UBI PETRUS

Ubi Petrus, ibi Ecclesia: "Dove c'è Pietro, lì c'è la Chiesa" (Sant'Ambrogio, Explanatio Psalmi XL,30,5)

22 aprile 2020

LA FOLLIA DELLA CROCE ANTIDOTO CONTRO IL MALE


LA SINDROME DEL PIPISTRELLO
Francesco: «Io cammino nella luce o cammino nelle tenebre? Sono figlio di Dio o sono finito per essere un povero pipistrello?»


di Antonino Legname

«C’è gente – anche noi, tante volte – che non possono vivere nella luce perché sono abituati alle tenebre. La luce li abbaglia, sono incapaci di vedere. Sono dei pipistrelli umani: soltanto sanno muoversi nella notte», ha detto Papa Francesco nella Meditazione della Messa a Santa Marta, il 22 aprile 2020. Questa possiamo chiamarla “sindrome del pipistrello”, che colpisce coloro che non vogliono o non riescono a guardare la luce della verità, anzi ne provano fastidio, essendo ormai abituati a vivere nell’oscurità del peccato e della corruzione. «Anche noi – dice Francesco - quando siamo nel peccato, siamo in questo stato: non tolleriamo la luce. È più comodo per noi vivere nelle tenebre; la luce ci schiaffeggia, ci fa vedere quello che noi non vogliamo vedere». Il pipistrello riesce a vedere nel buio, ma la sua capacità visiva si annulla in presenza della luce; quando c’è la luce del sole essi cercano i luoghi più bui e restano immobili appesi in qualche fessura. Il pipistrello è un animale che nel sentire comune  inquieta e provoca un certo ribrezzo; nella letteratura e nel cinema viene in genere presentato come una creatura malvagia, pericolosa e aggressiva, capace di succhiare il sangue delle sue vittime. Ricordiamo il conte Dracula, il vampiro che si trasformava in pipistrello e che di giorno stava chiuso in una bara e di notte usciva in cerca delle sue vittime per nutrirsi del loro sangue; qualcuno scherzando dice che Dracula sceglieva sempre le persone più allegre, perché – come si dice – “l’allegria fa buon sangue”. Il cristiano è figlio della luce e “chi fa la verità, viene verso la luce, perché appaia che le opere sono state fatte in Dio” (Gv 3,14-21). Papa Francesco ci ricorda che «la luce è venuta al mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie» (Gv 3,19). È brutto quando gli occhi del cuore e dell’anima si abituano a vivere nelle tenebre del male e così si finisce per ignorare la luce del bene: «tanti scandali umani, tante corruzioni ci segnalano questo – dice il Papa - I corrotti non sanno cosa sia la luce, non conoscono. Anche noi, quando siamo in stato di peccato, in stato di allontanamento dal Signore, diventiamo ciechi e ci sentiamo meglio nelle tenebre e andiamo così, senza vedere, come i ciechi, muovendoci come possiamo». Bisogna uscire dalle tenebre del male per riuscire a vedere la luce di amore e di verità che emana il Crocifisso. Gesù ci mette in guardia, perché “i figli di questo mondo verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce” (Lc 16,8). Per restare in tema di letteratura fantascientifica sappiamo che Dracula e tutti i suoi simili indietreggiavano con orrore alla vista del crocifisso, che è l’espressione più alta del bene e dell’amore di Dio per l’umanità. «Il Crocifisso è proprio il grande libro dell’amore di Dio» - dice Francesco. La Croce continua ad inquietare gli uomini d'oggi perché è il simbolo della sofferenza, è uno scandalo e ci mette davanti agli interrogativi essenziali dell’esistenza umana. Ma non dimentichiamo che il Crocifisso è la «cattedra di Dio» dove possiamo conoscere l’amore «folle», che salva e dà la vita: «lì c’è tutta la scienza, tutto l’amore di Dio, tutta la saggezza cristiana». Il dialogo tra Gesù e Nicodemo, che «è un vero trattato di teologia» - ha detto il Papa – ci porta a «guardare il crocifisso in silenzio, a guardare le piaghe, a guardare il cuore di Gesù, a guardare l’insieme: Cristo crocifisso, il Figlio di Dio, annientato, umiliato … per amore». E allora non bisogna scandalizzarsi della follia della Croce, che serve a scuoterci e a risvegliare in noi l'inquietudine spirituale di fronte al mistero della vita, del dolore e della morte. Perché sulla Croce c'è l'atto supremo dell'amore di Dio per l'umanità. Mai bisogna dimenticare che “la Croce è la porta della risurrezione”. La Via crucis ci porta sempre alla Via lucis. Papa Francesco ci invita a domandarci: «Io cammino nella luce o cammino nelle tenebre? Sono figlio di Dio o sono finito per essere un povero pipistrello?».

21 aprile 2020

SOLDI, VANITA’ E CHIACCHIERICCIO: I TRE VIRUS CHE DIVIDONO LE PERSONE E LE COMUNITA’


LA FORZA DEL SILENZIO IN TEMPO DI PANDEMIA
Per esercitarsi nell'arte dell'ascolto

Papa Francesco, Messa a Santa Marta, 21 aprile 2020 (foto da vatican.va)

di Antonino Legname

Nella Meditazione della Messa di questa mattina, 21 aprile 2020, a Santa Marta, Papa Francesco ci ha offerto lo spunto per riflettere sul valore del silenzio: «In questo tempo c’è tanto silenzio. Si può anche sentire il silenzio. Che questo silenzio, che è un po’ nuovo nelle nostre abitudini, ci insegni ad ascoltare, ci faccia crescere nella capacità di ascolto». Tanti anni fa uscì un libro di fratel Carlo Carretto dal titolo «Il deserto nella città». L’autore intendeva parlare di un deserto ideale, nel senso di voler costruire nel cuore delle nostre città e delle nostre case il corridoio di un ideale convento dove potersi raccogliere in silenzio per ritrovare se stessi e dove poter stabilire un rapporto con Dio attraverso l’ascolto e la preghiera. Oggi, a causa della pandemia da Covid-19, le nostre città si sono realmente trasformate in deserto e le nostre strade in reali corridoi di un ideale convento. In una società frenetica come la nostra, che ci ha abituati a vivere in mezzo al rumore continuo e assordante, è diventato veramente difficile fare silenzio per «sentire il silenzio». Solo quando l’uomo tace Dio parla attraverso lo Spirito Santo che è la vera fonte dell’armonia: ««Lo Spirito Santo è maestro di armonia» - ha detto Francesco – ed è Lui che ci insegna a fare armonia in noi stessi e con gli altri. La prima comunità cristiana, che ci viene presentata dagli Atti degli Apostoli, è il modello «ideale», «quasi celeste» di comunità, dove tutti vivono in armonia attorno ai quattro cardini della vita cristiana: l’insegnamento degli Apostoli, la frazione del Pane, la preghiera e la comunione fraterna: “avevano un cuore solo e un’anima sola e nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro tutto era comune, e nessuno era bisognoso”. Lo Spirito Santo - afferma Francesco - è capace di fare queste meraviglie. Purtroppo, l’uomo ha la libertà di opporsi all’azione dello Spirito e allora nascono i problemi e le discordie all’interno della comunità. E anche nelle prime comunità cristiane ci furono litigi e divisioni. Da che cosa sono provocate le divisioni nella comunità «parrocchiale o diocesana o presbiterale o di religiosi o religiose»? Senza mezzi termini, Papa Francesco dice che sono tre le cause principali che provocano i problemi e le divisioni nelle comunità cristiane: i soldi, la vanità e il chiacchiericcio. Non c’è dubbio che «i soldi dividono, l’amore dei soldi divide la comunità, divide la Chiesa». San Paolo nella Prima Lettera a Timoteo (6,10) lo scrive chiaramente:  «L'attaccamento al denaro è la radice di tutti i mali; per il suo sfrenato desiderio alcuni hanno deviato dalla fede e si sono da se stessi tormentati con molti dolori». Nella Storia della Chiesa – ci ricorda Francesco - dietro tante deviazioni dottrinali ci sono i soldi, gli interessi personali e la sete di potere. I soldi hanno la forza di dividere anche gli affetti più cari: «quante famiglie sono finite divise per un’eredità? Quante famiglie? E non si parlano più!». Quante amicizie distrutte per questioni di soldi! Quanti tradimenti e abbandoni si sono consumati a causa di questo pericoloso e insidioso idolo che è il denaro! Questa è la triste realtà! Invece, è lo spirito di povertà che ci porta a distaccare il cuore dai beni materiali; dice il Papa «questo è il muro che custodisce la comunità». L’altro elemento che porta divisione nella comunità è la vanità, cioè «quella voglia di sentirsi migliore degli altri. “Ti ringrazio, Signore, perché io non sono come gli altri”, la preghiera del fariseo». Tante volte Francesco ha parlato della pericolosa vanità del «pavone» che crea disparità tra le persone e crea divisione. Per esempio, anche nella celebrazione dei sacramenti è sempre in agguato il rischio di fare sfoggio di vestiti per apparire migliori o diversi dagli altri. Potremmo dire con il Libro del Qoèlet (1,2): «vanità delle vanità, tutto è vanità». E la terza causa di divisione nella comunità è il «chiacchiericcio». Tantissime volte Papa Francesco ha messo in guardia da questo insidioso virus delle chiacchiere, dello sparlare, del calunniare il prossimo. Questa è la cruda e dolorosa realtà di tante comunità “cristiane”. Dice il Papa: «il diavolo mette in noi, come un bisogno di sparlare degli altri. “Ma che buona persona è quella …” – “Sì, sì, ma …”: subito il “ma”: quello è una pietra per squalificare l’altro e subito qualche cosa che ho sentito la dico e così l’altro lo abbasso un po’». Che brutta abitudine è quella di colpire alle spalle chi non può difendersi. Purtroppo, le chiacchiere a volte sono una semente di zizzania che attecchisce anche nel cuore di chi ascolta, perché rimane il dubbio, il sospetto: “sarà vero oppure sono solo chiacchiere dettate dall’invidia e dalla gelosia?». Mi ha particolarmente colpito quello che insegnava il Padre del deserto, Sant’Arsenio: “tante volte mi sono pentito di aver parlato, mai di aver taciuto». Ed è sempre valido l’assioma: «quando devi parlare di qualcuno agli altri in sua assenza, o ne parli in bene o non ne parli affatto!». 


20 aprile 2020

CHIESA E MASS MEDIA: LA SFIDA DELLA NUOVA EVANGELIZZAZIONE – PRIMA PARTE


LE MERAVIGLIOSE INVENZIONI TECNICHE PER RACCONTARE «LA STORIA DELLE STORIE»

Francesco: «In un’epoca in cui la falsificazione si rivela sempre più sofisticata, raggiungendo livelli esponenziali (il deepfake), abbiamo bisogno di sapienza per accogliere e creare racconti belli, veri e buoni. Abbiamo bisogno di coraggio per respingere quelli falsi e malvagi»



di Antonino Legname

In questo periodo di pandemia da Covid-19, i nostri Vescovi con grande senso di responsabilità, e non senza sofferenza, hanno ritenuto di dover chiedere ai sacerdoti di celebrare la liturgia senza la partecipazione fisica del Popolo di Dio. Questa inedita situazione ha in un certo senso costretto i Vescovi e i Presbiteri a trasmettere le celebrazioni liturgiche, in modo particolare la Messa, in diretta streaming sui social media per far partecipare i fedeli e per mantenere un contatto, anche se “virtuale” ma non irreale, con la gente. Ovviamente questo non è l’ideale di Chiesa, come ha detto di recente Papa Francesco nella Meditazione della Messa a Santa Marta, e se si dovessero «viralizzare» i Sacramenti e il Popolo di Dio, questo sarebbe pericoloso per la vita della Chiesa. Nello stesso tempo, però, non si può dubitare che questa presenza massiccia della Chiesa nella piattaforma digitale in questo tempo di emergenza, si è rivelata utile e in certi casi anche efficace nel servizio all’Evangelizzazione. Purtroppo, anche noi sacerdoti ci siamo resi conto di quanta difficoltà e forse anche impreparazione c’è ancora nell’utilizzo di tali strumenti tecnologici, sempre più sofisticati e a volte anche insidiosi. Con questa serie di articoli mi propongo di offrire un modesto contributo per sensibilizzare di più gli operatori della pastorale, sacerdoti e laici, a non disperdere questo immenso potenziale umano di creatività tecnologica a servizio dell’evangelizzazione, che ci spinge a «predicare sui tetti» - come dice Gesù. E oggi sui tetti ci sono le antenne e le parabole satellitari. Non bisogna dimenticare che l’uso dei mezzi della comunicazione sociale per la nuova evangelizzazione è un dovere da parte della Chiesa. Il Decreto conciliare Inter Mirifica, forse ancora poco conosciuto e attuato, è stato profetico e lungimirante perché, per la prima volta in maniera coraggiosa e sistematica, ha cercato di rispondere alla grande sfida della comunicazione sociale ed ha aiutato tutta la Chiesa a prendere coscienza del potente influsso dei Mass Media a livello planetario. Fu proprio Paolo VI che il 2 aprile 1964 istituì la Commissione per le comunicazioni sociali e a partire dal 1967 inaugurò la Giornata Mondiale delle comunicazioni sociali, che ogni anno propone temi di grande attualità, quali fonte di ispirazione e occasione di riflessione per gli operatori pastorali, per i professionisti dell’informazione e per tutta la Chiesa. Un grande impulso per la pastorale delle comunicazioni sociali fu dato dall’Istruzione pastorale Communio et Progressio di Paolo VI, del 23 maggio 1971. Ormai siamo consapevoli che la comunicazione sociale è un fenomeno di massa globalizzato; che i Mass Media sono una finestra aperta sul mondo; che la vita dei singoli e della società è fortemente influenzata e in parte anche condizionata dall’uso, dall’abuso o dal mal uso degli strumenti della comunicazione sociale. È sotto gli occhi di tutti il continuo sviluppo della tecnologia digitale e nessuno oggi si può illudere di sfuggire o di sottrarsi a questa presenza «potente» che a volte rischia di diventare «pre-potente» e «invadente». Non dobbiamo dimenticare che i Mass Media sono «strumenti» e in quanto tali sono ambivalenti, nel senso che posso essere usati per costruire o per distruggere l’uomo e la società, per unire o per disgregare la famiglia umana. Chi utilizza gli strumenti della comunicazione sociale li può finalizzare al bene o al male, a promuovere e a difendere la verità oppure a diffondere la menzogna, con le cosiddette fake news. Il 24 gennaio 2020, nel Messaggio per la 54ma Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, Papa Francesco ha ricordato che «in un’epoca in cui la falsificazione si rivela sempre più sofisticata,  raggiungendo livelli esponenziali (il deepfake), abbiamo bisogno di sapienza per accogliere e creare racconti belli, veri e buoni. Abbiamo bisogno di coraggio per respingere quelli falsi e malvagi». Il fine corretto dei Mass Media è quello di favorire il dialogo e la solidarietà tra gli uomini e tra le diverse culture attraverso la diffusione di «notizie» (informazione), di «idee» (cultura), di «insegnamenti» (formazione). Nell’uso degli strumenti della Comunicazione sociale, la Chiesa deve mantenere un «equilibrato realismo». Per questo Papa Francesco ha detto che la Chiesa esiste come Popolo concreto e che i Sacramenti devono essere celebrati realmente e non virtualmente. Questo però non significa per la Chiesa uscire dal mondo digitale per evitare i possibili rischi di individualismo e i pericoli di assuefazione alienante, ma essere lievito buono che dall’interno cerca di «infondere un’anima umana e cristiana a questi strumenti» per utilizzarli nelle varie forme di apostolato. «La Chiesa in uscita», di cui parla Papa Francesco, è anche quella che raggiunge il grande popolo di coloro, specialmente ragazzi e giovani, che abitualmente navigano nell’oceano mediatico del mondo digitale e che forse parlano l’unico linguaggio che conoscono, quello tecnologico e digitale fatto di immagini, di video, di giochi e di musica. Nel prendere coscienza di questo suo dovere, «la Chiesa si sentirebbe colpevole di fronte al suo Signore se non adoperasse questi potenti mezzi che l’intelligenza umana rende ogni giorno più perfezionati» (Paolo VI, Evangelii Nuntiandi, n. 45).

17 aprile 2020

LA FAMILIARITA’ CON IL SIGNORE È QUOTIDIANA E COMUNITARIA


NO ALLA CHIESA VIRALIZZATA
Francesco: «Prima della Pasqua, quando è uscita la notizia che io avrei celebrato la Pasqua in San Pietro vuota, mi scrisse un vescovo e mi ha rimproverato: “Stia attento a non viralizzare la Chiesa, a non viralizzare i Sacramenti, a non viralizzare il Popolo di Dio"
 
Papa Francesco durante la Meditazione della Messa a Santa Marta, 17 marzo 2020 (foto da Vatican.va)

di Antonino Legname

«La gente che è collegata con noi, fa soltanto la Comunione spirituale. E questa non è la Chiesa: questa è la Chiesa di una situazione difficile, che il Signore lo permette, ma l’ideale della Chiesa è sempre con il popolo e con i Sacramenti», ha detto Papa Francesco nella Meditazione della Messa a Casa Santa Marta, il 17 aprile 2020. Il Pontefice ha preso lo spunto dal Vangelo del giorno per spiegare che gli Apostoli, a contatto diretto con Gesù, erano cresciuti nella «familiarità» con Lui. Anche i cristiani siamo chiamati a crescere nella «familiarità con il Signore», non solo personalmente ma anche comunitariamente, come Popolo. Infatti, ha spiegato Francesco: «Una familiarità senza comunità, una familiarità senza il pane, una familiarità senza la Chiesa, senza il popolo, senza i sacramenti è pericolosa». Noi viviamo in un mondo globalizzato dove è sempre in agguato il rischio di trasformare la tecnologia in tecnocrazia, cioè in potere dei tecnici della scienza, dell’economia e della politica. Nessuno mette in dubbio l’utilità dell’uso corretto dei mezzi di comunicazione sociale, che sono certamente una finestra aperta sul mondo. Ma quando si tende a «viralizzare» tutto, non solo i sentimenti e i rapporti umani, ma anche la fede e la pratica religiosa, allora questi mezzi di comunicazione sociale si trasformano in strumenti di alienazione sociale e religiosa. I cristiani non possiamo limitarci a vivere una fede personalistica e intimistica, ma se vogliamo crescere nella familiarità con il Signore non possiamo fare a meno di camminare insieme come popolo di Dio: «Questa familiarità con il Signore, dei cristiani, è sempre comunitaria – ha ribadito il Papa - Sì, è intima, è personale ma in comunità». Altrimenti diventa una «familiarità gnostica, una familiarità per me soltanto, staccata dal popolo di Dio. La familiarità degli Apostoli con il Signore sempre era comunitaria, sempre era a tavola, segno della comunità. Sempre era con il Sacramento, con il pane». La riflessione di Papa Francesco vuole incoraggiare e spingere la Chiesa a vivere concretamente e comunitariamente la vita sacramentale, anche in tempo di pandemia; ovviamente con tutte le dovute precauzioni, per evitare il contagio tra i fedeli che partecipano alle celebrazioni. Il Pontefice riferisce: «Prima della Pasqua, quando è uscita la notizia che io avrei celebrato la Pasqua in San Pietro vuota, mi scrisse un vescovo e mi ha rimproverato. “Ma come mai, è così grande San Pietro, perché non mette 30 persone almeno, perché si veda gente? Non ci sarà pericolo …”. Io pensai: “Ma, questo che ha nella testa, per dirmi questo?”. Io non capii, nel momento. Ma siccome è un bravo vescovo, molto vicino al popolo, qualcosa vorrà dirmi. Quando lo troverò, gli domanderò. Poi ho capito. Lui mi diceva: “Stia attento a non viralizzare la Chiesa, a non viralizzare i Sacramenti, a non viralizzare il Popolo di Dio"». Non mi pare che ci voglia l’ermeneutica teologica per comprendere il monito di Papa Francesco, il quale ha detto che questo momento difficile che stiamo vivendo è pericoloso anche per la vita della Chiesa: «questa pandemia ha fatto che tutti ci comunicassimo anche religiosamente attraverso i media, attraverso i mezzi di comunicazione». È innegabile che anche così, «stiamo insieme, ma non insieme», che siamo tutti spiritualmente uniti, anche attraverso il collegamento tramite i mezzi di comunicazione sociale, e che per tanta gente collegata in rete è possibile fare la Comunione spirituale; ma «questa non è la Chiesa» - ha ribadito il Papa. La Chiesa non è costituita da un Popolo virtuale, ma reale e concreto che cresce e si fortifica con i Sacramenti, e in modo speciale con l’Eucaristia: «La Chiesa, i Sacramenti, il Popolo di Dio sono concreti. È vero che in questo momento dobbiamo fare questa familiarità con il Signore in questo modo, ma per uscire dal tunnel, non per rimanerci». Tutti, giustamente, a livello economico pressano per uscire dal tunnel dell’immobilismo lavorativo che sta mettendo in ginocchio le imprese e le famiglie; per la Chiesa uscire dal tunnel significa superare al più presto questa situazione di incertezza e di precarietà sacramentale e comunitaria. Il Popolo di Dio ha urgente bisogno di cibarsi di Eucaristia, ha necessità di celebrare il sacramento della Riconciliazione e gli altri Sacramenti, per non rischiare il deperimento spirituale, che – per chi ha fede - non è meno grave di quello fisico per mancanza di cibo. Il Papa ci tiene a dire che questa inedita situazione ecclesiale non può essere l’ideale di Chiesa e che per crescere nella familiarità con il Signore bisogna tornare a condividere tutto: «la comunità, i Sacramenti, il Signore, la pace, la festa». È quello che ci auguriamo con tutto il cuore per la vita e la crescita delle nostre comunità ecclesiali!

9 aprile 2020

IL MISTERO DI GIUDA!?


IL DIO TRADITO
  
Francesco: “Pensiamo ai tanti Giuda istituzionalizzati in questo mondo, che sfruttano la gente. E pensiamo anche al piccolo Giuda che ognuno di noi ha dentro di sé nell’ora di scegliere: fra lealtà o interesse”.



di Antonino Legname

Nella Meditazione della Messa a Santa Marta, l’8 aprile 2020, Papa Francesco ha parlato del tradimento di Giuda. Anche oggi - dice il Papa - ci sono i Giuda, cioè persone che sono disposte a tradire per i propri interessi personali e materiali, non solo gli amici più cari, ma volte anche i familiari. Anche oggi ci sono persone che facendo apparire di servire Dio, in realtà servono il denaro e ne diventano schiavi. Giuda era attaccato al denaro e chi ama troppo i soldi, prima o poi tradisce. Ma chi di spada ferisce di spada perisce, e alla fine Giuda, che tradisce Gesù viene tradito dal diavolo, che è un “mal pagatore” –  ha detto Francesco - che lascia nella disperazione. E così Giuda finisce per impiccarsi. Il Papa ha denunciato non solo i tanti «Giuda istituzionalizzati» di oggi, che usano la gente per i propri interessi, ma anche i piccoli Giuda che albergano dentro di noi: ognuno di noi a volte è spinto a tradire per amore dei soldi o dei beni materiali. C’è gente che per amore dei soldi – dice il Papa - “è capace di vendere la propria madre”. Non si può far finta di servire Dio, quando poi in realtà si serve il denaro, e alla fine si viene asserviti da esso e si diventa schiavi di questo Moloch, di questo vitello d’oro, al quale si è disposti a sacrificare la propria dignità e a volte anche gli affetti più cari. Purtroppo, oggi sono tanti i «discepoli di Giuda», di questo Apostolo e amico di Gesù, il quale tradisce e vende il Maestro per denaro, per trenta denari. Dice il Papa: «L’amore al denaro lo aveva portato fuori dalle regole, a rubare; e da rubare a tradire c’è un passo, piccolino. Chi ama troppo i soldi tradisce per averne di più, sempre: è una regola, è un dato di fatto». Questa bramosia e avidità di possedere si chiama «pleonexia»: più si ha e più si vuole avere. E a quel punto – come dicevano i Padri della Chiesa – l’uomo diventa come un orcio perforato, in riferimento all’insaziabilità dei suoi desideri: mai contento e sempre vuoto e insoddisfatto. Anche Sant’Agostino ha fatto quest’amara esperienza dell’insoddisfazione, fino al punto di dire: «Ci hai fatti per Te, Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te». Giuda fu così avido di denaro da arrivare al gesto più riprovevole: vendere l’amico. Papa Francesco, però, ci tiene a dire che Gesù non additò mai Giuda come il «traditore»; Gesù «dice che sarà tradito, ma non dice a Giuda “traditore”. Mai gli dice: “Vai via, traditore”. Mai! Anzi, gli dice: “Amico”, e lo bacia. Il mistero di Giuda … Com’è il mistero di Giuda? Non so! – risponde Francesco - Don Primo Mazzolari l’ha spiegato meglio di me». 
Papa Francesco in visita a Bozzolo presso la tomba di don Primo Mazzolari

Cosa ha detto don Primo Mazzolari a proposito di Giuda? È famosa la vibrante riflessione che don Mazzolari fece il Giovedì Santo del 1957, quando disse ai suoi parrocchiani che avrebbe parlato di: «un nome che fa spavento, il nome di Giuda il traditore». Ancora oggi, quando a qualcuno si vuol dire che è un traditore si dice: «sei un Giuda». Mazzolari esorta i suoi fedeli a non tradire il Signore, «perché chi tradisce il Signore tradisce la propria anima, tradisce i fratelli, tradisce la propria coscienza, tradisce il proprio dovere e diventa un infelice». E pensando a Giuda esclama: «Povero Giuda!». Non bisogna meravigliarsi di questa parola perché Giuda è stato un «infelice discepolo che ad un certo momento non ha potuto mantenere fedeltà al suo Maestro». Non sappiamo quello che è passato nella mente e nell’animo di Giuda, ma – dice Mazzolari - «questa sera vi domando un po' di pietà per il nostro povero fratello Giuda». E allora, non bisogna vergognarsi di assumere questa fratellanza, soprattutto se pensiamo a quante volte noi abbiamo tradito il Signore. Noi chiamiamo Giuda «fratello», Gesù nel Getsemani lo chiama «amico». Gesù nel Cenacolo aveva detto ai suoi Apostoli: «non vi chiamo servi, ma amici». E continua a chiamarli amici anche quando lo tradiscono, lo rinnegano, lo abbandonano. Nel tradimento di Giuda dobbiamo vedere il «mistero del male» che in qualche misura, prima o poi, travolge e avvolge tutti. Il male ha un nome «Satana». Ed è questa presenza diabolica che ha preso possesso del cuore di Giuda spingendolo al male. Papa Francesco spiega: «il diavolo entrò in Giuda, è stato il diavolo a condurlo a questo punto. E come finì la storia? Il diavolo è un mal pagatore: non è un pagatore affidabile. Ti promette tutto, ti fa vedere tutto e alla fine ti lascia solo nella tua disperazione ad impiccarti». Don Primo Mazzolari è molto chiaro quando dice che ci sono persone che fanno il mestiere di Satana con l’obiettivo di «distruggere l’opera di Dio; desolare le coscienze; spargere il dubbio; insinuare l’incredulità; togliere la fiducia in Dio; cancellare Dio dai cuori». Il diavolo non è una finzione teologica e neppure una metafora del male, ma - come diceva Paolo VI - è “un essere vivo, spirituale, pervertito e pervertitore. Terribile realtà. Misteriosa e paurosa”. Papa Francesco spesso parla del diavolo, non per incutere timore, ma per far capire qual è la missione del diavolo nel mondo: dividere e distruggere: “Satana è astuto – ci ricorda Francesco - e se qualcuno dovesse obiettare: «ma padre, che antico è lei, parlare del diavolo nel secolo ventunesimo!» Ma “guardate che il diavolo c’è! - ha ribadito il Papa - Il diavolo c’è anche nel secolo ventunesimo. E non dobbiamo essere ingenui. Dobbiamo imparare dal Vangelo come fare la lotta contro di lui”. In fondo «la più grande astuzia del diavolo è quella di farci credere che non esiste» – come diceva il poeta francese Charles Boudleaire. E allora bisogna stare attenti, essere svegli e pregare – dice Gesù - «per non entrare in tentazione». E la tentazione – annota il Papa - incomincia col denaro: «Il diavolo entra dalle tasche». Questo è successo a Giuda: «Quanto mi date perché io ve lo consegni?». Trenta denari! E il baratto è fatto. Giuda ha venduto il tesoro prezioso dell’amicizia con Cristo per pochi denari. Giuda ha la mente annebbiata. Papa Francesco dice: «A mio avviso, quest’uomo era fuori di sé». Egli inizialmente non si rende conto della gravità del suo gesto. Solo dopo capisce, quando vede Gesù condannato, flagellato, coronato di spine; e a quel punto vorrebbe rimediare: prende i trenta denari e li butta davanti a coloro ai quali aveva venduto Gesù. Ma ormai è troppo tardi. Papa Francesco ha spiegato: «Il cuore di Giuda, inquieto, tormentato dalla cupidigia e tormentato dall’amore a Gesù, un amore che non è riuscito a farsi amore, tormentato con questa nebbia, torna dai sacerdoti chiedendo perdono, chiedendo salvezza. “Cosa c’entriamo noi? È cosa tua …”: il diavolo parla così e ci lascia nella disperazione». E Giuda si dispera fino al punto di togliersi la vita: «Povero Giuda! Povero fratello nostro!» - esclama con pena don Mazzolari. E aggiunge: «il più grande dei peccati non è quello di vendere il Cristo, è quello di disperare». E Giuda disperò del perdono e della misericordia di Dio. In fondo anche Pietro aveva rinnegato il Maestro, ma poi si pentì e pianse amaramente; e il Signore lo ha perdonato rimettendolo al suo posto; anzi lo ha fatto suo Vicario. Anche gli Apostoli abbandonarono il Signore, ma poi tornarono pentiti. Anche per Giuda, se non si fosse disperato, ci sarebbe stato lo stesso trattamento. Don Mazzolari si scusa con i suoi fedeli per aver parlato di Giuda come di un «povero fratello», e aggiunge: «Io voglio bene anche a Giuda … è mio fratello e pregherò per lui … perché io non giudico, io non condanno. Dovrei giudicare me, dovrei condannare me». Papa Francesco nella Meditazione di questa mattina si domandava: «Giuda è all’Inferno? Non so. Io guardo il capitello. E sento la parola di Gesù: “Amico”». A quale capitello si riferisce il Papa? 
Si tratta del capitello che si trova nella chiesa di Santa Maria Maddalena a Vézelay, in Francia. Il Papa, in più occasioni ha avuto modo di spiegare: «c’è un capitello bellissimo, del 1200 più o meno. I medievali facevano catechesi con le sculture delle cattedrali. Da una parte del capitello c’è Giuda, impiccato, con la lingua fuori, gli occhi fuori, e dall’altra parte del capitello c’è Gesù, il Buon Pastore, che lo prende e lo porta con sé. E se guardiamo bene la faccia di Gesù, le labbra di Gesù sono tristi da una parte ma con un piccolo sorriso di complicità dall’altra. Questi avevano capito cos’è la misericordia! Con Giuda!». Gesù, nel momento stesso in cui Giuda consuma il tradimento attraverso uno dei segni più sacri dell’amore, «il bacio», tira fuori dal vocabolario del proprio cuore un unico nome: «Amico!». Non mi scandalizza che Gesù abbia chiamato il traditore “Amico”, perché anch’io continuo ad essere chiamato da Gesù “amico” nonostante lo abbia tradito tante volte. Gli stessi Apostoli, quando Gesù dice: «In verità vi dico: uno di voi mi tradirà!», hanno coscienza che ognuno di loro poteva essere il traditore: «Sono forse io, Rabbì?». Don Primo Mazzolari dice: «Io non posso non pensare che anche per Giuda c’è stata la misericordia di Dio, questo abbraccio di carità, quella parola “amico” che gli ha detto il Signore mentre lui lo baciava, per tradirlo». Forse Giuda avrà capito quanto Gesù gli volesse bene quando il Maestro ha accettato quel «bacio» e gli ha detto «amico». È una grande sofferenza l’amico che si trasforma in nemico. Papa Francesco annota: «Gesù minaccia forte, quando dice: “Guai a quell’uomo dal quale il Figlio dell’Uomo viene tradito: meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!”». Ma stiamo attenti a non puntare il dito con molta facilità contro Giuda. Pensiamo al Giuda che c’è dentro ciascuno di noi. «Pensiamo ai tanti Giuda istituzionalizzati in questo mondo, che sfruttano la gente – ha detto Papa Francesco - E pensiamo anche al piccolo Giuda che ognuno di noi ha dentro di sé nell’ora di scegliere: fra lealtà o interesse. Ognuno di noi ha la capacità di tradire, di vendere, di scegliere per il proprio interesse. Ognuno di noi ha la possibilità di lasciarsi attirare dall’amore dei soldi o dei beni o del benessere futuro. “Giuda, dove sei?”. Ma la domanda la faccio a ognuno di noi: “Tu, Giuda, il piccolo Giuda che ho dentro: dove sei?”. Chiediamo a Gesù di continuare a chiamarci «amici», nonostante i nostri quotidiani tradimenti al suo amore. In fondo siamo tutti dei «poveri Giuda», che Cristo ama e perdona. Importante è pentirsi di aver voltato le spalle al Signore, di averlo venduto nel mercato ideologico della vita; quello che conta è non disperare della sua misericordia. Per il Signore noi saremo sempre gli «amici». Così concludeva don Primo Mazzolari la sua Meditazione su Giuda: «A me Giuda, a me Pietro, a me apostolo che fuggo e tradisco; a voi, discepoli del Signore, con tutta la vostra debolezza, la vostra miseria, la vostra poca fede, il Signore ha dato il dono dell’Eucaristia».

30 marzo 2020

L’INCONTRO TRA LA MISERIA E LA MISERICORDIA


SE LE PAROLE FOSSERO PIETRE!
Francesco: «Ognuno di noi ha le proprie storie. Ognuno di noi ha i propri peccati. E se non se li ricorda, pensi un po’: li troverà».

Papa Francesco, Meditazione durante la Messa a Santa Marta, 30 marzo 2020 (foto da vatican.va)
 
di Antonino Legname


«La Chiesa è santa, ma con figli peccatori», ha detto Papa Francesco nella Meditazione della Messa a Santa Marta, il 30 marzo 2020, citando una frase latina di Sant’Ambrogio: casta meretrix, che poi la tradizione ha voluto attribuire alla Chiesa «pura e prostituta». Prendendo lo spunto dalle Letture della Messa, Francesco ha messo a confronto due donne: Susanna, l’innocente accusata ingiustamente con calunnie da certi Giudici corrotti e la donna adultera e peccatrice, condannata dai Dottori della Legge, che erano ipocriti. Entrambe queste donne rischiavano la morte ed «erano umanamente disperate», si trovano nella “valle oscura” di cui parla il Salmo 22. Susanna si fidò di Dio, fu scagionata dalle accuse e le fu fatta giustizia; la donna adultera, invece, «è colpevole, svergognata davanti a tutto il popolo», perché colta in flagrante adulterio; certamente in cuor suo pregava per essere aiutata da qualcuno. E la presenza di Gesù la salvò. Mentre i corrotti che accusavano Susanna furono condannati e puniti da Dio, gli ipocriti che volevano lapidare la donna adultera furono aiutati da Gesù a convertirsi: «il primo di voi che non ha peccati, lanci la prima pietra». Fu come se quella frase avesse sollevato il coperchio della coscienza di quelli che erano presenti. Gesù sapeva scrutare le coscienze; conosceva quello che c’era nel loro cuore. L’uomo guarda l’apparenza Dio guarda il cuore. E a quel punto tutti «se ne andarono, uno per uno, incominciando dai più anziani». A questi ipocriti Gesù diede il tempo di pentirsi; i corrotti, invece, furono puniti da Dio, perché – spiega il Papa - «il corrotto è incapace di chiedere perdono … La corruzione gli ha tolto anche quella capacità che tutti abbiamo di vergognarci, di chiedere perdono. Il corrotto è sicuro, va avanti, distrugge, sfrutta la gente … Si mette al posto di Dio». Papa Francesco è ben consapevole che «ognuno di noi ha le proprie storie. Ognuno di noi ha i propri peccati. E se non se li ricorda, pensi un po’: li troverà». E aggiunge: «Ringrazia Dio se li trovi, perché se non li trovi, sei un corrotto». Non c’è dubbio che il Signore «fa giustizia», ma è anche «tanto misericordioso». E allora, dice Francesco - Non vergogniamoci di essere nella Chiesa: vergogniamoci di essere peccatori. La Chiesa è madre di tutti». Ed esorta a ringraziare Dio «di non essere corrotti», ma «di essere peccatori» fiduciosi della misericordia e del perdono di Dio. Alla donna adultera Gesù disse: «“Donna, dove sono?” Sant’Agostino osserva: “Rimasero soltanto loro due: la miseria e la misericordia”. La miseria, perché è davvero una grande miseria il peccato. Gesù non mette in dubbio la verità dell’accusa contro la donna, la quale non pensava a negare né a difendersi. Ma è bastato lo sguardo pieno di misericordia, pieno di amore, per far sentire a quella persona – forse per la prima volta – che ha una dignità, che lei non è il suo peccato, lei ha una dignità di persona; che può cambiare vita, può uscire dalle sue schiavitù e camminare in una strada nuova». “Neanche io ti condanno. Va’, e d’ora in poi non peccare più”. Gesù la lascia andare. E così il popolo impara come è la misericordia di Dio». Quel “VA” significa: ritorna a vivere, torna a sperare, ritorna nella casa del padre; riprendi la tua dignità di donna. In una occasione dell’Angelus del 13 marzo 2016, Papa Francesco aveva detto: «quanto bene ci farà avere il coraggio di far cadere a terra le pietre che abbiamo per scagliarle contro gli altri, e pensare un po’ ai nostri peccati!». La sfida è lanciata anche a noi, che spesso ci stracciamo le vesti per la pagliuzza che è nell’occhio degli altri e restiamo indifferenti alle nostre travi che sono nel nostro occhio. I tempi sono cambiati: oggi non c’è più pericolo che una donna adultera venga lapidata sulla pubblica piazza. Noi non buttiamo più le pietre contro chi sbaglia; la stessa legge civile lo vieta; ma se le parole fossero pietre! Noi buttiamo sugli altri il fango della maldicenza, della calunnia, della critica e della cattiveria. Che tante volte sono più che macigni che cercano di schiacciare il prossimo. Quella donna peccatrice ci rappresenta tutti, perché tutti siamo peccatori, in un certo senso – dice il Papa – siamo «adulteri davanti a Dio, traditori della sua fedeltà. Ma Dio non ci inchioda al nostro peccato, non ci identifica con il male che abbiamo commesso. Vuole che la nostra libertà si converta dal male al bene, e questo è possibile – è possibile! – con la sua grazia» (Angelus, 13 marzo 2016). Nessun passato è cosi nero che non possa essere riscattato, nessun delitto è cosi enorme che non possa essere lavato. Nessuna vita è cosi moralmente distrutta da non poter essere ricostruita. Ciò che è impossibile all’uomo è possibile a Dio.
Il peccato è peccato, perché è segno di un amore tradito e perduto, il pentimento è riscatto perché  segno di un amore ritrovato. Se grande fu il tuo peccato, non disperare, perché se ti penti, la misericordia sarà più grande. Un solo atto d’amore può cancellare tutto un passato di peccato; una sola lacrima di pentimento può far rifiorire il deserto della tua vita. Il pentimento accende la fede e illumina la speranza. Il pentimento è la rinascita del cuore, ricrea un cuore nuovo e tu diventi una nuova creatura, perché le cose vecchie sono passate, ne sono nate di nuove. L’esortazione di Gesù alla donna peccatrice, viene detta oggi a tutti noi che siamo peccatori: «Io non ti condanno: và e non peccare più».

27 marzo 2020

L’INTELLIGENZA DIABOLICA PER FARE IL MALE AGLI ALTRI


IL SILENZIO DEL GIUSTO DAVANTI ALL’ACCANIMENTO
Francesco: «Dietro ogni accanimento c’è il demonio, per distruggere l’opera di Dio»


Papa Francesco, Messa a Santa Marta, 27 marzo 2020 (foto da vatican.va)


di Antonino Legname

«Davanti allo spirito di accanimento, bisogna avere il coraggio di tacere», ha detto Papa Francesco nella Meditazione della Messa a Santa Marta, il 27 marzo 2020. Commentando le Letture bibliche della Messa del giorno, il Papa ha spiegato che l’uomo giusto deve essere pronto a sopportare con pazienza, e a volte anche con il silenzio, l’accanimento contro di lui da parte di certa “gente malvagia”. Il Vescovo di Roma non esita a dire che dietro ogni accanimento c’è sempre l’opera del diavolo: «che cerca di distruggere e non risparmia i mezzi». Così è stato per Giobbe e così fu anche per Gesù. Il compito del diavolo è quello di dividere e di «distruggere l’opera di Dio». Nella sua opera diabolica, il maligno agisce con scaltrezza: a volte agisce a distanza con le «tentazioni normali», quando per esempio tra le persone c’è una «discussione o una inimicizia», ma quando inizia l’accanimento nei confronti di qualcuno per fargli del male, allora la «presenza del demonio» è vicina e forte. Il Vescovo di Roma ci esorta a pensare all’accanimento del diavolo che tenta con ogni mezzo Gesù nel deserto; e non bisogna dimenticare «le persecuzioni dei cristiani» - ricorda il Papa - «come il diavolo ha cercato i mezzi più sofisticati per portarli all’apostasia, ad allontanarsi da Dio». Possiamo dire che questo modo di agire con accanimento contro qualcuno è «diabolico: sì, è intelligenza diabolica». A volte, il diavolo ci porta a fare bene il male, e a fare male il bene, usando modi e strategie sofisticate, sottili e subdole. Per far comprendere meglio dove arriva l’accanimento diabolico nella persecuzione, Francesco riferisce il racconto di alcuni Vescovi, di uno dei Paesi dove c’era la dittatura con un regime ateo, dove i cristiani venivano perseguitati: «il lunedì dopo Pasqua le maestre dovevano domandare ai bambini: “Cosa avete mangiato, ieri?”, e i bambini [nella loro innocenza e semplicità] dicevano cosa c’era a pranzo. E alcuni dicevano: “Uova”, e quelli che dicevano “uova” poi erano perseguitati» e alcuni anche uccisi. Questo era un modo sottile di fare spionaggio per scoprire chi era cristiano, dato che «in quel Paese i cristiani mangiavano le uova, la Domenica di Pasqua». Cosa si deve fare quando qualcuno avverte che c’è accanimento contro di lui? Il Papa avverte: «discutere con questa gente non è possibile perché hanno le proprie idee, idee fisse, idee che il diavolo ha seminato nel [loro] cuore». E allora «cosa si può fare?». Francesco consiglia: «Quello che ha fatto Gesù: tacere». E spiega: «Colpisce, quando leggiamo nel Vangelo che davanti a tutte queste accuse Gesù taceva. Davanti allo spirito di accanimento, soltanto il silenzio, mai la giustificazione. Mai. Gesù ha parlato, ha spiegato. Quando ha capito che non c’erano parole, il silenzio. E in silenzio Gesù ha vissuto la sua Passione. È il silenzio del giusto davanti all’accanimento». Questo è il momento in cui il silenzio è d’oro, come si dice comunemente. Quando qualcuno si sente minacciato perché avverte un certo «chiacchiericcio» contro la propria persona, e a volte con accanimento quotidiano «si dicono le cose e poi non viene fuori niente», bisogna stare in silenzio. Bisogna avere il coraggio e la pazienza di «subire e tollerare l’accanimento del chiacchiericcio», anche quando si trasforma in «accanimento sociale: nella società, nel quartiere, nel posto di lavoro», e possiamo aggiungere anche nelle comunità cristiane. L’accanimento ha come scopo: «distruggere l’altro perché si vede che l’altro disturba, molesta». In conclusione, Francesco invita a chiedere al Signore la grazia di lottare contro il cattivo spirito, di discutere quando dobbiamo discutere; ma avere il coraggio di tacere  davanti allo spirito di accanimento». Allora è bene stare «in silenzio, davanti a Dio», il solo che non guarda le apparenze, ma legge nel cuore di ogni uomo.

17 marzo 2020

LA DIFFICILE LEZIONE SUL PERDONO


IL TESORO DEL DIAVOLO È L’ODIO
Francesco: «Sempre si deve perdonare, ma non è facile perdonare, perché il nostro cuore egoista è sempre attaccato all’odio, alle vendette, ai rancori»

 
Papa Francesco durante la Messa a Santa Marta, 17 marzo 2020 (foto da vatican.va)


di Antonino Legname

«Tutti abbiamo visto famiglie distrutte dagli odi familiari che si rimandano da una all’altra generazione» - ha detto Papa Francesco nella Meditazione della Messa a Santa Marta, il 17 marzo 2020. Purtroppo, a volte ci sono «fratelli che, davanti alla bara di uno dei genitori, non si salutano perché portano avanti rancori vecchi». L’odio è un potente acido che corrode i cuori e brucia anche gli affetti più cari. Per questo il diavolo, cioè colui che per sua natura “divide” e “separa”, ha fatto dell’odio il suo “tesoro” per inquinare la fonte dell’amore nel cuore degli uomini. Il diavolo, infatti, ha spiegato il Papa, «si accovaccia sempre tra i nostri rancori, tra i nostri odi e li fa crescere, li mantiene lì per distruggere. Distruggere tutto. E tante volte, per cose piccole, distrugge». Il Vescovo di Roma insiste nel dire che la ricchezza del diavolo è quella di seminare odio e di spingere gli uomini a non perdonare: «C’è gente — annota il Papa — che vive condannando gli altri, parlando male degli altri, sporcando continuamente i compagni di lavoro, sporcando i vicini, i parenti, perché non perdona una cosa che gli hanno fatto o non perdona una cosa che non le è piaciuta». Ma quante volte bisogna perdonare chi ci fa del male? Gesù insegna che bisogna perdonare “sempre” anche se «non è facile perdonare, perché il nostro cuore egoista è sempre attaccato all’odio, alle vendette, ai rancori». Ma con quale coerenza possiamo pregare il Padre Nostro di rimettere i nostri debiti se noi non li rimettiamo ai nostri debitori? Come posso pretendere il perdono di Dio se io non sono disposto a perdonare chi mi ha fatto del male? Sappiamo bene che «quando Dio ci perdona, dimentica tutto il male che abbiamo fatto». Tanto che, come diceva qualcuno, il perdono «è la malattia di Dio», perché Dio «è capace di perdere la memoria, in questi casi. Dio perde la memoria delle storie brutte di tanti peccatori, dei nostri peccati. Ci perdona e va avanti». E noi riusciamo a dimenticare il male ricevuto? Un'anziana signora, quasi centenaria, una volta mi diede questo saggio consiglio: "Impara a scrivere sulla sabbia il male ricevuto perché il vento ne disperda la memoria; e scrivi sul marmo il bene ricevuto perché il tempo ne perpetui la memoria". Noi tante volte facciamo proprio il contrario! Papa Francesco ci ricorda che «il perdono è condizione per entrare in cielo», è la porta stretta che ci porta alla salvezza. Un vero cristiano non si vendica, non cova rancore e odio nel suo cuore e non dice mai: «me la pagherai». Il consiglio pratico del Papa è: «se quando vai a messa ti ricordi che il tuo fratello ha qualcosa contro di te, riconciliati, prima». Il Signore chiede coerenza, come se dicesse: «non venire da me con l’amore verso di me in una mano e l’odio nei confronti del fratello nell’altra». In conclusione, Francesco esorta a coltivare «l’unità, l’amicizia, la pace tra i fratelli» per attirare la benevolenza di Dio», e chiede di pregare affinché il Signore ci aiuti «ad abbassare la testa, a non essere superbi, a essere magnanimi nel perdono». E in ogni caso, se non vogliamo perdonare per amore, almeno perdoniamo “per interesse”, nel senso che solo «se io perdono, sarò perdonato» da Dio.

11 marzo 2020

IL VALORE DELLA SOLIDARIETA’ INTERNAZIONALE IN TEMPO DI CORONAVIRUS


PREGHIERA, DONAZIONE E SERVIZIO NELLA LOTTA AL COVID-19

 

«La preghiera è la nostra forza, la preghiera è la nostra risorsa. “Tu, quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà” (Mt 6,6)».

di Antonino Legname


«In questo momento, vorrei rivolgermi a tutti gli ammalati che hanno il virus e che soffrono la malattia, e ai tanti che soffrono incertezze sulle proprie malattie. Ringrazio di cuore il personale ospedaliero, i medici, le infermiere e gli infermieri, i volontari che in questo momento tanto difficile sono accanto alle persone che soffrono. Ringrazio tutti i cristiani, tutti gli uomini e le donne di buona volontà che pregano per questo momento, tutti uniti, qualsiasi sia la tradizione religiosa alla quale appartengono», ha detto Papa Francesco durante l’Udienza Generale dell’11 marzo 2020 tele-trasmessa dalla Biblioteca del Palazzo Apostolico. Alle parole cariche di gratitudine del Pontefice fa eco il Messaggio di oggi del Card. Peter Kodwo Appiah Turkson, Prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale. Il Porporato vuole rinnovare la vicinanza della Chiesa, nell’animazione della pastorale della salute, a tutti coloro che soffrono a causa del contagio del COVID-19: «Stiamo vivendo giorni di forte preoccupazione e crescente inquietudine, giorni in cui la fragilità umana e la vulnerabilità della presunta sicurezza nella tecnica sono insidiate a livello mondiale dal Coronavirus (COVID-19), davanti al quale si stanno piegando tutte le attività più significative, come l’economia, l’imprenditoria, il lavoro, i viaggi, il turismo, lo sport e perfino il culto, e il suo contagio limita notevolmente anche la libertà di spazio e di movimento». Non c’è dubbio che le limitazioni nel culto e nelle celebrazioni liturgiche senza la partecipazione del popolo costituisca una grande prova che, però, non bisogna «vivere tutto come una privazione - ha scritto Turkson - Se non possiamo riunirci nelle nostre assemblee per vivere insieme la nostra fede, come siamo soliti fare, Dio ci offre l’occasione per arricchirci, per scoprire nuovi paradigmi, e ritrovare il rapporto personale con Lui. Gesù ci ricorda: “Tu invece, quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà” (Mt, 6,6)». 
L’Arcivescovo di Catania. Mons. Salvatore Gristina ha indirizzato oggi un Messaggio ai Presbiteri e ai Diaconi dell’Arcidiocesi agatina, affinché nelle presenti circostanze facciano proprie le parole oranti di San Paolo, il quale si rivolge a Dio di ogni consolazione che “ci consola in ogni nostra tribolazione, perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in ogni genere di afflizione con la consolazione con cui noi stesi siamo consolati da Dio” (2 Cor 1,3-4). Scrive Gristina: «sentiamoci particolarmente consolati dal Signore per poter più efficacemente consolare la nostra gente in suo nome e con ogni possibile vicinanza solidale e paterna». In questo tempo di Quaresima siamo chiamati, pur senza segni liturgici comunitari, a fare «un cammino ancora più radicato su ciò che sostiene la vita spirituale: la preghiera, il digiuno e la carità». Il Card. Turkson si augura che questo momento di grande necessità possa «essere un tempo propizio per rafforzare la solidarietà e la vicinanza tra gli Stati, l’amicizia tra le persone. È questo il tempo di promuovere la solidarietà internazionale nella condivisione degli strumenti e delle risorse». Accorato è l’appello rivolto ad ogni persona, credente o non credente, a vivere questo difficile momento di pandemia da Coronavirus come un «tempo propizio per comprendere il valore della fratellanza, dell’essere legati l’uno all’altro in un modo indissolubile; un tempo nel quale, nell’orizzonte della fede, il valore della solidarietà, il quale sgorga dall’amore che si sacrifica per gli altri “ci aiuta a vedere l’«altro» - persona, popolo, o Nazione». La solidarietà deve essere incarnata nella donazione e nel servizio al prossimo: «al vicino di casa, al collega di ufficio, all’amico di scuola, ma soprattutto ai medici e agli infermieri che rischiano la contaminazione e l’infezione per salvare i contagiati. Questi operatori vivono e indicano a noi il senso del mistero della Pasqua». Il messaggio del Card. Turkson si conclude con l’auspicio che «l’impegno profuso per contenere la diffusione del Coronavirus sia accompagnato dall’impegno di ogni singolo fedele per il bene più grande: la riconquista della vita, la sconfitta della paura, il trionfo della speranza». Nel difficile momento che viviamo affidiamo noi stessi, le nostre famiglie e tutte le persone interessate dal contagio all'intercessione della Vergine Maria, Madre dell’umanità. Oggi Papa Francesco, attraverso un videomessaggio, ha voluto rivolgere una preghiera alla Madonna del Divino Amore:

[…] Noi ci affidiamo a te, Salute dei malati,
che presso la croce sei stata associata 
al dolore di Gesù,
mantenendo ferma la tua fede.
Tu, Salvezza del popolo romano,
sai di che cosa abbiamo bisogno
e siamo certi che provvederai
perché, come a Cana di Galilea,
possa tornare la gioia e la festa
dopo questo momento di prova.

4 febbraio 2020

MEDITAZIONE DI MONS. ANTONINO LEGNAME IL 4 FEBBRAIO 2020 IN PIAZZA IOLANDA A CATANIA


 IL POPOLO DI  AGATA IN FESTA
«Dall’ammirazione all’imitazione delle virtù eroiche della Santa Patrona di Catania»

Meditazione di Mons. Legname in Piazza Jolanda
La festa che celebriamo in onore di sant’Agata Vergine e Martire richiama la nostra attenzione sui sentimenti con i quali questa fanciulla, segnata dalla predilezione divina, affrontò il martirio restando fedele a Cristo e al suo Vangelo. Giustamente ogni anno la nostra città di Catania vuole onorare la sua Santa Patrona con particolari festeggiamenti molto sentiti specialmente a livello popolare. Sant’Agata gradisce certamente questi omaggi dei suoi devoti e vorrebbe che essi fossero espressi non solamente con le manifestazioni esteriori, molto belle, ma soprattutto con comportamenti privati e pubblici che fossero in sintonia con le esigenze di una vita giusta ed onesta, con le norme del buon vivere civile e con le tradizioni preziose della nostra terra. Sgorga spontaneo dal cuore dei catanesi il senso vivo di ammirazione per la nostra Santa Patrona che ha portato il nome di Catania e della Sicilia cristiana in tutto il mondo. E il nostro entusiasmo è legittimo, è giusto. Ma dall’ammirazione dobbiamo passare all’imitazione delle virtù della nostra Patrona. Forse non siamo chiamati ad imitare Sant’Agata nel martirio cruento, nel sangue, ma siamo chiamati tutti al martirio incruento, cioè alla testimonianza quotidiana della nostra vita e della nostra fede. Se la testimonianza cristiana è stata sempre difficile, lo è particolarmente in questi  nostri tempi, in un contesto in cui la fede appare sempre più fragile, a volte demotivata, esposta alle tante sfide culturali, antropologiche e sociali. La fede spesso è ostacolata dalla mentalità troppo materialista, troppo edonista. C’è un relativismo imperante. La fede è spesso insidiata dall’indifferenza religiosa, perché siamo troppo preoccupati delle cose umane e materiali. L’uomo spesso vive ad una sola dimensione: quella materiale. Cosa significa testimoniare la fede cristiana? Significa anzitutto vivere la fede con coerenza, senza fratture tra il credere e l’operare, sia nella vita privata che in quella pubblica. Perché come ci insegna la Bibbia, nella Lettera di S. Giacomo «la fede senza le opere è morta». Testimoniare la fede significa, inoltre, vivere il proprio credo con coraggio. Dove? Dovunque ci troviamo: in casa, in ufficio, nel posto di lavoro, a scuola, nel divertimento. Dobbiamo avere il coraggio di testimoniare la nostra fede cristiana, perché Gesù ci dice: “Chi si vergognerà di me e delle mie parole, anch’io un giorno mi vergognerò di lui davanti al Padre mio”. Se sant’Agata ha sacrificato la vita per non tradire la fede, anche noi siamo chiamati a sacrificare qualcosa del nostro «Io» per affermare il primato di Dio nella nostra vita e nella società. Dice il Signore: “Chi mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio». Dove Sant’Agata ha attinto quella forza necessaria per affrontare in maniera cruenta il sacrificio del martirio? La sua adesione a Cristo. Come scrive san Paolo ai Galati: «Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me». L’esemplarità virtuosa della testimonianza di fede e di amore di Sant’Agata si innesta in un contesto di decadenza civile e morale. Di fronte alle lusinghe e alle monacce del suo carnefice, Agata rese testimonianza con la purezza del cuore e dei costumi e con il martirio della vita. La forza di Agata non derivava dalla nobiltà d’origine, non dalla bellezza umana, ma dall’unica vera fonte: quella forza interiore capace di trasformare la debolezza in eroismo di testimonianza, fino al punto di dire con San Paolo: «Quando sono debole, è allora che sono forte». E questa forza Agata l’ha ricevuta da Cristo. Il cristiano, dunque, è colui che rende testimonianza nel mondo; che non si limita soltanto alla vita cultuale, ma si impegna anzitutto per costruire un mondo più giusto, per edificare la civiltà dell’amore nella pace. Non disperò Agata di fronte ai suoi carnefici. Una giovinetta quindicenne come avrebbe potuto resistere alle minacce, alle lusinghe, ai tormenti e alle sofferenze di ogni genere senza tenere lo sguardo fisso su Gesù? É nella fede in Dio che Agata trova la forza della fedeltà e della perseveranza cristiana; soprattutto nei momenti dell’umiliazione e della tortura cui venne sottoposta.
Oh Agata, come avresti potuto sopportare la durissima carcerazione, la solitudine, il feroce terribile scempio delle tue mammelle, senza Gesù, tua speranza, tuo unico amore? Tenendo fisso lo sguardo su Gesù, con la forza della tua fede e della tua carità operosa, hai gridato al mondo intero, o Vergine Agata, il primato di Dio. Questo ci dice Agata! Nel corso dei secoli continua a dirci: Dio al primo posto! Quando non c’è Dio si rischia il disordine morale e il disordine civile. Come narrano gli Atti del suo martirio, Agata, durante la tortura, invitata a desistere dalla professione della sua fede, si opponeva al carnefice; la gioia di Agata anche nelle sofferenze; perché queste sofferenze la preparavano al paradiso. Soffrire e piangere è umano; soffrire in silenzio è eroico; soffrire e gioire è divino. Questa è la logica dei Santi, che potevano dire: «è tanto il bene e la gioia che mi aspetto che ogni pena in questa vita mi è diletto». Come Agata, anche noi siamo chiamati alla santità. La santità non è prerogativa di alcuni privilegiati, ma è vocazione di tutti; tutti siamo chiamati ad essere santi. Come diceva Sant’Agostino: «Si isti et istae, cur non ego?», cioè: se loro ci sono riusciti, perché non devo riuscire anch’io ad essere santo? Qualcuno potrebbe dire: “ma io ho un passato di peccato, di fragilità, di cattiveria!”. Come spesso dice Papa Francesco: «Non c’è Santo che non abbia un passato di fragilità e di peccato, e non c’è peccatore che non abbia un futuro e un orizzonte di santità». Chiediamo alla nostra Santa Patrona di crescere nella santità; di essere testimoni coerenti della nostra fede; di saper coniugare il nostro essere cittadini e il nostro essere cristiani; così da poter dire: «Cittadini cristiani; Cristiani cittadini, “semu tutti devoti tutti, viva Sant’Agata».

24 dicembre 2019

IL NATALE È LA CAREZZA DI DIO ALL’UMANITA’


IL PIU' GRANDE SPETTACOLO 

DOPO IL BIG BANG

Francesco: "Il Dio che non ha storia ha voluto fare storia"



di Antonino Legname

L'incarnazione del Figlio di Dio è il più grande “spettacolo” dopo il big bang, mai visto nella storia degli uomini: Dio si fa uomo. Quando giunse la pienezza dei tempi, cioè quando i tempi furono maturi, Dio si è rivelato in Gesù Cristo. Papa Francesco spiega che la “pienezza dei tempi” non coincide con il momento storico in cui era dominante la geopolitica dell'impero romano; non era quello il tempo migliore. Ma la «pienezza» si deve comprendere a partire da Dio e dalla sua decisione di realizzare le sue promesse messianiche. “Non è la storia che decide della nascita di Cristo; è, piuttosto, la sua venuta nel mondo che permette alla storia di giungere alla sua pienezza”. La “pienezza dei tempi”, dunque, è il momento in cui l'amore di Dio diventa talmente forte ed incontenibile da richiedere di essere travasato nell'umanità: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito» (Gv 3,16). Quando Dio decide di entrare in prima persona nella storia umana quello è il momento in cui si realizza la «pienezza dei tempi». “Il culmine della forza di Dio, della salvezza di Dio, è stato proprio nell’incarnazione del Verbo” - ha ricordato Francesco. Perché Dio si è incarnato? Il Papa risponde: “Per permetterci di conoscerlo, accoglierlo e seguirlo, il Figlio di Dio ha assunto la nostra carne, e così la sua visione del Padre è avvenuta anche in modo umano, attraverso un cammino e un percorso nel tempo. La fede cristiana è fede nell’Incarnazione del Verbo e nella sua Risurrezione nella carne; è fede in un Dio che si è fatto così vicino da entrare nella nostra storia”. Papa Francesco ci ricorda che “Gesù è venuto proprio per colmare la distanza tra l’uomo e Dio: se Egli è tutto dalla parte di Dio, è anche tutto dalla parte dell’uomo, e riunisce ciò che era diviso”. L'incarnazione del Verbo di Dio non è una «finzione» - ha osservato Francesco: “in Cristo Dio non si è mascherato da uomo, si è fatto uomo e ha condiviso in tutto la nostra condizione. Lungi dall’essere chiuso in uno stato di idea o di essenza astratta, ha voluto essere vicino a tutti quelli che si sentono perduti, mortificati, feriti, scoraggiati, sconsolati e intimiditi”. Mi sembra un'ottima ragione per comprendere l'avventura di Dio sulla terra. “Egli osserva, ode, conosce, scende, libera. Dio non è indifferente. È attento e opera […]. Nel suo Figlio Gesù, Dio è sceso fra gli uomini, si è incarnato e si è mostrato solidale con l’umanità, in ogni cosa, eccetto il peccato. Gesù si identificava con l’umanità”. Dio, dunque, non è indifferente ai bisogni dell'uomo, ma “si rivela, fin dagli inizi dell’umanità come Colui che si interessa alla sorte dell’uomo. Quando più tardi i figli di Israele si trovano nella schiavitù in Egitto, Dio interviene nuovamente. Dice a Mosè: «Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sorveglianti; conosco, infatti, le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo”. Papa Francesco ci assicura che “Dio si immischia nelle nostre miserie, si avvicina alle nostre piaghe e le guarisce con le sue mani; e per avere mani si è fatto uomo”. In Isaia (65, 17-21) leggiamo: “il Signore ci dice che crea nuovi cieli e nuove terre, cioè «ri-crea» le cose”, ha fatto notare Francesco, ricordando anche che “parecchie volte abbiamo parlato di queste «due creazioni» di Dio: la prima, quella che è stata fatta in sei giorni, e la seconda, quando il Signore «rifà» il mondo, rovinato dal peccato, in Gesù Cristo”. E, ha puntualizzato: “la prima è già una creazione meravigliosa; ma la seconda, in Cristo, è ancor più meravigliosa”. In un'altra occasione Francesco ha ribadito: “Dio aveva creato il mondo; l’uomo è caduto in peccato; viene Gesù a ri-creare il mondo […], ri-crea quell’uomo da peccatore in giusto: lo ri-crea come giusto”. Essere ri-creati significa essere trasformati dalla grazia che porta Gesù. A volte si pensa che è difficile lasciarsi trasformare e ri-creare dal Signore; ma occorre coraggio, come profetizza Isaia: «Irrobustite le mani fiacche, rendete salde le ginocchia vacillanti. Dite agli smarriti di cuore: Coraggio, non temete! Ecco il vostro Dio». È un “Dio che ha voluto farsi storia. È con noi […]. Dio cammina con il suo popolo, non ha voluto venire a salvarci senza storia; lui ha voluto fare storia con noi”. «Dio ha una storia?». Come è possibile visto che «Dio è eterno»? È vero, ha spiegato Francesco, “ma dal momento che Dio è entrato in dialogo con il suo popolo, è entrato nella storia. E quella di Dio con il suo popolo è una storia triste perché Dio ha dato tutto e in cambio soltanto ha ricevuto cose brutte”. Dio cammina con il suo popolo, fatto di santi e di criminali peccatori. Dio, l'eterno, decide di entrare nel tempo e nella storia umana per camminare accanto al suo popolo; Egli, in Gesù, si fa uno di noi. “E questo ci parla, ci dice dell’umiltà di Dio, il quale è tanto grande e potente proprio nella sua umiltà. Egli ha voluto camminare con il suo popolo. E quando il suo popolo si allontanava da lui con il peccato, con l’idolatria, tante cose che vediamo nella Bibbia, Lui era lì […]. Dio sempre aspetta, Dio è accanto a noi. Dio cammina con noi. È umile. Ci aspetta sempre. Gesù sempre ci aspetta. Questa è l’umiltà di Dio”. Dobbiamo ancora imparare molto dell'umiltà di Dio! “Noi che siamo orgogliosi, pieni di vanità e ci crediamo grande cosa, siamo niente! Lui, il grande, è umile e si fa bambino”. Con la creazione del mondo Dio si è, in un certo senso, compromesso con l'umanità e, nonostante i nostri continui attentati per rovinare quello che Lui ha fatto, Egli “si impegna a mantenerlo vivo”. L'opera più grande di Dio nei confronti dell'umanità è quella di aver donato suo Figlio, e “in Gesù, Dio si è impegnato in maniera completa per restituire speranza ai poveri, a quanti erano privi di dignità, agli stranieri, agli ammalati, ai prigionieri, e ai peccatori che accoglieva con bontà”. Il peccato è insito nella natura umana corrotta, ma Dio, attraverso l'incarnazione di Gesù, si avvicina all'umanità per offrire conforto, misericordia e perdono. “È questo l’impegno di Dio e per questo ha mandato Gesù: per avvicinarsi a noi, a tutti noi e aprire la porta del suo amore, del suo cuore, della sua misericordia”. È questo il modo concreto con il quale Dio accarezza l'uomo peccatore. E chi è stato toccato dalla misericordia del Padre è chiamato, attraverso l'impegno e la testimonianza, a portare la carezza di Dio “a quelli che hanno bisogno, a quelli che hanno una sofferenza nel cuore o sono tristi”. L'Incarnazione del Verbo divino è “la carezza di Dio sulle nostre piaghe, sui nostri sbagli, sui nostri peccati”. Se vogliamo incontrare il Figlio di Dio che si è fatto uomo dobbiamo anzitutto «entrare nel mistero», attraverso lo stupore, la contemplazione e il silenzio senza perdere il contatto con la realtà. In altre parole, entrare nel mistero significa: “non chiudersi in sé stessi, non fuggire davanti a ciò che non comprendiamo, non chiudere gli occhi davanti ai problemi, non negarli, non eliminare gli interrogativi […]. Entrare nel mistero significa andare oltre le proprie comode sicurezze, oltre la pigrizia e l’indifferenza che ci frenano, e mettersi alla ricerca della verità, della bellezza e dell’amore, cercare un senso non scontato, una risposta non banale alle domande che mettono in crisi la nostra fede, la nostra fedeltà e la nostra ragione”. Per entrare nel mistero di Cristo bisogna essere umili; “l'umiltà di abbassarsi - spiega Papa Francesco - di scendere dal piedestallo del nostro io tanto orgoglioso, della nostra presunzione; l’umiltà di ridimensionarsi, riconoscendo quello che effettivamente siamo: delle creature, con pregi e difetti, dei peccatori bisognosi di perdono. Per entrare nel mistero ci vuole questo abbassamento che è impotenza, svuotamento delle proprie idolatrie […] adorazione. Senza adorare non si può entrare nel mistero”.

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