UBI PETRUS

Ubi Petrus, ibi Ecclesia: "Dove c'è Pietro, lì c'è la Chiesa" (Sant'Ambrogio, Explanatio Psalmi XL,30,5)

11 maggio 2017

LETTERA DI PAPA FRANCESCO AL CELAM - SECONDA PARTE



Seconda Parte
«DOBBIAMO IMPARARE DALLA FEDE DELLA NOSTRA GENTE!»

Francesco: «Nella misura in cui noi ci coinvolgeremo nella vita del nostro Popolo fedele e avvertiamo la profondità delle sue ferite, potremo guardare “senza filtri clericali” il volto di Cristo»



di Antonino Legname
 
La riflessione di Papa Francesco, nella Lettera ai partecipanti alla XXXVI Assemblea Generale del Consiglio Episcopale Latinoamericano, si fa ancora più concreta quando invita i pastori della Chiesa ad imparare a guardare il Popolo di Dio, ad ascoltarlo e a conoscerlo, a dargli importanza e spazio. «Non in maniera concettuale, organizzativa, nominale o funzionale  - precisa Francesco - Sebbene oggigiorno c'è una maggiore partecipazione dei fedeli laici, molte volte li abbiamo impegnati solo dentro il contesto ecclesiale senza stimolarli a permeare, con la forza del Vangelo, gli ambienti sociali, politici, economici, universitari». Cosa significa ascoltare il Popolo di Dio? Francesco spiega:  «significa “scalzarci” dai nostri pregiudizi e dal razionalismo, dai nostri schemi funzionalisti per conoscere in che modo lo Spirito agisce nel cuore di tanti uomini e donne che con grande vigore non smettono di buttare le reti e lottano per rendere credibile il Vangelo»; significa conoscere come lo Spirito continua a muovere la fede della nostra gente; questa fede che magari non sa tanto di profitti e di successi pastorali, ma è carica di speranza. «Quanto dobbiamo imparare dalla fede della nostra gente!» - ammette Francesco. E spiega: «la fede di madri che non hanno paura  di sporcarsi per portare aventi i loro figli. Sanno che il mondo in cui vivono è pieno di ingiustizie, e che dovunque si vedono e si esperimentano le carenze e le fragilità di una società che si frammenta ogni giorno, dove l'impunità della corruzione continua a mietere vite e a destabilizzare le città». E additando l'esempio di queste madri coraggiose, il Papa si rivolge ai Pastori della Chiesa, invitandoli a non aver paura di sporcarsi per la nostra gente: «non dobbiamo avere paura del fango della storia per poter riscattare e rinnovare la speranza. Pesca soltanto colui che non ha paura di rischiare di impegnarsi per i suoi». E questo - chiarisce Francesco «non nasce dall'eroismo o dal carattere kamikaze di alcuni, e neppure da una ispirazione individuale di qualcuno che si vuole immolare. Tutta la comunità dei credenti deve andare a cercare il Suo Signore, perché solo uscendo e lasciando le sicurezze (che tante volte sono “mondane”) … solo lasciando di essere autoreferenziali siamo capaci di ri-centrarci in Colui che è fonte di Vita e di Pienezza». Il Vescovo di Roma ribadisce che per poter vivere con speranza è necessario che ci ri-centriamo in Gesù Cristo, il quale abita nel centro della nostra cultura, e nello stesso tempo ci dobbiamo centrare sul Popolo. Francesco spiega che Cristo e Popolo non sono antagonisti: «contemplare Cristo nel suo popolo è imparare a decentrarci da noi stessi per concentrarci nell'unico Pastore». In altre parole, significa avere il coraggio di andare nelle periferie del presente e del futuro, certi nella speranza che il Signore continua ad essere presente e la sua presenza sarà fonte di Vita abbondante. Da qui scaturisce la creatività e la forza per arrivare là dove si formano i nuovi paradigmi che stanno tracciando la vita dei nostri Paesi e così poter raggiungere, con la Parola di Gesù, i nuclei più profondi dell'anima delle città dove ogni giorno cresce sempre più l'esperienza di non sentirsi cittadini, ma «cittadini a metà». Il Pontefice chiede di vivere la realtà di oggi, sempre più complicata e sconcertante, come discepoli del Maestro e non come osservatori asettici e neutrali. Deve esserci il desiderio e l'impegno di impregnare le strutture della società con la Vita e con l'Amore che abbiamo conosciuto. Ma questo - avverte il Papa - «non come colonizzatori e dominatori, ma condividendo il buon odore di Cristo, che sia questo l'odore per continuare a trasformare la vita». Il Vescovo di Roma coglie l'occasione per ribadire quanto aveva già scritto nel n. 49 della Evangelii gaudium a proposito di una Chiesa in uscita, non preoccupata di essere il centro per poi finire chiusa nelle proprie umane sicurezze e in un «marasma di ossessioni e di procedimenti». Quello che deve veramente preoccupare la coscienza dei Pastori della Chiesa e santamente inquietarli è che «tanti nostri fratelli vivono senza la forza, la luce e la consolazione dell'amicizia con Gesù Cristo, senza una comunità di fede che li sostiene e senza un orizzonte di significato e di vita» In conclusione, scrive il Papa, «spero che più che il timore di sbagliare ci spinga il timore di chiuderci  dentro le strutture che ci danno una falsa sicurezza e nelle norme che ci rendono giudici implacabili, e nelle abitudini che ci fanno sentire tranquilli, mentre fuori c'è una moltitudine affamata e Gesù che ci ripete senza stancarsi: “Voi date loro da mangiare”». Questo aiuterà a mostrare il volto misericordioso e materno della Chiesa che si trova tra «i fiumi e il fango della storia»; solo così ogni persona può sentirsi a casa, può sentirsi figlio amato, cercando e sperando. Questo sguardo, questo dialogo con il Popolo fedele di Dio, offre al pastore due attitudini molto belle da coltivare: il coraggio per annunciare il Vangelo e la forza per superare le difficoltà e la sgradevolezza che provoca la stessa predicazione. Nella misura in cui noi ci coinvolgeremo nella vita del nostro Popolo fedele e avvertiamo la profondità delle sue ferite, potremo guardare “senza filtri clericali” il volto di Cristo, andare al suo Vangelo per pregare, pensare, discernere e lasciarci trasformare dal suo volto in pastori di speranza. Che Maria, Nuestra Señora Aparecida, continui a portarci a suo Figlio affinché i nostri popoli in Lui abbiano la vita … e in abbondanza.
[Mia traduzione dallo spagnolo]

LETTERA DI PAPA FRANCESCO AL CELAM - PRIMA PARTE


Prima parte
TORNARE ALLE RADICI DEL VANGELO PER "UNA CHIESA POVERA PER I POVERI"

«La corruzione è come un cancro che va consumando la vita quotidiana della nostra gente»

Papa Francesco e Nostra Signora Aparecida


di Antonino Legname

Papa Francesco l'8 maggio 2017 ha inviato una Lettera in lingua spagnola ai partecipanti alla XXXVI Assemblea Generale del Consiglio Episcopale Latinoamericano (CELAM), che si svolge dal 9 al 12 maggio a San Salvador sul tema: “Una Chiesa povera per i poveri”. In questa Lettera il Pontefice, anzitutto fa memoria dei 300 anni di Nostra Signora di Aparecida, ricordando il tempo in cui un gruppo di pescatori uscì, come era d'uso, a gettare le reti. Uscirono per guadagnarsi la vita e furono sorpresi dalla scoperta di una piccola immagine tutta coperta di fango. Era Nuestra Señora de la Concepción che per 15 anni rimase nella casa di uno di quei pescatori e lì la gente si riuniva a pregare e Lei li aiutava a crescere nella fede. Il Papa annota che sebbene siano passati 300 anni, «Nostra Signora di Aparecida ci fa crescere, ci immerge nel cammino del discepolato. Aparecida è una scuola di discepolato». Francesco, nella sua Lettera evidenzia tre aspetti: il primo riguarda i pescatori, «non erano molti, un gruppetto di uomini che ogni giorno uscivano per affrontare la giornata e l'incertezza di quello che avrebbe dato il fiume. Uomini che vivevano con l'insicurezza di non sapere quale sarebbe stato il “guadagno” della giornata. Incertezza che non era facile gestire quando si tratta di portare a casa il cibo e soprattutto quando ci sono in casa bambini da sfamare». Bergoglio mette in luce le difficoltà di quei pescatori che conoscono per esperienza l'ambivalenza che c'è tra la generosità del fiume e l'aggressività dei suoi straripamenti. Sono uomini abituati ad affrontare le difficoltà con vigore e con una certa santa «testardaggine»; sono coloro che ogni giorno non smettono - perché non possono -  di gettare le reti. Questa immagine ci aiuta ad avvicinarci alla vita di tanti nostri fratelli: «vedo i volti di persone che, al mattino presto fino a tarda notte, escono per guadagnarsi  da vivere. E lo fanno con l'insicurezza di non sapere quale sarà l'esito». E ciò che fa più male - lamenta Francesco - è vedere che, quasi ordinariamente, escono e si devo scontrare con uno dei peccati più gravi che affligge oggi il nostro Continente: «la corruzione». Francesco non usa mezzi termini per condannare la corruzione che distrugge vite umane riducendole alla più estrema povertà; che distrugge intere popolazioni costringendole a vivere nella povertà. «La corruzione è come un cancro che va consumando la vita quotidiana della nostra gente». Il Papa ammira coloro che escono per lottare contro questa piaga sociale. Il secondo aspetto è la Madre: «Maria conosce in prima persona la vita dei suoi figli … È una madre che sta attenta e accompagna la vita dei suoi». La troviamo là dove non ci si aspetta. Nella storia di Aparecida la troviamo in mezzo al fiume circondata di fango. «Là aspetta i suoi figli, là sta con i suoi figli in mezzo alle lotte e alle ricerche. Non ha paura di immergersi con loro nelle vicissitudini della storia e, se necessario, insudiciarsi per rinnovare la speranza. Maria appare là dove i pescatori gettano le reti e dove gli uomini cercano di guadagnarsi da vivere». Infine, l'incontro. «Le reti non sono riempite di pesce, ma di una presenza che ha riempito la loro vita e ha dato loro la certezza che nelle loro aspirazioni, nelle loro lotte non erano soli». Il Papa annota:  «C'è stato l'incontro di questi uomini con Maria». Dopo averla pulita e restaurata la portarono in una casa dove rimase per un po' di tempo. Quella casa fu il luogo dove i pescatori della regione si riunivano con la Aparecida. E questa presenza si fece comunità, Chiesa. «Le reti non si riempirono di pesci ma si trasformarono in comunità». Ad Aparecida si trova la dinamica del Popolo credente che si confessa peccatore e salvato, un popolo solido e testardo consapevole del fatto che la loro rete, cioè la loro vita, è piena di una presenza che li incoraggia a non perdere la speranza; una presenza che si annida nella quotidianità della casa e delle famiglie. Papa Francesco tiene a precisare che «non si offrono ricette ma chiavi, criteri, piccole grandi certezze per illuminare e soprattutto per “incendiare” il desiderio di toglierci di dosso tutta quella roba non necessaria per tornare alle radici, all'essenziale, a quell'atteggiamento che piantò la fede nella Chiesa delle origini».
[Mia traduzione dallo spagnolo]

Scena del ritrovamento dell'immagine di Nostra Signora Aparecida

10 maggio 2017

FRANCESCO: "NON SIAMO ORFANI ABBIAMO UNA MADRE IN CIELO"


Francesco: "Guardiamo a Maria, Madre della speranza" 
 
Il Papa chiede ai fedeli di pregare per la sua prossima visita a Fatima, il 12 e il 13 maggio, nel centenario della prima apparizione della Vergine ai tre Pastorelli. Il Papa andrà in Portogallo come pellegrino di speranza e di pace «per affidare alla Madonna le sorti temporali ed eterne dell’umanità e supplicare sulle sue vie le benedizioni del Cielo».




di Antonino Legname


Durante l'Udienza Generale del mercoledì 10 maggio 2017, Papa Francesco ha incentrato la sua Catechesi su Maria, «Madre della speranza»; Ella «stava» ai piedi della croce per il suo istinto naturale di madre. Quante «notti» Maria ha attraversato nel suo cammino! Quante madri accompagnano i loro figli nella sofferenza - ha detto il Papa. Il «sì» di Maria nell'annunciazione è stato il primo passo di un lungo elenco di obbedienze alla volontà di Dio. Maria, come ci appare nel Vangelo, non sempre comprendeva pienamente quello che succedeva attorno a lei e dentro di lei; però, Ella meditava ogni parola e in silenzio conservava tutto nel suo cuore. Francesco legge in questa disposizione di Maria un frammento bellissimo della sua psicologia: «non è una donna che si deprime di fronte alle incertezze della vita, specialmente quando nulla sembra andare per il verso giusto. Maria non è una donna che protesta con violenza o che impreca contro il destino della vita che a volte mostra il suo volto ostile. Maria è una donna che ascolta. Francesco dice che non bisogna dimenticare che c'è sempre una relazione tra la speranza e l'ascolto. E Maria ha saputo ascoltare e accettare la vita con tutti i suoi risvolti felici e tragici. E questo fino alla notte estrema quando vide suo Figlio inchiodato sul legno della croce. E nel momento cruciale della passione e della morte di suo Figlio, quando quasi tutti gli amici si sono dileguati per la paura, la Madre è lì a soffrire ai piedi della croce, perché «le madri non tradiscono». Nessuno di noi - ha detto il Papa - è in grado di dire quale sia stata la sofferenza più grande: «se quella di un uomo innocente che muore nel patibolo della croce, o l'agonia di una madre che accompagna gli ultimi istanti della vita di suo figlio». Papa Francesco fa notare che i Vangeli sono estremamente laconici discreti in merito al dolore di Maria, non dicono nulla, neppure una pennellata per descrivere la sua reazione, «se piangesse o se non piangesse», e si limitano a dire soltanto che la Madre «stava»  lì, ai piedi della croce; non era andata via nel momento più brutto e più crudele. «E soffriva con il figlio». Là dove c'è bisogno di avere una candela accesa in un luogo oscuro, Maria è presente con il suo istinto di madre che soffre tutte le volte che c'è un figlio che vive una passione. Per questo noi la amiamo come Madre. «Non siamo orfani - ha ricordato il Papa - abbiamo una Madre in cielo che è la Santa Madre di Dio». Alla scuola di Maria dobbiamo imparare la virtù dell'attesa anche quando sembra che nulla ha senso; Ella ci insegna a confidare in Dio anche quando Lui sembra eclissarsi per il male che c'è nel mondo. E si fa accorata la preghiera del Papa a Maria, la Madre che Gesù ci ha donato, affinché nei momenti di difficoltà possa sempre sostenere il nostro cammino, possa sempre dire al nostro cuore: «Alzati. Guarda avanti. Guarda l'orizzonte», perché Lei è «Madre di speranza».


9 maggio 2017

FRANCESCO E' IL PAPA VOLUTO DAL SIGNORE


DAL CARDINALE MARADIAGA
UN INVITO ALLA LEALTA' A FRANCESCO


"Questo è il Papa che il Signore ha voluto"



 di Antonino Legname

Mi sembra interessante la sintetica riflessione che il cardinale Óscar Rodríguez  Maradiaga ha fatto, nel suo ultimo libro-intervista, “Solo il Vangelo è rivoluzionario”, in riferimento alla elezione e alla figura carismatica di Papa Francesco. Ovviamente, il porporato non può parlare dello svolgimento del Conclave, ma riferisce che tra i Cardinali elettori «c'erano ben altre tendenze, e alcune anche molto forti», ma alla fine la scelta del Signore è caduta su Bergoglio. Il Pietro di oggi che guida la Chiesa si chiama Francesco, «se abbiamo fede dobbiamo rispettare le scelte e lo stile del Papa venuto dalla fine del mondo» (p. 122). Maradiaga biasima quelle «cordate» di persone, «della destra cattolica», schierate contro Francesco, che non cercano la verità ma il potere (cfr ibid.). E avverte: «Se dicono di trovare qualche eresia, tra virgolette, nelle parole di Francesco, si sbagliano di grosso» (ibid.). Il porporato ci tiene a ricordare che una delle qualità dei cardinali deve essere la lealtà a Pietro che oggi si chiama Francesco. E si domanda, con una punta di amarezza: «Che senso ha pubblicare scritti contro il Papa, che non danneggiano lui, ma danneggiano la gente semplice?» (ibid.). Maradiaga dice che «la gente semplice è con il Papa» e lamenta: «il guaio più grande … è il disorientamento che si crea nelle persone quando leggono delle affermazioni di vescovi e cardinali contro il Santo Padre» (p. 123). Il Cardinale conclude la sua riflessione su questo punto, ribadendo che per un servitore della Chiesa è irrinunciabile la lealtà a Pietro, «che in questo tempo si chiama Francesco. Prima si chiamava Benedetto XVI, prima ancora si chiamava Giovanni Paolo II e via dicendo. Quello che mi chiede Gesù è di essere leale a Pietro» (ibid.).

5 maggio 2017

SOLO IL VANGELO E' RIVOLUZIONARIO



«IL PAPA PORTA I PANTALONI»
 La rivoluzione di Francesco è cristocentrica

 
Papa Francesco con il cardinale Maradiaga

di Antonino Legname

È uscito di recente per l'edizione Piemme, il libro-intervista del cardinale Óscar Rodríguez Maradiaga, intitolato: “Solo il Vangelo è rivoluzionario”. Una conversazione con Antonio Carriero. Il porporato, che fa parte del Consiglio dei nove cardinali che aiutano il Papa nel portare avanti la riforma della Curia, affronta apertamente tanti temi, anche quelli più spinosi e dibattuti, del panorama ecclesiale e sociale di oggi. A chi definisce Papa Francesco un «Papa rivoluzionario». Maradiaga risponde:
“È la rivoluzione del Vangelo. Non sta cambiando la dottrina, come pensano alcuni, no … La rivoluzione del Vangelo passa attraverso un senso pastorale di vicinanza alla gente, di grande tenerezza e soprattutto di tanta misericordia” (p. 50).
La rivoluzione di Francesco è cristocentrica e si manifesta come passione per l'umanità sofferente, ferita e bisognosa di amore.
E che dire della rinuncia di Benedetto XVI, che all'inizio non fu compresa da tutti? “Benedetto XVI con il suo gesto ha aperto le porte per un futuro più umano per i pontefici. Se penso che Leone XIII finì i suoi anni quasi impazzito … Nessuno se ne rese conto, perché non c'era la televisione. Erano altri tempi, certo. Adesso è più umano sapere che se non me la sento, se la salute non me lo permette più, cedo il posto a un nuovo Papa; quello di Benedetto XVI è stato per me un grandissimo segno di umiltà e di santità” (p. 39).
E se Bergoglio sentisse venir meno le sue forze potrebbe lasciare il pontificato?
“In base a come il Papa si sente, egli può continuare a governare la Chiesa perfettamente fino a che in coscienza lo decide. L'età in sé non è un limite per il Sommo Pontefice … Vedo molto bene il Papa, lo vedo pieno di vitalità, forte, con una grande lucidità mentale. Ripeto spesso che il vescovo di Roma durerà a lungo” (p. 52).
Cosa pensa Maradiaga del dibattito, a volte acceso, su Amoris laetitia?
“Per me Amoris laetitia rappresenta il rinnovamento della pastorale familiare. È un testo che dovrebbe essere letto e conosciuto da tutti, specialmente dai giovani … C'è un entusiasmo grandissimo tra i laici, perché dicono che è un documento che leggono e capiscono … Amoris laetitia è un testo di inestimabile valore … Insegna la dottrina della Chiesa, ma lo fa con parole che toccano il cuore … Non è un trattato di teologia, ma è Magistero per formare le famiglie, per rinnovare i legami fra gli sposi e fra le generazioni” (pp. 56-57).
Circola in ambiente ecclesiastico l'aneddoto sui pantaloni del Papa. Di che si tratta?
“Francesco, dal primo giorno in cui è stato eletto non ha cambiato il suo guardaroba; molti hanno fatto delle storie su questo. Qualcuno gli ha detto: «Santità, perché indossa quei pantaloni?»; e Francesco ha risposto: «Perché, sono brutti?». «No, ma si vedono sotto la veste bianca». E il Papa ha risposto: «Ma mi servono ancora! Quando questi pantaloni saranno più vecchi cercherò dei pantaloni bianchi, ma adesso sto bene con questi. Anzi …» ha soggiunto «così si vede che il Papa porta i pantaloni» (pp. 75-76).
In tante occasione Papa Francesco ha condannato il carrierismo nella Chiesa. Cosa fare per arginare questo fenomeno del fare carriera?
“Nella Curia si sta per servire, quindi si è di passaggio, non è una scalata per fare carriera”. In pratica, per i preti, significa svolgere un servizio in curia per cinque anni o, se riconfermati, al massimo dieci anni e poi ritornare in diocesi. Maradiaga ritiene, infatti, che “non è necessario avere tanti cardinali in Curia; non è necessario neppure avere tanti vescovi. Possono esserci anche sacerdoti, o addirittura molti più laici. Stiamo lavorando per questo, per avere più laici nella Chiesa. Perché siamo ammalati di clericalismo, episcopalismo e cardinalismo?” (p. 82).

4 maggio 2017

PAPA FRANCESCO ALL'ASSEMBLEA PLENARIA DELLA SEGRETERIA PER LA COMUNICAZIONE



I PASSI IRREVERSIBILI
DELLA RIFORMA DI FRANCESCO 


 "Non lasciamoci vincere dalla tentazione dell’attaccamento 
a un passato glorioso"



 
Papa Francesco e Mons. Dario Edoardo Viganò
 

di Antonino Legname

Oggi il Papa ha ricevuto in udienza i partecipanti alla prima Assemblea Plenaria della Segreteria per la Comunicazione. Il tema trattato nella Plenaria è uno di quelli che stanno molto a cuore al Papa, come lui stesso ha riferito: “si tratta di studiare criteri e modalità nuovi per comunicare il Vangelo della misericordia a tutte le genti, nel cuore delle diverse culture, attraverso i media che il nuovo contesto culturale digitale mette a disposizione dei nostri contemporanei”. Papa Francesco ricorda che questo Dicastero compirà due anni il prossimo 27 giugno, e “si presenta in piena riforma”. E a proposito dell'opera di «riforma» in atto della Curia Romana, il Pontefice ha detto che “non dobbiamo avere paura di questa parola”. Ed ha spiegato che la “riforma non è «imbiancare» un po’ le cose: riforma è dare un’altra forma alle cose, organizzarle in un altro modo. E si deve fare con intelligenza, con mitezza, ma anche, anche – permettetemi la parola – con un po’ di «violenza», ma buona, della buona violenza, per riformare le cose”. Si tratta di procedere con determinazione e, quando è necessario per il bene della Chiesa, anche con fermezza. Il processo di riforma di questo nuovo Dicastero delle Comunicazioni “sta muovendo ormai passi irreversibili”, ha detto il Papa, ricordando che in questo modo il sistema comunicativo della Santa Sede, che “nasce dall'esigenza della cosiddetta «convergenza digitale» risponderà sempre meglio alle esigenze della missione della Chiesa”. Francesco ha comunicato che a breve «L'Osservatore Romano» e anche la Libreria Editrice Vaticana, l’antica Tipografia Poliglotta Vaticana “entreranno a far parte della grande comunità di lavoro del nuovo Dicastero, e questo richiederà la disponibilità ad armonizzarsi con un nuovo disegno produttivo e distributivo”. E rivolgendo lo sguardo alla storia, il Papa ha ricordato che il patrimonio di esperienze preziose del passato deve essere conservato, valorizzato e nello stesso tempo usato come spinta coraggiosa verso il cammino futuro. Ma non bisogna vivere di nostalgie: “Non lasciamoci vincere dalla tentazione dell’attaccamento a un passato glorioso; facciamo invece un grande gioco di squadra per meglio rispondere alle nuove sfide comunicative che la cultura oggi ci domanda, senza paure e senza immaginare scenari apocalittici”. Infine, Francesco chiede agli operatori della comunicazione di lasciarsi sempre guidare nelle loro scelte e nel loro lavoro da un criterio basilare, che è quello “apostolico, missionario, con una speciale attenzione alle situazioni di disagio, di povertà, di difficoltà”.

1 maggio 2017

Cardinale Sandri: “La visita di Francesco in Egitto è stata un grande successo da tutti i punti di vista”



 INTERVISTA AL CARDINALE SANDRI
SULLA VISITA DI PAPA FRANCESCO 
IN EGITTO
 
«Con la sua semplicità disarmata, non si può non voler bene a questo Papa!»


Papa Francesco con il cardinale Sandri

Argentino come il Papa e Prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali, Leonardo Sandri (Buenos Aires, 1943) è stato tra i pochi cardinali che hanno accompagnato il Papa nella sua visita in Egitto. In un'intervista esclusiva a Religión Digital, (a cura di José Manuel Vidal) il porporato parla di «grande successo» del pellegrinaggio di Francesco, assicura che il Papa “si fa voler bene anche dai musulmani” e che la sua visita è stata un altro passo nella costruzione del “mosaico o del poliedro”, immagine che tanto piace a Bergoglio.

La visita del Papa in Egitto è stata un successo?
«Un grande successo da tutti i punti di vista. Per esempio, in merito alla partecipazione si nota una grande presenza di fedeli alla Messa. Tanti fedeli cattolici ma anche ortodossi e copti e anche del mondo islamico del Cairo».
Il Papa, come sempre, ha parlato chiaro.
«Direi che le parole del Papa sono state fondamentali. Speriamo che accendano il cuore di questo grande popolo d'Egitto, tanto importante per la pace nella Regione. Se l'Egitto ha pace, sarà portatore di pace, è farà di tutto affinché si realizzino tutte quelle iniziative necessarie per fare in modo che il Medio Oriente viva in pace».
Che ha questo Papa per farsi voler bene anche dai musulmani?
«Ha un dono naturale! È la Gioia dell'Amore in persona, la gioia del Vangelo, la gioia dell'amore e la gioia del Vangelo. E con questa semplicità completamente disarmata e disarmante risulta obbligatoriamente amabile, nel senso che non si può non voler bene».
Lo scambio della croce pettorale, la firma del documento sul battesimo, e l'omaggio con le rose bianche ai martiri copti … sono gesti che parlano da soli.
«Sono gesti che esprimono chiaramente fin dove siamo già uniti. Sono gesti per sottolineare quello che ci unisce piuttosto che quello che ci divide o che ancora manca per arrivare ad essere una sola cosa in Cristo e per smettere di essere uno scandalo di divisione per il mondo».
L'unità nella diversità?
«Diversità, polifonia. La ricchezza della molteplicità che non offende né danneggia. Al contrario, fa risaltare la bellezza dell'insieme».
Il mosaico!
«Sì, o del poliedro che è l'immagine che tanto piace al Papa. La bellezza del poliedro».
Un Papa che è tornato a dimostrare ancora una volta il suo coraggio con questo viaggio rischioso e complesso?
«Il coraggio e la franchezza con la quale ha parlato su tutto ciò che riguarda la pace e sui silenzi ipocriti che si oppongono ad essa e che alimentano la loro forza, come il traffico di armi».
Con i copti ancora una volta ha sottolineato l'«ecumenismo di sangue»?
«Con i suoi 10-12 milioni di fedeli, la Chiesa copto-ortodossa ha la sua storia ed è una Chiesa martire. Ultimamente ha sofferto nel vedere i suoi templi e soprattutto i suoi fedeli attaccati dal terrorismo. Per questo, il significato della visita del Papa è stato più forte, perché ha portato loro conforto e un grande abbraccio di fraternità e di vicinanza».
Altro momento forte è stato la visita del Papa all'Università-sunnita al-Azhar?
«Il logo della visita è "Francesco papa della pace che va in Egitto paese di pace". L'idea della pace è stata infatti sottolineata nel suo incontro con il Gran Muftì di al-Azhar. Lì ha detto che non si può invocare alcuna religione come fonte di violenza, di divisione, di odio e di terrorismo. Questo è fondamentale per la pace. E che le religioni, specialmente quelle monoteiste, devono essere costruttrici di pace e non di violenza né di tanti crimini e sofferenze come quelle che si stanno vivendo, per esempio, in Siria e in Iraq».
È irreversibile questa rivoluzione della misericordia di Papa Francesco?
«Io credo che, in molti aspetti, è irreversibile. In altri, c'è da assimilarli poco a poco. Ma per ciò che riguarda la dimensione della semplicità evangelica e per quei modi di essere e di fare, che di per sé, sono già superati, credo che la Chiesa abbia guadagnato molto.
Orgoglio argentino?
«Argentino, certamente, ma anche latinoamericano e ispanico».

[Mia traduzione dallo spagnolo]

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