UBI PETRUS

Ubi Petrus, ibi Ecclesia: "Dove c'è Pietro, lì c'è la Chiesa" (Sant'Ambrogio, Explanatio Psalmi XL,30,5)

15 novembre 2018

LA SCOMUNICA E LE SUE CONSEGUENZE

Intervista a Mons. Antonino Legname, Vicario Giudiziale del Tribunale Ecclesiastico Interdiocesano Siculo


A poche ore di distanza, da Catania e da Palermo sono arrivate le notizie di due decreti.
Quello firmato dall’arcivescovo mons. Salvatore Gristina, nell’arcidiocesi etnea, riguarda il caso di Davide Bruno, ex sacerdote e adesso membro dell’organizzazione denominata “Chiesa cattolica ecumenica”, ma riguarda anche quanti prendono o prenderanno parte a “pretesi atti di culto cattolico” da lui posti in essere. Perché “la Chiesa cattolica ecumenica – si legge nel Decreto - non ha alcun riconoscimento né legame con la nostra Chiesa cattolica romana".
Quello firmato dall’arcivescovo mons. Corrado Lorefice, pastore della Chiesa palermitana, riguarda don Alessandro M. Minutella, scomunicato per quelli che il Diritto canonico definisce “delitto di eresia” e “delitto di scisma”.
In cosa consistono questi “delitti”? Quali sono le conseguenze concrete per chi – sacerdote, ex sacerdote o laico battezzato - viene scomunicato? E per i fedeli che seguono le dottrine professate da uno scomunicato o partecipino a culti o riti posti in essere da uno scomunicato?
Lo abbiamo chiesto a mons. Antonino Legname, vicario giudiziale del Tribunale ecclesiastico interdiocesano siculo.


Mons. Antonino Legname
Cos’è la scomunica?
La scomunica è una censura, cioè una sanzione penale molto grave che viene comminata dall’autorità ecclesiastica competente a chi persiste nel suo atteggiamento contrario agli insegnamenti della Chiesa, specialmente in materia di fede e di morale e rifiuta i mezzi per riparare i danni o lo scandalo.

Quanti tipi di scomunica ci sono?
Sono due: la scomunica «latae sententiae», quando si incorre in essa automaticamente per il solo fatto di aver commesso un determinato delitto; e la scomunica «ferendae sententiae» quando per essere inflitta occorre un procedimento canonico penale con l’intervento dell’autorità che può essere il Giudice ecclesiastico o l’Ordinario. In alcuni casi si può applicare e dichiarare una pena “ipso facto”, senza che sia necessario adottare la decisione di imporla con un Decreto, come per esempio nel caso dell’aborto procurato, la cui remissione avviene nel foro interno della Confessione sacramentale. A volte, nei casi in cui è prevista la scomunica «latae sententiae», si può rendere necessario un procedimento canonico penale o amministrativo per accertare la reale commissione del delitto ai fini della dichiarazione e pubblicazione del decreto di scomunica.

Prima di arrivare alla scomunica, la persona non deve essere richiamata e ammonita?
Certamente. L’autorità ecclesiastica competente, che ha notizia certa di un delitto commesso da qualcuno a lui soggetto, deve ammonirlo previamente, almeno una volta, perché cessi dalla sua “contumacia”, cioè dal suo comportamento delittuoso e concedergli un congruo spazio di tempo affinché si possa pentire, ravvedere e rettificare la propria condotta o il proprio pensiero contrario agli insegnamenti della Chiesa, e che ha espresso pubblicamente. L’ammonizione previa è un requisito necessario per la valida imposizione della censura.

Chi incorre nella scomunica viene gravato da molte proibizioni ecclesiali. Quali?
Per esempio: non può celebrare i sacramenti, e neppure ricevere i sacramenti; non può partecipare attivamente alle celebrazioni di culto; non può ricoprire uffici, ministeri o incarichi ecclesiastici, né porre in essere atti di potestà di giurisdizione. E in alcuni casi più gravi previsti dalla legge canonica, se si tratta di un chierico, non è esclusa la dimissione dallo stato clericale.

Quali sono i delitti contro la fede e l’unità della Chiesa per i quali si incorre nella scomunica?
Sono diversi. I più conosciuti sono l’apostasia, l’eresia e lo scisma. Ovviamente questi tre delitti suppongono che le persone che li commettono siano battezzati. Se manca il battesimo non sussistono queste tre defezioni. Inoltre, è necessario che il pensiero e l’atto di volontà che costituiscono il delitto, siano manifestati pubblicamente e raccolti da qualcuno.

Cos’è l’apostasia?
È il rifiuto totale della fede cristiana. Questo delitto si consuma quando si aderisce ad una religione non cristiana o ad una setta o religione pseudo-cristiana o pseudo-cattolica di cui non si riconosce il battesimo (per esempio l’adesione ai Testimoni di Geova o l’adesione ai Mormoni, ecc.).

E l’eresia?
È l’ostinata negazione di qualche verità che si deve credere per fede divina e cattolica, oppure il dubbio ostinato manifesto su di essa.

Lo scisma?
È il ripudio della sottomissione al Sommo Pontefice; o il rifiuto della Comunione con i membri della Chiesa che sono a lui soggetti. Questo delitto si consuma anche quando si aderisce a Chiese o Comunità Ecclesiali Cristiane che non sono in comunione con il Papa.

Quali sono le conseguenze canoniche per queste o altre tipologie di delitti?
L’apostata, l’eretico e lo scismatico incorrono nella scomunica “latae sententiae”. E se si tratta di un chierico – come già detto - può essere punito con la dimissione dallo stato clericale. Anche l’uso di un mezzo di comunicazione per offendere gravemente o per ingiuriare o eccitare all’odio o al disprezzo contro la religione o la Chiesa, è un delitto contro la fede e l’unità della Comunità ecclesiale. Ci sono anche alcuni delitti contro l’autorità ecclesiastica, quando per esempio si insegna in maniera ostinata una dottrina condannata dal Romano Pontefice o da un Concilio Ecumenico; oppure quando si persiste nel rifiutare una dottrina definitivamente approvata dal Papa o dal Collegio dei Vescovi sulla fede e sui costumi. Inoltre, quando si suscita pubblicamente l’avversione o l’odio contro il Papa o il Vescovo, incitando alla disobbedienza. Esiste anche il delitto di usurpazione di funzioni ecclesiastiche, come per esempio simulare di celebrare la Messa senza essere sacerdote; oppure la Consacrazione Episcopale (attiva e passiva), senza mandato pontificio.

Nella scelta della pena canonica l’autorità della Chiesa di cosa deve tener conto?
L’Ordinario deve valutare le circostanze del caso e la recidività da parte di chi compie il delitto.
Ovviamente anche nella legge penale canonica esiste la valutazione delle circostanze esimenti, attenuanti e aggravanti. Cioè le circostanze che possono modificare l’imputabilità: eliminandola, attenuandola o aggravandola, specialmente quando si provoca scandalo pubblico, e di conseguenza anche la pena è diversa a seconda delle differenti circostanze.

Cosa succede a chi è complice di un delitto oppure dovesse frequentare riti o «pretesi atti di culto cattolico» celebrati da chi è soggetto a scomunica per eresia e per scisma?
Occorre dire che alcune pene molto gravi possono essere applicate anche alle persone che hanno  cooperato, o cooperano in modi diversi, alla nascita o all’attuazione del delitto. In altre parole, incorrono anche loro nella scomunica “latae sententiae”, prevista dal Codice di Diritto Canonico, e si mettono automaticamente fuori dalla Comunione della Chiesa cattolica.

14 novembre 2018

IN BILICO TRA VERITA' E MENZOGNA

LA FORZA DELLA VERITA’
Papa Francesco: «Una persona parla con tutto quel che è e che fa. E quando sparla può uccidere»

di Antonino Legname

«Dove c’è bugia non c’è amore, non può esserci amore», ha detto Papa Francesco nella Catechesi del Mercoledì 14 novembre 2018, in Piazza San Pietro. Nel commentare l’ottava parola del Decalogo, «non dire falsa testimonianza», il Pontefice ha precisato che questo comandamento proibisce di vivere rapporti umani falsati, cioè «comunicazioni non autentiche» con gli altri. E quando si parla di comunicazione – ha spiegato – bisogna intendere «non solo le parole, ma anche i gesti, gli atteggiamenti, perfino i silenzi e le assenze». In altre parole, «una persona parla con tutto quel che è e che fa». L’uomo per natura è un essere socievole e comunicativo. «Tutti noi viviamo comunicando e siamo continuamente in bilico tra la verità e la menzogna». Oggi si fa un gran parlare di verità. Tutti pensano di avere la verità in pugno; di possedere la verità. Ma che cos’è la verità? Fu questa la domanda che Pilato fece a Gesù. Papa Francesco dice che non si deve assolutizzare un dettaglio di verità per giustificare un punto di vista personale. Spesso si sente dire: “Ho solamente detto la verità!”. Ma quale verità? Forse «hai rivelato dei fatti personali o riservati», con la pretesa inaudita di essere il paladino della verità. 
A questo punto, per l’ennesima volta, Papa Francesco condanna senza appello le chiacchiere, quelle che «distruggono la comunione per inopportunità o mancanza di delicatezza! Anzi, le chiacchiere uccidono». Francesco tuona contro il «chiacchierone e la chiacchierona» perché con la loro lingua diabolica uccidono. Si - ha ripetuto il Vescovo di Roma, per chi ancora avesse dubbi -  «la lingua uccide come un coltello. State attenti!». Veramente chi sparla degli altri «è un terrorista». Perché?  Francesco risponde: «perché con la sua lingua butta la bomba e se ne va tranquillo, ma la cosa che dice quella bomba buttata distrugge la fama altrui». E in maniera lapidaria ammonisce: «Non dimenticare: chiacchierare è uccidere». Un cristiano non deve mai dimenticare che Gesù è la pienezza della verità; e da risorto Egli ha donato alla Chiesa lo Spirito Santo, che è Spirito di verità, affinch la conduca lungo il cammino della storia alla verità tutta intera. Fin da piccoli veniamo educati a non dire bugie, ma sappiamo quanto sia difficile dire sempre il vero. A volte siamo bravi nel camuffare la verità. Il Papa chiede di farci spesso la domanda: «io sono un testimone della verità, o sono più o meno un bugiardo travestito da vero?». Non si tratta di dire singole frasi o di fare discorsi più o meno veri, si tratta piuttosto di assumere un habitus, un’abitudine, un modo di vivere coerente, che diventa testimonianza della verità. Sarebbe bello se si potesse dire di ognuno di noi: «Quest’uomo è un uomo vero, quella donna è una donna vera: si vede». In questo senso, a volte anche il silenzio può essere molto eloquente nel dire la verità. In conclusione, ha evidenziato il Papa, «Non dire falsa testimonianza vuol dire vivere da figlio di Dio, che mai, mai smentisce se stesso, mai dice bugie». Se io vivo come figlio di Dio, «mi fido di Dio: questa è la grande verità».

13 novembre 2018

«CONFUSIONE E COSI’ NACQUE LA CHIESA»: DAL DISORDINE ALL’ORDINE


IL PROFILO DEL VESCOVO
Francesco: «Un Vescovo conta davanti a Dio non se è simpatico, se predica bene, ma se è umile, se è mite, se è servitore, non principe»
 
Meditazione nella Cappella della "Casa Santa Marta" il 12 novembre 2018

di Antonino Legname

«La Chiesa non è nata tutta ordinata, tutto a posto, senza problemi, senza confusione»; ma «il disordine, va sistemato», ha detto Papa Francesco nella Meditazione della Messa nella Cappella della “Casa Santa Marta”, il 12 novembre 2018. Dagli Atti degli Apostoli apprendiamo che la Chiesa delle origini è nata con tanto fervore, ma nella confusione e nel disordine, fino al punto che la gente, quando sentiva parlare gli Apostoli, esclamava: «“sono ubriachi”». Sono diversi gli episodi che confermano questa difficoltà della Chiesa nascente di mettere ordine, là dove c’era tanta confusione. E questo a tutti i livelli. Il Concilio di Gerusalemme servì a sistemare le cose e a mettere un po' di ordine. Il Pontefice spiega che Paolo è riuscito a trasmettere un “pacco di esperienze di fede”» e a dare dei «criteri per mettere ordine»; e lo fa iniziando a tracciare il profilo del buon Vescovo, il quale deve essere anzitutto un «amministratore di Dio», e non un «affarista» e un amministratore «dei beni, del potere, delle cordate». In sintesi ecco il profilo del Vescovo: ciò che non deve essere e ciò che deve essere. Anzitutto, il Vescovo «non deve essere arrogante, cioè superbo, non collerico — che litiga sempre — non dedito al vino — possiamo dire non dedito ai vizi». Quando un Vescovo è «collerico, arrogante, dedito al vino, violento», - anche se avesse uno solo di questi difetti – sarebbe una vera «calamità per la Chiesa» - ha rimarcato il Papa – aggiungendo che chi è insignito dell’Ordine episcopale non deve essere «avido di guadagni disonesti: che non faccia l’affarista, che non sia attaccato ai soldi». Invece, il buon Vescovo deve possedere queste qualità: deve essere «ospitale, amante del bene, assennato, giusto, santo, padrone di sé, fedele alla parola degna di fede che gli è stata insegnata». Solo se egli possiede tutte queste virtù sarà «in grado di esortare con la sua sana dottrina e di confutare i suoi oppositori”». Sappiamo quanto sia laboriosa e delicata la procedura per individuare i candidati all’episcopato. Papa Francesco consiglia che «quando si fanno le indagini per l’elezione dei vescovi, sarebbe bello fare queste domande all’inizio per sapere se si può andare avanti in altre indagini»: è un uomo «umile, mite, servitore»? Questo profilo del Vescovo – precisa Francesco - non è nato dopo il Concilio Vaticano II, ma si è affermato dopo Paolo, quando la Chiesa si è accorta che bisognava mettere ordine a partire dai Vescovi. In conclusione – ha ricordato il Papa: «Un vescovo conta davanti a Dio non se è simpatico, se predica bene», se è abile nei metodi pastorali – ovviamente tutte cose buone – ma quello che veramente conta è «se è umile, se è mite, se è servitore». Il Vescovo di Roma chiede a tutti di pregare per i nostri Vescovi affinché siano Pastori con tutte queste qualità e virtù.

12 novembre 2018

«RIFUGGIRE DAL RITUALIASMO E DAL FORMALISMO»

NO ALLA LOGICA DEL PAVONE 
Francesco: «Le bilance del Signore sono diverse dalle nostre»


di Antonino Legname
 
«Quando siamo tentati dal desiderio di apparire e di contabilizzare i nostri gesti di altruismo, quando siamo troppo interessati allo sguardo altrui e – permettetemi la parola – quando facciamo “i pavoni”, pensiamo a questa donna». Papa Francesco si riferisce alla vedova del Vangelo, lodata da Gesù, perché pur essendo povera di beni materiali era ricca di fede e di fiducia nella Provvidenza. Durante l’Angelus di domenica 12 novembre 2018, in Piazza San Pietro, il Papa ha richiamato all’attenzione di tutti il gesto semplice ma generoso di una donna vedova e costretta a vivere nella miseria. 
Nel contenitore delle offerte ella mette solo due monetine, ma era tutto quello che possedeva per vivere. I ricchi offrivano molto per incrementare il tesoro del tempio, ma nello stesso tempo ostentavano la loro posizione sociale e religiosa. Il Pontefice fa notare che questi, che si facevano chiamare «maestri» e amavano essere riveriti e occupare i primi posti, usano la religione «per farsi vedere» e anche «si servono di Dio per accreditarsi come i difensori della sua legge». 
Gesù non sopporta l’atteggiamento di coloro che si sentono superiori fino al punto che la loro «vanità li porta al disprezzo per coloro che contano poco o si trovano in una posizione economica svantaggiosa». Questo «meccanismo perverso» viene smascherato da Gesù: «denuncia l’oppressione dei deboli fatta strumentalmente sulla base di motivazioni religiose, dicendo chiaramente che Dio sta dalla parte degli ultimi». Mai bisogna dimenticare che agli occhi di Dio ciò che conta non è la quantità delle nostre azioni buone, ma la qualità. L’umiltà è la virtù che deve accompagnare tutto ciò che facciamo di buono per gli altri. Con un'immagine possiamo paragonare l’umiltà al filo che tiene legate tutte le perle, che sono le nostre opere buone, se il filo si spezza, tutte le perle si disperdono. Senza umiltà, tutto quello che facciamo con ostentazione non ha valore davanti al Signore, il quale ha detto: «avete già ricevuto la vostra ricompensa». È proprio nell’umiltà che la vedova del Vangelo «compie un atto carico di grande significato religioso e spirituale. Quel gesto pieno di sacrificio non sfugge allo sguardo di Gesù». Come è vero che i criteri di Dio non sono i nostri criteri. Papa Francesco dice che «le bilance del Signore sono diverse dalle nostre. Lui pesa diversamente le persone e i loro gesti». E spiega: «Dio non misura la quantità ma la qualità, scruta il cuore, guarda alla purezza delle intenzioni». E mentre gli uomini guardano solo l’apparenza, “Dio guarda il cuore”; per questo – esorta Francesco - «il nostro “dare” a Dio nella preghiera e agli altri nella carità dovrebbe sempre rifuggire dal ritualismo e dal formalismo, come pure dalla logica del calcolo, e deve essere espressione di gratuità».

9 novembre 2018

Dopo la tragedia di Casteldaccia, il Vescovo di Cefalù s'interroga e offre la Sua riflessione sulla responsabilità di tutti nella cura della nostra «Casa comune»


LA RISPOSTA SOFFIA NEL VENTO 
Mons. Giuseppe Marciante: «Saltiamo insieme il pungente e arrugginito filo spinato del ritardo della burocrazia»  

S.E.R. Mons. Giuseppe Marciante, Vescovo di Cefalù


di Antonino Legname

«Autunno del 2018. Mi trovo a Cefalù. Sul mio telefonino trovo un link: strage a Casteldaccia, nove vittime, due bambini. Attivo una ricerca. Si parla di un’ondata di maltempo che colpisce la Sicilia.  Il bilancio è tragico: dodici vittime. Una villa è travolta dal fango. Continuo a leggere altri titoli. Si è scatenato l’inferno in pochissimo tempo. Non c’è stato il tempo per salvarsi. E’ stata aperta un’inchiesta. Al momento il fascicolo è contro ignoti e senza ipotesi di reato.  Durante l’intera giornata il mio ricordo nella preghiera vuole raggiungere i familiari delle vittime». È questo il breve e commosso resoconto che il Vescovo di Cefalù, Mons. Giuseppe Marciante, delegato della Conferenza Episcopale Siciliana per i Problemi Sociali, del Lavoro, Giustizia e  Pace e Salvaguardia del Creato, ha voluto affidare, il 7 novembre 2018, alla comune riflessione, attraverso il sito ufficiale della CESi. Il Presule annota che disgrazie di questo genere non sono nuove nel territorio italiano, e ricorda con dolore che nell’autunno del 2009, mentre si trovava a Roma, apprese dalla radio che a Giampilieri e a Scaletta Zanclea, a causa di un «diluvio di fango», erano morte 37 persone. Anche allora – dice Marciante - «si gridò ad alta voce che questa ennesima tragedia, figlia dell’incuria e del mancato rispetto delle norme, poteva essere evitata». Era troppo evidente che la colpa non è sempre della natura, e che le responsabilità erano terrene, e, pertanto, bisognava identificare i colpevoli. Tragedie che certamente si potevano evitare. Purtroppo, «negli anni a seguire – lamenta Marciante - non sono mancati altri simili eventi disastrosi», ma nello stesso tempo bisogna riconoscere che, in ogni tragedia, segnata da tanto dolore e lacrime, c’è sempre stata tanta solidarietà e una lodevole e commovente «rete di aiuti e di soccorsi».
A questo punto, Mons. Marciante non può fare a meno di rileggere e di riproporre all’attenzione di tutti le parole profetiche di Papa Francesco, nella Lettera Enciclica Laudato Si’, sulla cura della «Casa comune», che è la nostra Terra: “Questa sorella protesta per il male che le provochiamo, a causa dell’uso irresponsabile e dell’abuso dei beni che Dio ha posto in lei. Siamo cresciuti pensando che eravamo suoi proprietari e dominatori autorizzati a saccheggiarla” (n. 2). Tutti siamo responsabili della Terra; tutti siamo chiamati a non maltrattare il nostro meraviglioso Pianeta; tutti dobbiamo evitare di stravolgere e di distruggere l’ambiente. A volte, come singole persone, non ci rendiamo conto che i nostri «piccoli danni ecologici» contribuiscono a causare le grandi tragedie. Il Presule, senza giri di parole, mette il dito nella piaga dell’abusivismo edilizio che devasta e deturpa il nostro territorio: «Non si contano gli edifici, le ville e le villette costruite in aree franose  o nei letti dei torrenti le cui fognature scaricano anche sui fiumi. Quando si parla di Sicilia viene in mente il dramma della cementazione selvaggia. Si parla di un abusivismo edilizio che sfiora il 49%». Quello descritto da Marciante è un quadro realistico molto triste e pericoloso, che deve responsabilizzare tutti con urgenza, anche attivando campagne di informazione, di sensibilizzazione e di formazione alla cura e alla salvaguardia dell’ambiente. Quando capiremo che la sicurezza delle nostre vite dipende anche da una sana ecologia ambientale! «Tanti cittadini ne sono purtroppo incoscienti – constata il Vescovo - c’è una sorta di cecità che va curata sui pericoli che incombono sulle nostre vite». E nello stesso tempo dobbiamo tutti domandarci: «quanti morti, quante altre vittime, quante altre tragedie annunciate o da evitare, dovranno ancora accadere prima che si comprenda che la prima opera pubblica che è necessaria alla Sicilia e a tutta l’Italia è la messa in sicurezza del territorio?». Mons. Marciante avverte amaramente che nella nostra Sicilia e in tutto il Mezzogiorno, «quasi sempre» ogni opera resta impantanata per tanti anni dentro una «paludosa e lenta pratica burocratica». Quanti ritardi complici nell’iter burocratico, che spesso si trasforma in un «pungente e arrugginito filo spinato». E con forza e determinazione il Vescovo di Cefalù ribadisce: «nei nostri paesi la lentezza è la cifra che vedo dovunque presente». E il consiglio che Presule offre a tutti, in particolare agli Amministratori della “cosa pubblica” è questo: «riprendiamo tra le mani le relazioni geologiche che ci descrivono le situazioni del nostro territorio; le mappature che ci indicano le zone a rischio idraulico di esondazione; i cambiamenti climatici impongono nuove e aggiornate strategie di pianificazione legate alle caratteristiche geomorfologiche dei nostri territori che spesso sono geologicamente fragili oltre che segnati dall’abusivismo edilizio. Pensiamo anche ai terribili disagi che vive il nostro territorio per la situazione precaria della rete viaria, ai nostri comuni delle Madonie spesso in situazioni di quasi isolamento». Il miglioramento e il ripristino della rete viaria nel nostro territorio è un’urgenza prioritaria. Non si può più tollerare che una «bomba d’acqua» improvvisa possa trasformare «un ruscello in “un oceano”». Marciante chiede a tutti di non dimenticare che «un crimine contro la natura non è solo un peccato contro Dio, ma è un crimine contro noi stessi». Questo significa che un po’ tutti dovremmo «identificarci tra i colpevoli di queste stragi. Non lasciamoci anche noi inghiottire dal fangoso scorrere del tempo». E citando una famosa canzone degli anni sessanta di Bob Dylan, dove si parla di violenze e di stragi che uccidono l’uomo, «The answer, my friend, is blowin' in the wind» «la risposta, amico mio, soffia nel vento», Marciante conclude: «Io invito me stesso e tutti a riprendere tra le mani il Cantico delle creature di San Francesco; continua a insegnarci che: “la terra ne sustenta et governa”.  “La terra, ci ricorda Papa Francesco in Laudato Si’, è come una madre bella che ci accoglie tra le sue braccia”. Ritorniamo come figli tra le sue braccia».

8 novembre 2018

PROMUOVERE L’UNITA’ VISIBILE TRA TUTTI I CRISTIANI


LO SCANDALO DELLA DIVISIONE

Papa Francesco: «Gesù Cristo non può essere diviso»




di Antonino Legname

«Nel cammino ecumenico occorre evidenziare tutto ciò che unisce i cristiani e valorizzare l'ecumenismo nelle sue diverse espressioni: ecumenismo del sangue, che accomuna i martiri cristiani del nostro tempo; ecumenismo spirituale, che si fa dono reciproco e preghiera comune; ecumenismo della misericordia, che spinge tutte le chiese cristiane a testimoniare l'amore di Dio con l'annuncio del Vangelo e il servizio concreto verso gli ultimi; ecumenismo dell'amicizia, per vivere insieme come fratelli e amici nel rispetto della “diversità riconciliata”. Solo a partire da questo denominatore comune è possibile mettere in atto quel progetto di “inclusione” a tutti i livelli, così tanto auspicato dal Vescovo di Roma. Fino a quando il mondo dovrà vedere e sopportare lo scandalo della divisione dei cristiani? Il cammino verso l'unità di tutti i cristiani non è facile e sembra ancora in salita; e nel mondo di oggi continua ad essere uno scandalo la divisione delle Chiese e delle Comunità cristiane. Francesco auspica che al più presto vengano abbattute le barriere e gli ostacoli che impediscono di raggiungere la piena comunione tra tutti i cristiani. La certezza che “Cristo non può essere diviso! - ha detto il Papa - deve incoraggiarci e sostenerci a proseguire con umiltà e con fiducia nel cammino verso il ristabilimento della piena unità visibile tra tutti i credenti in Cristo”. Nel Discorso alle Comunità Evangeliche a Bangui [29 novembre 2015], il Vescovo di Roma ha ribadito che “la divisione dei cristiani è uno scandalo, perché è anzitutto contraria alla volontà del Signore. Essa è anche uno scandalo davanti a tanto odio e tanta violenza che lacerano l’umanità, davanti a tante contraddizioni che si innalzano di fronte al Vangelo di Cristo”. Bergoglio in tante occasioni ha parlato di «ecumenismo del sangue» che accomuna tante comunità cristiane colpite dalle ingiustizie e dall'odio cieco. Nella «Dichiarazione Comune» di Papa Francesco e di Karekin II della Chiesa Apostolica Armena, viene focalizzata l'attenzione sull'immensa tragedia di cui ogni giorno sono vittime “persone innocenti uccise, deportate o costrette a un doloroso e incerto esilio da continui conflitti a base etnica, politica e religiosa nel Medio Oriente e in altre parti del mondo” [26 giugno 2016]. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: “le minoranze etniche e religiose sono diventate l’obiettivo di persecuzioni e di trattamenti crudeli, al punto che tali sofferenze a motivo dell’appartenenza ad una confessione religiosa sono divenute una realtà quotidiana”. Purtroppo, nel mondo d'oggi assistiamo ad una spirale di violenza che chiama violenza e semina morte. “La nostra risposta - ha detto Francesco - è il puro fermento del Vangelo, che, senza prestarsi alle logiche della forza, fa sorgere frutti di vita anche dalla terra arida e albe di speranza dopo le notti del terrore”. Non dobbiamo dimenticare che i nomi dei martiri “sono scritti nell’unico e indiviso martirologio della Chiesa di Dio” ed essi sono già «in Cristo una sola cosa». Il loro sangue è “seme di unità fra i credenti, segno e strumento di un avvenire in comunione e in pace”. Con il loro sangue i martiri, che appartengono a tutte le Chiese, ci indicano la via verso la piena comunione, “e la loro sofferenza costituisce un «ecumenismo del sangue» che trascende le divisioni storiche tra cristiani, chiamando tutti noi a promuovere l’unità visibile dei discepoli di Cristo”.

LA TESTIMONIANZA FA CRESCERE LA CHIESA


LA MORMORAZIONE QUOTIDIANA
Francesco: «la logica del Vangelo è contraria alla logica del mondo»

Messa a Casa Santa Marta con i Vescovi della Conferenza Episcopale di Romania e di Moldova, 8 novembre 2018

 di Antonino Legname

«Quello che attrae e fa crescere la Chiesa è la testimonianza», ha detto Papa Francesco nella Meditazione della Messa a “Casa Santa Marta”, l’8 novembre 2018. Da sempre, nella Chiesa, la testimonianza è rischiosa e scomoda, non solo per i testimoni che a volte pagano con il martirio, ma è fastidiosa anche per i potenti. Infatti, «testimoniare è rompere un’abitudine, un modo di essere: rompere in meglio, cambiarla» quell’abitudine. La testimonianza è anche provocante, e a volte provoca la «mormorazione». Quando si vede qualcuno che fa bene, invece di lodarlo si preferisce mortificarlo con «il commento negativo per distruggere la testimonianza». Che brutta abitudine è la mormorazione; è un peccato che si commette con facilità nel quotidiano. 
E capita spesso che «invece di dialogare o cercare di risolvere una situazione conflittuale, di nascosto mormoriamo sempre a bassa voce, perché non c’è il coraggio di parlare chiaro». La zizzania della mormorazione cresce e si sviluppa, non solo nelle piccole società, o nelle piccole comunità, ma anche ad un livello più grande. Il Papa ha fatto l’esempio di quanto si mormora nelle parrocchie o nelle diocesi: «una testimonianza che a me non piace o una persona che non mi piace, subito si scatena la mormorazione» e si cerca di distruggere la buona fama del fratello o di sporcare gli avversari, come spesso avviene in politica. Pur di distruggere l’avversario si è disposti ad usare ogni mezzo, dalla diffamazione alla calunnia. Purtroppo, ha lamentato il Papa, «la mormorazione è il nostro pane quotidiano sia a livello personale, famigliare, parrocchiale, diocesano, sociale». Succede anche che la mormorazione si traduca in cattiva intenzione, come facevano i farisei e i dottori della legge nei confronti di Gesù: le loro domande era capziose e sempre “per metterlo alla prova”. Ma Gesù li smaschera con lo stesso metodo delle domande ed «entra nella loro casistica» per rivelare la loro ipocrisia e la loro cattiva intenzione. La preghiera conclusiva del Vescovo di Roma è: «che il Signore ci faccia capire questa logica del Vangelo contraria alla logica del mondo».

7 novembre 2018

LA DESTINAZIONE UNIVERSALE DEI BENI


LA DIMENSIONE SOCIALE DELLA RICCHEZZA
Papa Francesco: «Il mondo è ricco di risorse per assicurare a tutti i beni primari»


di Antonino Legname

«Nella dottrina sociale della Chiesa si parla di destinazione universale dei beni», ha ricordato Papa Francesco nella Catechesi del Mercoledì 7 novembre 2018, in Piazza S. Pietro, dedicata al settimo comandamento «non rubare». Cosa significa in pratica? Francesco spiega: «Non rubare vuol dire: ama con i tuoi beni, approfitta dei tuoi mezzi per amare come puoi». In altre parole, vuole dire fare buon uso dei «beni della creazione» che sono destinati a tutto il genere umano». Ma questo sacrosanto diritto di condivisione universale dei beni non si oppone all’esercizio della «proprietà privata». Infatti, annota il Papa, il mondo non è stato disposto dalla Provvidenza “in serie”, ma «ci sono differenze, condizioni diverse, culture diverse». Ma non si deve vivere e non si devono godere i beni della terra senza pensare agli altri. «Il mondo è ricco di risorse per assicurare a tutti i beni primari». E allora perché chiudere il cuore di fronte alla «scandalosa indigenza» di quanti non riescono ad avere il necessario per vivere dignitosamente? È un dato di fatto che «la ricchezza del mondo, oggi, è nelle mani della minoranza, di pochi» - ha denunciato Francesco – mentre la maggioranza vive nella povertà e nella miseria. Sulla terra c’è cibo sufficiente per tutti. Non è il cibo che manca, eppure ancora oggi sulla terra c’è tanta fame; per la legge di mercato si arriva anche a buttare e a distruggere una quantità enorme di cibo. Questo è uno scandalo e un’offesa alla Provvidenza. Il Pontefice ritiene che oggi «ciò che manca è una libera e lungimirante imprenditoria, che assicuri un’adeguata produzione, e una impostazione solidale, che assicuri un’equa distribuzione». In fondo il Vangelo non è contro la ricchezza in sé stessa, ma contro l’abuso e il mal uso dei beni. È un male quando alla ricchezza che abbonda si attacca il cuore. Il Vescovo di Roma dice che «ogni ricchezza, per essere buona, deve avere una dimensione sociale». In effetti, la ricchezza è come il letame, se è ammassato fa puzza e non serve, ma se viene sparso diventa concime utile a rendere fertile la terra. Inoltre, è bene non dimenticare che nessuno deve sentirsi padrone assoluto dei beni di questa terra, ma amministratore. 

Chi possiede ha una responsabilità – ha avvertito il Papa – E alla fine ciò che si possiede veramente è ciò che si è donato agli altri. È questo il criterio per valutare il buon uso o il cattivo uso delle ricchezze: la generosità e la condivisione con chi vive nell’indigenza. Francesco avverte: «se non riesco a donare qualcosa è perché quella cosa mi possiede, ha potere su di me e ne sono schiavo». Nella logica evangelica i beni della terra si moltiplicano nella misura in cui si dividono: «moltiplicarli con creatività e usarli con generosità, e così crescere nella carità e nella libertà». Ancora una volta, Papa Francesco ribadisce che «il diavolo entra dalle tasche», per dire che il cuore si corrompe quando si attacca al denaro e si sfama con il possesso dei beni materiali; a quel punto si fa strada la vanità, l’orgoglio e la superbia: “Ah, io sono ricco e me ne vanto”. «Questo è il modo di agire del diavolo in noi» – ha concluso il Papa.

6 novembre 2018

«NO ALLA CULTURA DEL “TRUCCO”»


FAMA FUMUS

Francesco: «Il servizio è il biglietto da esibire all’ingresso delle nozze eterne»



di Antonino Legname

«È vera quella celebre espressione: “l’essenziale è invisibile agli occhi” - dice Papa Francesco, citando lo scrittore del “Piccolo Principe”, Antoine de Saint-Exupéry, per il quale “non si vede bene che con il cuore”. Il 3 novembre 2018, in occasione della Messa in suffragio dei Cardinali e dei Vescovi defunti nel corso dell’anno, il Pontefice ha ricordato l’austera verità che «per tutti la vita è una chiamata continua ad uscire: dal grembo della madre, dalla casa dove si è nati, dall’infanzia alla gioventù e dalla gioventù all’età adulta, fino all’uscita da questo mondo». Questo significa che siamo tutti di passaggio in questa vita, «fino al passaggio finale». Ed è proprio questo «finale che illumina ciò che precede. E come la semina si giudica dal raccolto, così il cammino della vita si imposta a partire dalla meta». E per i cristiani la meta è «l’incontro con Gesù, Sposo che “ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei”». Papa Francesco non si stanca di ripetere che il Signore non guarda le apparenza, ma il cuore. Di fronte a Dio non conta la gloria umana. Per potersi preparare bene al cielo occorre prendere le distanze dalle «apparenze mondane» e da tutto «quello che il mondo cerca e ostenta – gli onori, la potenza, le apparenze, la gloria». Perché tutto passa dalla scena di questo mondo, «senza lasciare nulla». Per il Vescovo di Roma «occorre dire no alla “cultura del trucco”, che insegna a curare le apparenze. Va invece purificato e custodito il cuore, l’interno dell’uomo, prezioso agli occhi di Dio; non l’esterno, che svanisce». Francesco ci rivela che il segreto per vivere bene è «vivere per servire». Alla fine dei conti sarà proprio il servizio «il biglietto da esibire all’ingresso delle nozze eterne. Ciò che della vita resta, davanti alla soglia dell’eternità, non è quanto abbiamo guadagnato, ma quanto abbiamo donato». Il Vescovo di Roma avverte che la vita si appiattisce quando manca l’amore; diventa «come un vaso vuoto, come una lampada spenta». Pertanto, solo chi investe la propria vita nell’amore e nel servizio «sarà pronto a entrare nella dimora dello Sposo, e questo per sempre». 
E in occasione della Messa al Cimitero Laurentino, il 2 novembre 2018, Papa Francesco, indicando le tombe di tanti bambini, ha detto che «non è facile fare memoria. Noi, tante volte, facciamo fatica a tornare indietro col pensiero a quello che è successo nella mia vita, nella mia famiglia, nel mio popolo». E la «memoria» deve essere sempre sostenuta e alimentata dalla «speranza» di incontrarci un giorno con «l’Amore che ci aspetta». In questo nostro viaggio verso la Casa del Padre abbiamo bisogno di un «navigatore» che Dio stesso ha dato all’umanità «per non sbagliare strada». Si tratta delle «Beatitudini» che Gesù ci ha indicato come «luci» che illuminano il cammino, aprono alla speranza e fanno guardare sempre l’orizzonte dell’eternità.

2 novembre 2018

LA VITA NON E' UN CARNEVALE


L’IDENTITA’ È UN’OPERA D’ARTE
Francesco: «La nostra identità non è un dato che viene stabilito, non è un numero di fabbrica, non è un'informazione che posso cercare su Internet per sapere chi sono».



di Antonino Legname

«Per incontrarsi bisogna essere sicuri della propria identità. Non puoi negoziare la tua identità per incontrare l'altro, non puoi mascherare la tua identità, non puoi nasconderla, perché la vita non è un carnevale, è qualcosa di molto serio». Così Papa Francesco, il 1° novembre 2018, si è rivolto, con un videomessaggio, ai partecipanti al III Incontro Mondiale dei Giovani, promosso dalla Fondazione “Scholas Occurrentes” insieme a World Ort, che si è svolto nei giorni scorsi a Buenos Aires, in Argentina. Il Pontefice ha parlato dell’importanza dell’ «identità»: culturale, sociale, religiosa, ecc. La parola «identità» rimanda alle domande esistenziali: «chi sono io?», «che significato ha la mia vita?». Questi interrogativi sono sempre aperti, fino alla fine dell’esistenza. Perché la nostra identità – ha spiegato il Papa - non è un dato che viene stabilito, non è un numero di fabbrica, non è un'informazione che posso cercare su Internet per sapere chi sono. Non siamo qualcosa di totalmente definito, stabilito. Siamo in cammino, siamo in crescita». In verità noi «siamo ciò che Dio sogna per noi». Nessuno deve svendere la propria identità, altrimenti perderebbe la propria appartenenza, la propria storia. Infatti, l’identità di ogni uomo non è astratta e non si costruisce in laboratorio, ma affonda le radici in una famiglia, in un Paese, in una comunità. E questa identità dà il senso dell’appartenenza a «qualcosa che mi trascende» e che mi supera. Di questi tempi c’è il pericolo di perdere la propria identità, specialmente quando ci si dimentica delle proprie radici, quando si vede l’altro con paura, come un nemico. «Da qui comincia la guerra» - ha avvertito il Papa. Quando non si dialoga più e si perde la memoria e la speranza. Quando si vive nella cultura del sospetto, fino al punto da sentirsi dire: «Non fidarti di lui perché venderebbe anche sua madre». E allora non vendere la tua identità, cioè la tua appartenenza, che si fa cammino per incontrare l’altro diverso da te, ma fratello. Papa Francesco conclude augurando che ognuno faccia della propria identità e della propria appartenenza «un’opera d’arte».

30 ottobre 2018

IL CAMMINO VERSO L’UNITA’ DELLA FAMIGLIA UMANA


LA FATICA DELLA PACE
Francesco: «Per fare la pace e l’unità tra noi occorre: umiltà, dolcezza e magnanimità»

 
di Antonino Legname

«Il mondo oggi ha bisogno di pace, noi abbiamo bisogno di pace, le nostre famiglie hanno bisogno di pace, la nostra società ha bisogno di pace», ha detto Papa Francesco nella Meditazione della Messa a Casa di Santa Marta, il 26 ottobre 2018. Oggi, purtroppo, ci stiamo abituando a «respirare l’aria dei conflitti» - ha evidenziato il Pontefice. Ogni giorno basta guardare i telegiornali o leggere i quotidiani, per capire che viviamo in un mondo di ostilità, di piccole o grandi guerre, e che il nostro mondo è senza pace e senza unità, gli uni contro gli altri. Il Vescovo di Roma condanna la facilità con la quale oggi, per favorire interessi di parte e nazionalistici, si annullano i patti che sono stati firmati dalle nazioni negli anni passati, per fermare i conflitti. Francesco cita un saggio che diceva: “I patti si fanno per disfarli dopo”. E infatti, oggi si preferisce fare nuovi accordi per il commercio delle armi e per preparare nuove guerre. Purtroppo, annota il Papa, le grandi Istituzioni mondiali, create con la migliore volontà di aiutare l’unità e la pace dell’umanità, si sentono incapaci di trovare un accordo: «c’è un veto di qui, un interesse di là... E fanno fatica a trovare degli accordi di pace». Perché nell’uomo prevale questa tendenza alla distruzione, alla guerra e alla disunione? Francesco non ha dubbi: è il diavolo il vero nemico che semina nel cuore degli uomini il seme della divisione e dell’odio per distrugge l’unità della famiglia umana. Cosa fare per camminare verso la pace che porta all’unità? Francesco propone l’insegnamento di San Paolo: bisogna aprire il cuore e «comportarsi con ogni umiltà, dolcezza e magnanimità». In pratica significa sopportarsi a vicenda nell’amore. Ma non è facile sopportarsi perché c’è sempre la tentazione di esprimere giudizi sugli altri e di condannare le persone che ci danno fastidio. È sempre in agguato la tendenza a creare distanza con le persone che non sopportiamo, e questo succede anche in famiglia, tra marito e moglie. Il Pontefice consiglia di spegnere i contrasti sul nascere, perché «non è difficile trovare un accordo all’inizio del conflitto». Per esempio, quando gli sposi litigano e a volte «volano i piatti, e c’è aria di tempesta a casa», il consiglio del Papa è: «non finire la giornata senza fare la pace». E per fare la pace non c’è bisogno di chiamare le Nazione Unite, ma basta un bacio, un abbraccio, una carezza e tutto si risolve. È bene che si faccia subito la pace. Perché? «Perché la guerra fredda il giorno dopo è pericolosissima». E allora cosa aspetti a metterti subito d’accordo e a fare la pace all’inizio, quando nasce il conflitto: «questa è umiltà, questa è dolcezza, questa è magnanimità».

19 ottobre 2018

PER ESSERE PRETE DEL POPOLO SENZA RIGIDITA’ E SENZA CARRIERISMO


LA CROCE DEL DUBBIO
Francesco: «Nella Messa ci vuole festa, ci vuole musica, ci vuole preghiera, ci vuole silenzio»


di Antonino Legname

«Il dubbio è una croce, ma feconda. Io non ho fiducia nelle persone che non dubitano mai», ha detto Papa Francesco ai Seminaristi della Lombardia, ricevuti in Udienza il 16 ottobre 2018. È vero che «il dubbio ci mette in crisi» - ha evidenziato il Papa – ma «è una ricchezza». Ovviamente, Francesco sta parlando del dubbio “normale”, - come lo chiama Lui - di quel dubbio salutare e stimolante, e non del dubbio che diventa scrupolo. Il dubbio può far soffrire, e può diventare una croce; ma «ti avvicina a Gesù e ti mette in crisi». In fondo il dubbio – spiega il Papa - «è un invito a cercare la verità, a cercare l’incontro con Gesù Cristo». Ai futuri sacerdoti, il Papa ha chiesto di formarsi bene per essere «preti del popolo di Dio, cioè pastori di popoli, pastore della gente, e non “chierici di Stato”». Ancora una volta il Pontefice lancia il suo anatema contro il «clericalismo» che è una vera «perversione della Chiesa». E senza mezzi termini il Vescovo di Roma avverte: «quando si vede un giovane prete tutto centrato su sé stesso, che pensa a fare carriera, questo è più dalla parte dei farisei e sadducei che dalla parte di Gesù». Dopo aver parlato delle quattro colonne della formazione dei futuri sacerdoti [studio, preghiera, attività pastorale e vita comunitaria], il Papa ha messo l’accento sulla virtù dell’umiltà che deve caratterizzare la vita del sacerdote, il quale mai deve dimenticare le sue origini e quelle della sua vocazione e soprattutto deve ricordare che tutto quello che ha ricevuto è solo dono e grazia di Dio. E allora «non gonfiarti di vanità, di superbia, di autosufficienza» - ammonisce il Papa. Anche sull’Omelia, Francesco ha voluto ribadire che non dovrebbe durare più di otto minuti e che deve essere ben preparata. In che modo? Il Papa consiglia: «con un’idea chiara, un sentimento chiaro e un’immagine chiara». E a chi pensa che la celebrazione della Messa sia solo fare festa e fare rumore, il Vescovo di Roma lancia un monito: «ci vuole festa, ci vuole musica, ci vuole preghiera, ci vuole silenzio». E in ogni caso occorre evitare che la celebrazione dell’Eucaristia diventi solo una specie di «usanza sociale» per riempire alcuni eventi e tappe della vita. Anche il Papa ammette che «oggi la celebrazione eucaristica è in crisi», nonostante i buoni passi che si sono fatti. Ed esorta: «Tu non puoi andare a celebrare l’Eucaristia di fretta, “toccata e fuga”». Un altro tema delicato che il Pontefice ha voluto toccare è quello dello «scandalo», e in modo specifico «lo scandalo del prete al popolo di Dio». Ci sono scandali che il popolo di Dio non perdona al prete, specialmente quando «maltratta la gente» o  è «attaccato ai soldi». E a proposito dei criteri di discernimento per capire se un giovane è chiamato a fare il prete, Papa Francesco ritiene che la «rigidità» mentale che porta al clericalismo è un segno sicuro per dire che quel giovane non è adatto a fare il prete: «Oggi la rigidità è un impedimento all’ordinazione». E l’altro criterio sicuro per impedire a qualcuno di essere ordinato sacerdote è la mancanza di umorismo: «Se vedi un altro che prende tutte le cose sul serio e non ha il senso dell’umorismo, mandalo a lavorare al circo per un po’!, poi quando torna, dopo due anni, vedremo come vanno le cose». Per essere buoni Pastori nella Chiesa occorre una buona dose di umorismo per non diventare rigidi. Perché – come dice Francesco - «Dietro ogni rigidità ci sono brutti problemi». E infine, è bene guardarsi dai cosiddetti «arrampicatori» ecclesiastici. Se c’è un seminarista che manifesta segni evidenti di «carrierismo» bisogna correggerlo altrimenti, se ordinato prete, farà tanto male alla Chiesa. Papa Francesco racconta di aver sentito dire da un vescovo di esperienza: “L’arrampicatore vuole il massimo, ma se tu gli offri la diocesi più piccola, la prenderà, perché fa un passo in avanti: adesso è vescovo. Ma invece di guidare la diocesi, guarderà l’altra, quella del vicino e – diceva quel vescovo – questo è adulterio episcopale: guardare la sposa dell’altro».

16 ottobre 2018

ATTENTI AI FORMALISTI, “INAMIDATI” E RIGIDI


GLI IPOCRITI SI TRUCCANO L’ANIMA
Papa Francesco: «State attenti davanti ai rigidi. State attenti davanti ai cristiani — siano laici, preti, vescovi — che si presentano così “perfetti”, rigidi. State attenti».



di Antonino Legname

Nell’Omelia della Messa a Casa Santa Marta, il 16 ottobre 2018, Papa Francesco – ricalcando le parole di Gesù - usa toni molto forti nei confronti degli ipocriti, di coloro che sono solo preoccupati di apparire e di «truccarsi l’anima»: «“Tu sei un ipocrita”, perché dall’esterno tu sembri così pulito, perfetto, ma la tua anima è un’anima rugosa, grinzosa, sporca, piena di putredine, “di avidità”». Un’anima così – dice il Papa - è anche «capace di uccidere» e di pagare per «calunniare». Sappiamo, infatti, che quei dottori della legge si ergevano a giudici e scrutavano Gesù «con la lente d’ingrandimento per vedere dove potevano prenderlo in qualche sbaglio, in qualche scivolata, in qualcosa che non fosse la vera dottrina: la loro». Come si fa a seguire il Signore avendo nel cuore cattive intenzioni? Questa gente ipocrita, dice il Papa, odiava Gesù. Davanti al popolo apparivano come i «puri» perché erano i custodi delle «formalità della legge, della religione, della liturgia». Erano visti dall’esterno come «un modello di formalità»; ma dentro erano come morti, irrigiditi e “inamidati”. Inoltre, non erano interessati alla gente, ma a loro importava solo di conoscere «la legge, le prescrizioni, le rubriche».  Gesù li paragone ai «sepolcri imbiancati» che da fuori sono «belli, tutti perfetti… tutti perfettivi ... ma dentro pieni di putredine, quindi di avidità, di cattiveria». E cosa fa Gesù di fronte a questi «dottori delle apparenze», a questi laureati di formalismo e di incoerenza? Li «smaschera». Anche oggi ci sono tanti cristiani «rigidi», che nascondono i loro veri problemi dietro il muro del formalismo. Francesco ha evidenziato che «sempre, sotto o dentro una rigidità, ci sono dei problemi. Gravi problemi. Sempre dietro le apparenze finte di gente buona, ci sono dei problemi»,  ci sono delle frustrazioni. E capita che improvvisamente quella cattiveria, che hanno accumulato dentro, esce e si manifesta in maniera diabolica facendo tanto male agli altri con l’intento di distruggerli.

12 ottobre 2018

GUARDATI DAL DEMONIO "EDUCATO" CHE HAI DENTRO PERCHÉ VUOLE DISTRUGGERE L’OPERA DI DIO


LA LOTTA INTERIORE CONTRO IL DIAVOLO
Francesco: «Il demonio, quando prende possesso del cuore di una persona, rimane lì, come a casa sua e non vuole uscirne»




di Antonino Legname

«L’essenza del demonio è distruggere». Purtroppo, ci sono quelli che minimizzano il problema della presenza del maligno e dicono: “no, ma non è così, sono invenzioni dei preti, no, non è vero”». “Sono finiti i tempi del medioevo”, potrebbe obiettare qualcuno. Questa è la grande astuzia del demonio, far credere che non esista. Papa Francesco ritorna a parlare dell’opera del diavolo nella vita del cristiano e nella vita della Chiesa. E trae lo spunto dal Vangelo della Messa celebrata a Casa Santa Marta, il 12 ottobre 2018. Non bisogna sottovalutare la forza del demonio, che «quando prende possesso del cuore di una persona, rimane lì, come a casa sua e non vuole uscirne». Francesco spiega che Gesù scaccia i demoni perché «questi cercano di rovinare la persona, di fare del male, anche fisicamente». È proprio vero che quando il demonio prende dimora nel cuore dell’uomo, ci sta bene e con comodità; per questo «non vuole uscire da noi quando è dentro. Non vuole uscire» - ha ribadito il Pontefice. Se un nemico dobbiamo temere, quello è il diavolo. I demoni erano i veri nemici di Gesù e devono essere anche i nostri nemici, dai quali dobbiamo guardarci e difenderci con i mezzi che il Signore ha messo a nostra disposizione, soprattutto la preghiera e la penitenza. Nel cuore dell’uomo si combatte una vera «lotta tra il bene e il male». Non dobbiamo abbassare la guardia pensando che si tratti di una lotta troppo astratta; fin dall’inizio Dio ha dovuto lottare contro il «serpente antico» e Gesù ha lottato con il diavolo, specialmente quando veniva tentato nel deserto, o quando doveva scacciarlo da qualcuno che ne era posseduto. A volte non ci rendiamo conto che «siamo in lotta» dentro di noi e che da soli è veramente difficile vincere il demonio, che a tutti i costi vuole la nostra rovina. Il Papa dice che «il compito del demonio è distruggere. Questa è la sua vocazione: distruggere l’opera di Dio». Francesco fa notare che a volte noi ci comportiamo in maniera superficiale e immatura quando crediamo che il diavolo non esista e pensiamo che sia una invenzione della Chiesa. Il Vescovo di Roma ci avverte che il diavolo è molto astuto, «è più furbo di una volpe» e quando non riesce a distruggere una persona perché c’è lo scudo della forza di Dio, allora «cerca il modo di riprendere possesso di quella casa, di quell’anima, di quella persona». E in che modo lo fa? Usando una diabolica strategia: «fa “l’educato”: va, vede, cerca una bella cricca, bussa alla porta — “permesso? posso entrare?” — suona il campanello e questi demoni educati sono peggiori dei primi, perché tu non ti accorgi che li hai a casa». Si, è proprio vero che i diavoli si possono avere in casa propria senza che uno se ne accorga. E poi, quando meno te l’aspetti ti colpiscono e fanno di tutto per annientarti. Papa Francesco dice che questo è «lo spirito mondano» e spiega che «il demonio o distrugge direttamente con i vizi, con le guerre, con le ingiustizie, o distrugge educatamente, diplomaticamente». In che modo? Questo tipo di demoni tessono la tua distruzione senza fare troppo rumore: «si fanno amici, ti persuadono — “No, va, non fa tanto, no, ma fino a qui sta bene” — e ti portano sulla strada delle mediocrità, ti fanno un “tiepido” sulla strada della mondanità». Francesco avverte che non sempre è facile rendersi conto di avere in casa propria il nemico; è come «quando tu vai a letto, e fra le lenzuola c’è lo scorpione” — “Ma è uno scorpione amico, non fa del male”». Stiamo attenti! Perché così facendo «noi cadiamo in questa mediocrità spirituale, in questo spirito del mondo che ci rovina, ci corrompe da dentro». Il Pontefice non esita a dire che ha più paura di questo tipo di «demoni educati» e abili nell’arte dell’adulazione per farti credere che non sono tuoi nemici, piuttosto che di quelli che l’esorcista scaccia quando una persona viene posseduta dal diavolo. A questo punto Francesco si domanda cosa sia peggiore nella vita di una persona: «un peccato chiaro o vivere nello spirito del mondo, della mondanità?». «Che il demonio ti butti su un peccato — anche, non uno, venti, trenta peccati, ma chiari, che tu ti vergogni — o che il demonio sia a tavola con te e viva, abiti con te ed è tutto normale, ma lì, ti dà le insinuazioni e ti possiede con lo spirito della mondanità?». A questo punto, il Papa ripropone la preghiera di Gesù nell’ultima cena: “Padre, io ti chiedo per questi, difendili dallo spirito del mondo”». E «lo spirito della mondanità è questo – ripete Francesco -  quello che portano i demoni educati … che vogliono entrare per la porta di casa come invitati a nozze»; di fronte a questi demoni ci vuole: “vigilanza e calma”.

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