrà a finire, “non perché qualcuno ci costringe, non per un principio umanistico e non per salvare l'anima o per essere originali”. E allora, perché dobbiamo credere in Dio? Robert Spaemann risponde: “Bisogna credere per il semplice motivo che Dio esiste”. Vattimo passa dal pensiero debole al lamento quasi nostalgico.“Ho nei confronti della tradizione cristiana un complessivo atteggiamento amichevole, fatto di riconoscenza, rispetto, ammirazione. Non mi lascio scandalizzare dalle Crociate o dall'Inquisizione […] - scrive il filosofo - Ho simpatia per la storia della santità cristiana, per i martiri, le vergini, i confessori di cui parla, spesso in termini leggendari, il breviario romano. Non è affatto una tradizione di cui senta il bisogno di liberarmi, come non sento il bisogno di liberarmi delle tracce, che spero consistenti, della mia educazione cristiana e cattolica. Dalla quale ho imparato a organizzarmi la vita, a fare l'esame di coscienza”. Anche la preghiera segna il cammino esistenziale di Vattimo: “Dunque quando prego - giacché lo faccio nella maniera più tradizionale, soprattutto recitando i salmi e altre preghiere del breviario romano - sono consapevole di non agire solo sulla base di una persuasione filosofica, ma di andare invece un passo più in là”. Egli non nega la dimensione consolatoria del cristianesimo: “Non rifiuto certo la consolazione. Lo Spirito Santo che Gesù manda nella Pentecoste […] è anche autentico spirito di consolazione. La salvezza che cerco [...] non è, dunque, una salvezza che dipenda solo da me, che dimentichi il bisogno della grazia come dono che viene da un altro”. E la questione della fede si ripropone con tutta la sua forza nella vita di Vattimo: “Vero che sono arrivato a un punto della mia vita in cui sembra ovvio, prevedibile, anche un po' banale, che uno si riproponga la questione della fede. Riproporre: perché almeno per me, si tratta appunto di un ritorno di una tematica […] a cui sono stato legato nel passato”. Vattimo non fa mistero della sua vita affettiva e di relazione: “Mi sono innamorato di un cubista ventenne. Lo faccio per questa inedita libertà […] non per gusto della provocazione o per esibizionismo […]. Mi rimproverano: «Ma perché lo fai?». Oppure: «Chi te lo fa fare, potresti essere un guru e ti sputtani così». Io sorrido: lo faccio perché mi sento libero: perché sono libero. Ed è una cosa che mi tengo cara. Finalmente. Senza paure, senza mediazioni, senza ricatti possibili, senza creare dolore a mia madre, a Gianpiero […]. Senza chiese. Senza partiti. Ah, che bello”. Gianni Vattimo, intervistato in occasione del suo 80° compleanno, ha dichiarato: Oggi la mia dimensione esistenziale è il lamento”. E spiega: “Il senso della vecchiaia è la presa d’atto che c’è come un bivio, a un certo punto le tue storie personali coincidono sempre meno con la storia esterna”. E a chi gli domanda in merito al suo ritorno al cristianesimo, egli risponde: “In verità io non mi sono mai accorto di essermene allontanato. E perché sono sempre rimasto cristiano?
Il filosofo Gianni Vattimo
Perché ero heideggeriano. Heidegger, anche dopo i Quaderni neri, mi serve per pensare che la verità non è quella delle scienze, ma è quella della tradizione, della storia dell’Essere, del dialogo […] e questo è cristianesimo, è il Pensiero debole”.  Per Vattimo, in ultima analisi, il suo cristianesimo e il suo credere in Dio sono solo degli eventi culturali legati alla tradizione letteraria della Bibbia? Alla domanda del giornalista: «ma essere cristiano per lei vuol dire davvero credere in Dio? Il Dio della Chiesa romana cattolica apostolica [...]? ». Vattimo risponde: “Ma per carità! Mi piacerebbe anche, ma non succede. Il Dio in cui credo è il Dio della Bibbia, ma non in quanto sia uno che ha scritto la Bibbia: in quanto è il personaggio letterario della Bibbia. Insomma, Dio non esiste al di fuori di queste parole: il Verbo si fa carne, d’accordo, però prima il Verbo è solo Verbo, solo chiacchiere. A cosa sono legato io nel mio cristianesimo? Piuttosto a quello che diceva Croce: non posso non dirmi cristiano. Se tento di dirmi senza essere cristiano, non mi dico nemmeno, perché non ho le parole. Come immaginare la storia della letteratura italiana senza Dante”. Per Vattimo la Bibbia è solo una raccolta di libri mitologici: “posso solo credere a una storia che mi viene raccontata e che essendo raccontata è mito, è storia. La mitologia cristiana è quella nella quale sono cresciuto: ho delle buone ragioni per abbandonarla? Quando Heidegger dice che il linguaggio è la casa dell’Essere dice un po’ questo: cioè, io eredito una visione del mondo, vivo dentro un’epoca storica, perché il linguaggio è la lingua storica che parlo e che mi supporta mentre faccio esperienza del mondo”. Il «pensiero unico» di cui parla Papa Francesco non si identifica con il «pensiero debole» della filosofia di Vattimo, per il quale il «pensiero debole» “non è solo una filosofia, ma è anche un’interpretazione del cristianesimo - l’incarnazione, la kénosis, Dio che si fa uomo e quindi abbandona la sua sacralità”. Con una certa forzatura Vattimo ritiene che il termine «debole»  abbia a che vedere con la debolezza kenotica del Dio che, incurante della sua condizione divina, si è abbassato fino al punto da assumere la condizione umana. Il cristianesimo, se non vuole deragliare dalla sua naturale identità, non deve costruire un pensiero forte per contrastare altri pensieri forti, come per esempio quello dell'Islam.
Papa Francesco ha richiamato l'attenzione sui rischi di una certa “globalizzazione dell’uniformità egemonica” nella società e nella cultura di oggi. Ed ha spiegato che il “pensiero unico è frutto della mondanità […]. Lo spirito della mondanità anche oggi ci porta a questa voglia di essere progressisti, al pensiero unico”. Pertanto, tra il «pensiero forte» e il «pensiero debole», che allontanano da Dio, si colloca il «pensiero umile», il solo capace di avvicinare a Dio, che bussa alla porta degli umili. È un'illusione voler affermare l'uomo negando Dio. È anche vero, però, che nel corso della storia del pensiero umano la religione ha creato immagini così deformate di Dio (antropomorfiche, mitologiche, superstiziose) da suscitare legittime proteste di rifiuto. Questi pregiudizi metodologici e linguistici sono stati messi sotto accusa anche dalla Chiesa; nel documento conciliare Gaudium et Spes al n. 19 si legge: «Alcuni negano esplicitamente Dio (ateismo); altri ritengono che l’uomo non possa dir nulla di lui (agnosticismo); altri poi prendono in esame il problema relativo a Dio con un metodo tale per cui questo sembra privo di senso (positivismo, scientismo). Molti, oltrepassando indebitamente i confini delle scienze positive, o pretendono di spiegare tutto solo da questo punto di vista scientifico, oppure al contrario non ammettono ormai più alcuna verità assoluta». Chi ha fede nel Dio di Gesù di Nazaret deve essere, nel mondo di oggi, portatore e soprattutto testimone, con il suo comportamento, di quei valori che il più delle volte non coincidono con l'opinione e il modo di vivere della maggioranza. “I cristiani sono, dunque, uomini e donne «controcorrente» - ha detto il Papa -  Il mondo è segnato dal peccato, che si manifesta in varie forme di egoismo e di ingiustizia, chi segue Cristo cammina in direzione contraria. Non per spirito polemico, ma per fedeltà alla logica del Regno di Dio, che è una logica di speranza, e si traduce nello stile di vita basato sulle indicazioni di Gesù”. Non bisogna avere paura di andare contro-corrente e di essere anticonformisti. 
Francesco ci ricorda che “siamo chiamati a non lasciarci assorbire dalla visione di questo mondo, ma ad essere sempre più consapevoli della necessità e della fatica per noi cristiani di camminare contro-corrente e in salita”. Sappiamo bene che oggi ci vuole tanto coraggio per non conformarsi al «pensiero unico» che vuole annullare la presenza di Dio nella nostra società per sostituirlo con altri idoli, soprattutto con la deificazione dell'«io».