UBI PETRUS

Ubi Petrus, ibi Ecclesia: "Dove c'è Pietro, lì c'è la Chiesa" (Sant'Ambrogio, Explanatio Psalmi XL,30,5)

15 giugno 2017

GLI ORIENTAMENTI DELLA CHIESA SICILIANA PER ACCOMPAGNARE - DISCERNERE - INTEGRARE LA FRAGILITA'

LA VIA SICILIANA AL CAPITOLO VIII 
DI "AMORIS LAETITIA"
Non si possano relegare alcune persone in una sorta di «limbo di fatto»



di Antonino Legname

Il 4 giugno 2017, Domenica di Pentecoste, i Vescovi delle Chiese di Sicilia hanno pubblicato, in un opuscolo di 14 pagine dense e chiare, gli «Orientamenti Pastorali» «Accompagnare -discernere - integrare la fragilità secondo le indicazioni del Capitolo VIII diAmoris laetitia». I Vescovi siciliani, salvo il diritto di ogni pastore di offrire alla propria Chiesa locale le indicazioni più opportune, nello spirito della comunione fraterna hanno voluto offrire dei criteri comuni per aiutare tutti i fedeli a riscoprire la bellezza del sacramento del matrimonio tra l'uomo e la donna e a vivere la «gioia dell'amore nelle famiglie». Dal documento emerge chiaramente la preoccupazione dei Vescovi dell'Isola di «evitare ogni forma di rigorismo e di lassismo nell'applicare la dottrina della Chiesa nelle molteplici situazioni esistenziali, secondo gli insegnamenti del Magistero». I Pastori della Chiesa hanno il dovere di aiutare le persone, che vivono in situazioni non conformi all'insegnamento della Chiesa sul matrimonio, ad integrarsi gradualmente nella vita della comunità ecclesiale. Non si tratta di accoglienza indiscriminata in vista della ricezione immediata dei sacramenti, quando piuttosto di «invitare ad un cammino che, per sua definizione, ha una durata temporale ed è attento alla gradualità». I Vescovi tengono a precisare che la possibilità di accedere ai sacramenti da parte di coloro che vivono in  situazioni di fragilità, anche per il fallimento del loro matrimonio, «non è una norma canonica, ma l'eventuale esito di un cammino, frutto di discernimento e di maturazione personale e pastorale». Per evitare equivoci, i Vescovi della Sicilia ribadiscono che l'opera di discernimento e di integrazione non deve essere un «atto istantaneo» e «non può risolversi nella domanda di accesso ai sacramenti, magari in occasioni particolari»: battesimi, prime comunioni, cresime, funerali ecc. E ricordano che la logica dell'integrazione, già operante in Familiaris Consortio, è stata dilatata in Amoris laetitia.
I Vescovi tengono anche a precisare che, durante il tempo di accompagnamento e di discernimento, potrà essere utile aiutare le persone a fare una riflessione sulla validità del loro precedente matrimonio per capire se esistono i presupposti «per un'eventuale dichiarazione di nullità». Nel documento viene ripreso il testo di Amoris laetitia, dove si dice tra l'altro che in alcune «circostanze si può essere in grazia di Dio anche se si dà una situazione oggettiva di disordine morale», infatti - come sottolinea Papa Francesco - «non è più possibile dire che tutti coloro che si trovano in qualche situazione cosiddetta “irregolare” vivono in stato di peccato mortale, privi della grazia santificante» (AL 301). La posizione dei Vescovi siciliani risulta molto equilibrata e in piena sintonia con l'insegnamento di Papa Francesco e in continuità con il Magistero della Chiesa sul matrimonio e sulla famiglia. I Vescovi chiedono ai pastori in cura d'anime di evitare gli eccessi della rigidità pastorale e della pastorale della manica larga, quando si trovano davanti alle persone che vivono particolari fragilità.  Occorre discernere caso per caso e cercare di accogliere e accompagnare con misericordia coloro che si trovano in «una situazione ormai irreversibile». I Presuli dell'Isola ritengono che non si possano «relegare queste persone in una sorta di “limbo di fatto”, dato che non sono scomunicate e neppure in piena comunione con la Chiesa». Tutti coloro che vivono particolari fragilità hanno la possibilità di guardare avanti con fiducia, e - come scrivono i Vescovi - «si deve ritenere che la loro condizione sia temporanea almeno dal punto di vista spirituale, in quanto suscettibile di cambiamento, di conversione, di purificazione». In conclusione, per coloro che vivono particolari fragilità, qual è il requisito per accedere ai sacramenti? I Vescovi siciliani rispondono: «è il pentimento e l’impegno a percorrere un nuovo cammino, umano e spirituale, nell’attuale situazione oggettiva in cui si trova la persona, e non l’astratta perfezione. Vi sono circostanze, infatti, nelle quali ogni norma va ricondotta al suo fine proprio che è la salvezza delle anime, il bene delle persone».







 

PAPA FRANCESCO SCRIVE LA PREFAZIONE AL LIBRO-INTERVISTA DEL CARDINALE PETER TURKSON "CORROSIONE. COMBATTERE LA CORRUZIONE NELLA CHIESA E NELLA SOCIETA' "

IL CANCRO DELLA CORRUZIONE
«La corruzione è il linguaggio delle mafie e delle organizzazioni criminali».

“Siamo tutti molto esposti alla tentazione della corruzione: anche quando pensiamo di averla sconfitta, essa si può ripresentare”. Lo scrive Papa Francesco nella prefazione al libro-intervista del cardinale Peter Kodwo Appiah Turkson, prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, con Vittorio V. Alberti, dal titolo “Corrosione. Combattere la corruzione nella Chiesa e nella società”.


di Antonino Legname

Il libro del cardinale Turkson cerca di rispondere alle domande inquietanti che pone papa Francesco nella Prefazione: «Cosa c' è all' origine dello sfruttamento dell' uomo sull' uomo? Cosa, all' origine del degrado e del mancato sviluppo? Cosa, all' origine del traffico di persone, di armi, di droga? Cosa, all' origine dell' ingiustizia sociale e della mortificazione del merito? Cosa, all' origine dell' assenza dei servizi per le persone? Cosa, alla radice della schiavitù, della disoccupazione, dell' incuria delle città, dei beni comuni e della natura? Cosa, insomma, logora il diritto fondamentale dell' essere umano e l' integrità dell' ambiente? La corruzione, che infatti è l'arma, è il linguaggio più comune anche delle mafie e delle organizzazioni criminali nel mondo. Per questo, essa è un processo di morte che dà linfa alla cultura di morte delle mafie e delle organizzazioni criminali». La corruzione affonda le radici e germoglia nel cuore malato dell'uomo. E come ha ripetuto in tante occasioni, distinguendo tra peccatore e corrotto, Francesco spiega: «La persona corrotta non si rende conto che si sta costruendo, da se stessa, la propria catena. Un peccatore può chiedere perdono, un corrotto dimentica di chiederlo». Anche la Chiesa può essere contagiata dalla lebbra della corruzione. «Il pericolo più grande per la Chiesa - scrive il Papa - è la mondanità spirituale - quindi la corruzione - che è più disastrosa della lebbra infame». E spiega cos'è la nostra corruzione: «è la mondanità spirituale, la tepidezza, l'ipocrisia, il trionfalismo, il far prevalere solo lo spirito del mondo sulle nostre vite, il senso di indifferenza». Ovviamente non basta individuare e denunciare i mali della corruzione, ma occorre affermare «la misericordia sulla grettezza» e la «creatività sulla stanchezza rassegnata». Il Papa usa un'immagine per far comprendere l'urgenza di mettersi tutti insieme a lottare contro il dilagare della corruzione nella nostra società: «Noi, cristiani e non cristiani, siamo fiocchi di neve, ma se ci uniamo possiamo diventare una valanga: un movimento forte e costruttivo». E da qui che nasce e si sviluppa il «nuovo umanesimo, questo rinascimento, questa ri-creazione contro la corruzione che possiamo realizzare con audacia profetica». Nessuno deve sentirsi escluso da questo impegno di bonifica del nostro ambiente sociale e religioso: «Dobbiamo lavorare tutti insieme, cristiani, non cristiani, persone di tutte le fedi e non credenti, per combattere questa forma di bestemmia, questo cancro che logora le nostre vite». E Francesco conclude con un appello propositivo rivolto a tutti gli uomini di buona volontà affinché abbiano la consapevolezza di impegnarsi nel campo dell'educazione e la disponibilità a promuovere la cultura della misericordia e a cooperare, «secondo le proprie possibilità, i propri talenti, la propria creatività» per lo sviluppo integrale dell'uomo e di tutto l'uomo.


7 giugno 2017

FRANCESCO: «UN VERO CRISTIANO NON PUÒ ESSERE IPOCRITA»

DIFFIDA DI CHI TI INCENSA
Francesco: «L'ipocrisia non è il linguaggio dei cristiani»


di Antonino Legname

Nell'Omelia della Messa a Santa Marta ,il 6 giugno 2017, Papa Francesco ha parlato del grave vizio dell'ipocrisia adulatrice, che è capace di distruggere le persone e le comunità: «Un vero cristiano non può essere ipocrita e un ipocrita non è un vero cristiano». Francesco spiega chi sono e come si comportano gli ipocriti; sono coloro che hanno una «doppia faccia», perché «fanno vedere una cosa ma ne pensano un’altra»; sono coloro che emettono giudizi sugli altri. E senza mezzi termini, il Papa dice che «l’ipocrisia non è il linguaggio dei cristiani». Chi si comporta da ipocrita utilizza in qualche misura l'adulazione. «L’ipocrita sempre è un adulatore, o in tono maggiore o in tono minore, ma è un adulatore». Francesco racconta di un prete, il quale «poveretto, si beveva tutte le adulazioni che gli facevano, era la sua debolezza. E i compagni dicevano di lui che aveva imparato male la liturgia», perché non aveva compreso bene il vero senso dell’«incensazione». L'adulatore ama incensare gli altri e usa la tecnica subdola di esagerare per accrescere la vanità: «ti fa vedere che ti vuole bene, sempre ti gonfia, per raggiungere il suo scopo». Bisogna guardarsi dagli ipocriti adulatori, i quali con la loro «doppia faccia» fanno una domanda giusta ma «con un’intenzione ingiusta». Gesù, agli ipocriti e agli ideologi della verità, risponde sempre mostrando la realtà dei fatti, senza mistificazioni. Non c'è dubbio che il linguaggio dell'ipocrisia «è il linguaggio dell’inganno, è lo stesso linguaggio del serpente a Eva - dice il Papa - Incomincia con l’adulazione: “No... se voi mangiate di questo sarete grandi, conoscerete tutto...”». E poi non si fanno attendere molto le conseguenze distruttive dell'ipocrisia che «uccide le persone, persino strappa la personalità e l’anima di una persona. Uccide le comunità». E Francesco ha avvertito che: «quando ci sono ipocriti in una comunità c’è un pericolo grande lì, c’è un pericolo molto brutto». Perciò «il Signore Gesù ci ha detto: “Sia il vostro parlare: sì, sì, no, no. Il superfluo procede dal maligno”. È stato chiaro». E a tale riguardo, ha ricordato Francesco, «Giacomo nella sua lettera è più forte ancora: “Il vostro sì sia sì e il vostro no sia no”». L'ipocrisia è la peste dei rapporti umani e fa tanto male alla vita della comunità. Perché, ha ribadito il Pontefice, «l’ipocrita è capace di uccidere una comunità. Sta parlando dolcemente, sta giudicando bruttamente una persona. L’ipocrita è un uccisore». Francesco conclude la sua riflessione con una preghiera al Signore perché «ci custodisca per non farci cadere nel vizio dell'ipocrisia, del truccarci l’atteggiamento ma con cattive intenzioni […]: “Signore, che io mai sia ipocrita, che sappia dire la verità e se non posso dirla, stare zitto, ma mai, mai, un’ipocrisia”».  

5 giugno 2017

LA CHIESA E' UNITA’ NELLA DIFFERENZA


DOVE C’E’ OMOLOGAZIONE NON C’E’ LIBERTA’ 
Papa Francesco: “Azzerare le chiacchiere che seminano zizzania e le invidie che avvelenano”.




di Antonino Legname

Nell’Omelia della Messa di Pentecoste, il 4 giugno 2017, Papa Francesco ha detto che la vera unità “non è uniformità, ma unità nella differenza”. Il Pontefice ha spiegato che lo Spirito Santo “crea la diversità e l’unità” attraverso un duplice movimento: anzitutto con “fantasia e imprevedibilità, crea la diversità”, favorendo la nascita e lo sviluppo di nuovi carismi nella Chiesa, e poi “realizza l’unità” e ricompone l’armonia, plasmando il popolo nuovo, variegato e nello stesso tempo unito. Questa è la Chiesa universale. Francesco esorta a evitare due tentazioni sempre in agguato e che fanno deviare e irrigidire i cristiani. La prima tentazione è quella di pensare che si possa realizzare la “diversità senza l’unità”. Questo è un grave e pericoloso errore! Purtroppo questo succede quando nella stessa Chiesa “ci si vuole distinguere, quando si formano schieramenti e partiti, quando ci si irrigidisce su posizioni escludenti, quando ci si chiude nei propri particolarismi, magari ritenendosi i migliori o quelli che hanno sempre ragione. Sono i cosiddetti <custodi della verità>. Allora si sceglie la parte, non il tutto, l’appartenere a questo o a quello prima che alla Chiesa; si diventa <tifosi> di parte anziché fratelli e sorelle nello stesso Spirito; cristiani <di destra o di sinistra> prima che di Gesù; custodi inflessibili del passato o avanguardisti del futuro prima che figli umili e grati della Chiesa”. D’altra parte c’è la tentazione di cercare “l’unità senza la diversità”. Anche questo è un modo deformato di vivere la propria appartenenza alla Chiesa, perché si rischia il livellamento, l’appiattimento e “l’unità diventa uniformità”. Il Papa spiega che, quando nella Chiesa o nella pastorale si vuole uniformare tutto, “con l’obbligo di fare tutto insieme e tutto uguale, di pensare tutti sempre allo stesso modo”, non si fa altro che mortificare la libera creatività dei battezzati, che è frutto dello Spirito; e allora “l’unità finisce per essere omologazione e non c’è più libertà”.  Non bisogna avere paura delle novità dello Spirito; è Lui che riporta tutto all’unità e armonizza le diversità. Da parte nostra deve esserci lo sforzo di essere costruttori di unità dentro le nostre Comunità. Francesco ci offre un consiglio su come farci carico dell’unità tra tutti: “azzerare le chiacchiere che seminano zizzania e le invidie che avvelenano”. Non si può essere uomini e donne di Chiesa senza essere uomini e donne di comunione, che sanno condividere “la gioia pluriforme dello Spirito Santo”. Non si può costruire l’unità della Chiesa senza il collante del “perdono”. Il Papa spiega che “il perdono è il dono all’ennesima potenza, è l’amore più grande, quello che tiene uniti nonostante tutto, che impedisce di crollare, che rinforza e rinsalda. Il perdono libera il cuore e permette di ricominciare: il perdono dà speranza, senza perdono non si edifica la Chiesa”. Non si tratta solo si ricevere il perdono da Dio e dagli altri, ma anche di donare il perdono a chi ci ha fatto del male. Impariamo prima a correggere noi stessi per poter poi “correggere gli altri nella carità”.

27 maggio 2017

PER RECUPERARE IL SENSO DELLA FRATERNITA' SACERDOTALE

I PRETI CORVI «SPELLANO» 
E DISTRUGGONO IL PRESBITERIO
Francesco: “Quando non c’è fraternità sacerdotale c’è tradimento”


di Antonino Legname


Durante la visita pastorale a Genova, il 27 maggio 2017, Papa Francesco ha incontrato nella Cattedrale i sacerdoti, i consacrati e i seminaristi, e ha parlato, tra l'altro, della «fraternità sacerdotale». Francesco ha detto che la fraternità “è una bella parola, ma non si quota nella borsa dei valori”. Non c'è dubbio che la fraternità tra i sacerdoti sia "tanto difficile". A volte l'approccio e il dialogo tra i preti diventa difficile perché c'è sempre qualcuno che crede di sapere tutto e di non avere bisogno di quello che gli altri confratelli gli possano dire. Il Papa, usando il linguaggio mediatico, ha definito il prete tuttologo, che sa tutto: «prete google o wikipedia». Quando un prete ha la presunzione di sapere tutto rischia «l'autosufficienza», che è un male contro lo spirito di fraternità. È bello incontrarsi tra preti e ascoltarsi! Purché l'incontro non diventi un'occasione per fare cortile, per sparlare degli altri confratelli. Papa Francesco, per fare comprendere meglio il carattere distruttivo delle chiacchiere, scende nella concretezza: “Hai sentito cosa ha detto quello scemo? Hai sentito che idea stravagante?”. Questa è la mala erba della mormorazione, è lo “spellarsi” l’un l’altro, è la rivalità. Francesco non ha peli sulla lingua e ha voluto confidare quello che a volte succede anche per la nomina dei nuovi vescovi. E spiega: “Voi sapete che per fare la nomina di un vescovo si chiedono informazioni ai sacerdoti e anche ai fedeli, alle consacrate su questo sacerdote, e lì, nel questionario che manda il nunzio, si dice: «questo è segreto». Non si può dire a nessuno, ma questo sacerdote è un possibile candidato a diventare vescovo. E si chiedono informazioni. Alcune volte si trovano vere calunnie o opinioni che, senza essere calunnie gravi, svalutano la persona del prete; e si capisce subito che dietro c’è rivalità, gelosia, invidia … Quando non c’è fraternità sacerdotale, c’è – è dura la parola – c’è tradimento: si tradisce il fratello. Si vende il fratello. Per andare su io. Si «spella» il fratello”. È quanto mai necessario “recuperare il senso della fraternità”; bisogna imparare l'ascesi della fraternità sacerdotale, che è alimentata, non solo dalla preghiera comune ma anche da momenti di amichevole goliardia; consiglia il Papa: “un buon pranzetto insieme, fare festa insieme … per i preti giovani, una partita di calcio insieme … Questo fa bene!”. Il Vescovo di Roma invita i preti a fare un esame di coscienza su questa cattiva abitudine delle chiacchiere: “quante volte ho parlato bene, ho ascoltato bene, in una riunione, fratelli sacerdoti che la pensano diversamente o che non mi piacciono? Quante volte, appena hanno incominciato a parlare, ho chiuso le orecchie? E quante volte li ho criticati, “spiumati”, “spellati” di nascosto?”. Il Pontefice ribadisce che le mormorazioni per invidia e per gelosia sono “il nemico grande contro la fratellanza sacerdotale”; anche i giudizi negativi verso gli altri fratelli sono un «male di clausura» - ha detto il Papa - nel senso che “più siamo chiusi nei nostri interessi, tanto più critichiamo gli altri”. E cosa fare quando un sacerdote sbaglia e si ammala moralmente? Prego per lui? Cerco di avvicinarmi per dargli una mano, oppure vado subito da un altro per informarlo su quello che ho saputo, amplificando il racconto con tanti particolari e aggiunte fino al punto da sporcare ancora di più il fratello che vive una situazione di malessere? Francesco ammonisce: “Ma se quel poveretto è caduto vittima di Satana, anche tu vuoi schiacciarlo? Queste cose non sono favole: questo accade, questo succede”. Purtroppo, lamenta il Papa, tante brutte abitudini si possono prendere durante il periodo di formazione in Seminario, e consiglia ai superiori dei seminari, ai formatori e ai padri spirituali: “se voi vedete un seminarista bravo, intelligente, che sembra bravo, è bravo ma è un chiacchierone [pettegolo], cacciatelo via. Perché dopo, questa sarà un’ipoteca per la fraternità presbiterale. Se non si corregge, cacciatelo via. Dall’inizio. C’è un detto, non so come si dice in italiano: «Alleva corvi e ti mangeranno gli occhi». Se nel seminario tu allevi «corvi» che «chiacchierano», distruggeranno qualsiasi presbiterio, qualsiasi fraternità nel presbiterio”.

25 maggio 2017

DALLA DELUSIONE ALLA SPERANZA

LA TERAPIA DELLA SPERANZA

Francesco: “Anche nei momenti più dolorosi, anche nei momenti più brutti, anche nei momenti della sconfitta: lì c’è il Signore”.




di Antonino Legname

Durante la Catechesi del Mercoledì, 24 maggio 2017, Papa Francesco ha voluto soffermarsi sull'esperienza dei due discepoli di Emmaus. Quello che emerge dal racconto evangelico è la delusione e la tristezza di questi due uomini, ormai «convinti di lasciare alle spalle l’amarezza di una vicenda finita male». Tutte le loro attese umane erano andate in fumo. «Quella croce issata sul Calvario era il segno più eloquente di una sconfitta che non avevano pronosticato. Se davvero quel Gesù era secondo il cuore di Dio, dovevano concludere che Dio era inerme, indifeso nelle mani dei violenti, incapace di opporre resistenza al male». Perché Dio, l'Onnipotente ha permesso la morte in croce del suo Figlio innocente? La morte degli innocenti continua ad essere un forte grido contro Dio e la roccia dell'ateismo. Quei due discepoli vogliono rimuovere tutti i ricordi che ancora bruciano dentro. Sono molto tristi e solo l'incontro con Gesù trasforma la loro tristezza in gioia. All'inizio i loro occhi non furono in grado di riconoscere il Signore. «E allora Gesù incomincia la sua “terapia della speranza”». Ciò che succede su quella strada è una terapia della speranza». Il dialogo tra Gesù e i due discepoli è rispettoso; Gesù non è invadente; ha pazienza e aspetta la maturazione della fede, che spesso passa attraverso le delusioni e le amarezze della vita. «Quante tristezze, quante sconfitte, quanti fallimenti ci sono nella vita di ogni persona! - annota il Papa - In fondo siamo un po’ tutti quanti come quei due discepoli. Quante volte nella vita abbiamo sperato, quante volte ci siamo sentiti a un passo dalla felicità, e poi ci siamo ritrovati a terra delusi». Ma abbiamo la certezza che «Gesù cammina con tutte le persone sfiduciate che procedono a testa bassa. E camminando con loro, in maniera discreta, riesce a ridare speranza». Anzitutto, infonde fiducia attraverso le Sacre Scritture, dove non troviamo mai una «speranza a poco prezzo»; perché la speranza passa attraverso le sconfitte. Ed è solo nel gesto-cardine dello spezzare il Pane che riconoscono Gesù. In questo incontro di Gesù con i discepoli di Emmaus «c'è tutto il destino della Chiesa» - ha detto il Papa; di quella Chiesa che non rimane chiusa nella cittadella fortificata, ma sa uscire per incontrare le persone «con le loro speranze e le loro delusioni». E con rispetto e tenerezza la madre «Chiesa ascolta le storie di tutti, come emergono dallo scrigno della coscienza personale; per poi offrire la Parola di vita, la testimonianza dell’amore, amore fedele fino alla fine. E allora il cuore delle persone torna ad ardere di speranza». Ed è bella la conclusione di Papa Francesco, che incarna nella vita di oggi il racconto dei discepoli di Emmaus: «Tutti noi, nella nostra vita, abbiamo avuto momenti difficili, bui; momenti nei quali camminavamo tristi, pensierosi, senza orizzonti, soltanto un muro davanti. E Gesù sempre è accanto a noi per darci la speranza, per riscaldarci il cuore e dire: “Vai avanti, io sono con te. Vai avanti”. Il Vescovo di Roma ci ricorda che il segreto per non perdere la speranza è di continuare a credere che Dio, anche attraverso le apparenze contrarie, continua a camminare con noi e ad amarci sempre: «anche nei momenti più dolorosi, anche nei momenti più brutti, anche nei momenti della sconfitta: lì c’è il Signore. E questa è la nostra speranza. Andiamo avanti con questa speranza! Perché Lui è accanto a noi e cammina con noi, sempre!».

23 maggio 2017

«IL CATTIVO SPIRITO SEMPRE ENTRA DALLE TASCHE»


I PROFETI PERSEGUITATI IERI E OGGI

Francesco: “Una Chiesa senza martiri dà sfiducia”




di Antonino legname

Nell'Omelia della Messa del 23 maggio 2017 nella Casa “Santa Marta”, Papa Francesco ha voluto sottolineare il ruolo dei Profeti nella storia della salvezza. Il Signore li inviava in mezzo al popolo dalla dura cervice, che aveva deviato dalla retta via e che preferiva vivere nel tepore della mondanità servendo gli idoli. “Ai profeti – dice il Papa – è accaduto lo stesso di Paolo: erano perseguitati, bastonati”. Perché?  - si domanda il Pontefice. La risposta è: “perché scomodavano”. I profeti da sempre sono persone scomode. E’ una dinamica sempre attuale anche nella Chiesa di oggi – ha evidenziato il Papa – “quando qualcuno denuncia tanti modi di mondanità è guardato con occhi storti, questo non va, meglio che si allontani”. E ha voluto ricordare che nella sua terra, “tanti, tanti uomini e donne, consacrati buoni, non ideologi, ma che dicevano: <No, la Chiesa di Gesù è così...>, di costoro hanno detto: <Questo è comunista, fuori!>, e li cacciavano via, li perseguitavano. Pensiamo al beato Romero”. E ciò è capitato a “tanti, tanti nella storia della Chiesa, anche qui in Europa”. Francesco ha individuato la causa dell’incomprensione e della persecuzione dei profeti: è il <cattivo spirito> che “preferisce una Chiesa tranquilla senza rischi, una Chiesa degli affari, una Chiesa comoda, nella comodità del tepore, tiepida”. Il Vescovo di Roma ribadisce con forza che «il cattivo spirito sempre entra dalle tasche»; i soldi e gli affari sono un potente anestetico per quella Chiesa che preferisce diventare tiepida, vivere tranquilla, essere ben organizzata e senza problemi. La vera Chiesa, invece, va avanti grazie ai suoi testimoni e ai suoi martiri; “una Chiesa senza martiri dà sfiducia”. Senza mezzi termini il Pontefice dice che una Chiesa che ha paura di annunciare Gesù Cristo e che non caccia gli idoli, specialmente quel signore che è il denaro, “non è la Chiesa di Gesù”. Francesco chiede a tutti di pregare affinché si realizzi “una rinnovata giovinezza, una conversione dal modo di vivere tiepido all’annuncio gioioso che Gesù è il Signore”.


21 maggio 2017

OMELIA DI PAPA FRANCESCO SUL LINGUAGGIO DELLA DOLCEZZA E DEL RISPETTO

QUELLA LINGUA BIFORCUTA DEL SERPENTE
Francesco: «Le chiacchiere sono il carnevale del diavolo che si diverte»





di Antonino Legname


Domenica 21 maggio 2017, durante l'Omelia della Messa, in occasione della visita pastorale nella parrocchia romana San Pier Damiani ai Monti di San Paolo, Papa Francesco è tornato a parlare delle chiacchiere che distruggono l'unità, e le ha paragonate alla lingua del diavolo. Francesco, riferisce che all'inizio della Messa, mentre incensava la statua della Madonna ha abbassato lo sguardo e ha visto «il serpente che la Madonna schiaccia, il serpente con la bocca aperta e la lingua che esce». Forse qualcuno potrebbe domandarsi perché il Papa parla troppo spesso di questo argomento del «chiacchiericcio». Francesco risponde: «A me piace tornare su questo argomento sempre, perché vi dico – vi dico con tutta chiarezza! – che questo è il peccato più comune delle nostre comunità cristiane». Chi non parla con dolcezza e con rispetto vuol dire che non custodisce lo Spirito Santo, «dolce ospite dell'anima» e preferisce imitare la lingua del diavolo. Francesco ha raccontato quello che una volta un parroco gli ha riferito: «nella mia parrocchia ci sono alcuni che possono fare la comunione dalla porta: con la lingua che hanno, arrivano all'altare». Il Pontefice consiglia: «quando andate a salutare la Madonna, guardare un po’ in giù e vedere quella lingua [del serpente] e dite alla Madonna: “Madonna, salvami: così non voglio essere. Io voglio custodire lo Spirito Santo come tu lo hai custodito”. Le chiacchiere, ha ricordato Francesco - sono come le pietre che ci buttiamo l'uno contro l'altro. E non ci rendiamo conto che «il diavolo si diverte: è un carnevale per il diavolo, questo!». Il linguaggio dei cristiani non è il parlare in latino - ha spiegato il Papa - ma è «il linguaggio della dolcezza e del rispetto». Solo questo tipo di linguaggio attira gli altri e avvicina la gente alla Chiesa. Al contrario, quando in una comunità parrocchiale ci sono «le chiacchiere, le maldicenze, le competizioni, le concorrenze, uno contro l’altro…»; allora gli altri si allontanano e dicono .“Se questi sono cristiani, preferisco rimanere pagano”.  Quando nella comunità cristiana c'è ambizione, invidia, gelosia, viene alimentata la divisione e la gente si allontana scandalizzata. Il consiglio del Papa è: «lasciamo che il lavoro che fa lo Spirito Santo, di attrarre la gente, continui»; ed esorta a chiedere al Signore la grazia di custodire lo Spirito Santo che è in noi e di non rattristarlo».

18 maggio 2017

LA MISSIONE CRISTIANA: "OBBEDISCI E DA' GIOIA ALLA GENTE"

PER VIVERE I COMANDAMENTI

Francesco: «La misura dell’amore è amare senza misura»


di Antonino Legname

«Obbedisci e dà gioia alla gente»: è la sintesi della «missione cristiana» che Francesco ha proposto durante la messa celebrata a Santa Marta il 18 maggio 2017.  Per far comprendere meglio il senso di questo messaggio, il Papa ha raccontato di quel padre, persona semplice e umile, che volle dare un consiglio al figlio sacerdote nominato vescovo. Quell'uomo era un operaio e «non era andato all'Università, ma aveva la saggezza della vita» e consigliò al figlio: “Obbedisci e dà gioia alla gente”». Perché, ha commentato il Papa, «quest’uomo aveva capito» bene l’insegnamento delle letture della liturgia del giorno: «obbedisci all’amore del Padre, senza altri amori, obbedisci a questo dono e poi dà gioia alla gente». Di conseguenza anche «noi, cristiani, laici, sacerdoti, consacrati, vescovi, dobbiamo dare gioia alla gente». Non dimentichiamo che la gioia è una caratteristica distintiva del cristiano. Quella gioia che scaturisce dal sentirsi amati da Dio in Gesù Cristo. Da qui l'esortazione di Gesù a rimanere nel suo amore. Il Papa domanda:  ma «come si rimane» in questo amore? «Osservate i comandamenti» è la risposta: «i dieci», ovvero il decalogo che «è la base, è il fondamento». Sono i precetti, chiarisce Gesù «che io vi ho insegnato», cioè i «comandamenti della vita quotidiana, i piccoli comandamenti», i quali «più che comandamenti sono un modo di vivere cristiano». Rimanere nell'amore del Signore non è facile, anche perché nella vita ci sono tanti altri amori seducenti: «l’amore al denaro per esempio, l’amore alla vanità, pavoneggiarsi, l’amore all’orgoglio, l’amore al potere, anche facendo tante cose ingiuste per avere più potere». Quello che Gesù chiede è l'amore e non il semplice «voler bene». «Amare - spiega il Papa - è più di voler bene». E se volessimo dare una misura all'amore, dobbiamo dire paradossalmente che «la misura dell’amore è amare senza misura». E da questo amore smisurato donato scaturisce il dono della gioia. Chi riceve gratuitamente dal Signore i doni dell'amore e della gioia deve imparare a donare, senza alcun interesse e a fondo perduto, amore e gioia alla gente.

14 maggio 2017

SU MEDJUGORJE ANCORA MOLTI DUBBI


IL PAPA PREFERISCE LA MADONNA MADRE E NON CAPO-UFFICO TELEGRAFICO CHE TUTTI I GIORNI INVIA MESSAGGI A ORE STABILITE

Francesco: “Non si può negare il fatto spirituale-pastorale … gente che va lì e si converte, gente che incontra Dio, che cambia vita”



Nella Conferenza Stampa, durante il volo di ritorno dal Pellegrinaggio di Fatima, il 13 maggio 2017, Papa Francesco ha risposto alla domanda di un giornalista sui fatti di Medjugorje. Qui di seguito la risposta del Pontefice:

“Tutte le apparizioni o le presunte apparizioni appartengono alla sfera privata, non sono parte del Magistero pubblico ordinario della Chiesa. Medjugorje: è stata fatta una commissione presieduta dal Cardinale Ruini. L’ha fatta Benedetto XVI. Io, alla fine del 2013 o all’inizio del 2014, ho ricevuto dal Cardinale Ruini il risultato. Una commissione di bravi teologi, vescovi, cardinali. Bravi, bravi, bravi. Il rapporto-Ruini è molto, molto buono. Poi, c’erano alcuni dubbi nella Congregazione per la Dottrina della Fede e la Congregazione ha giudicato opportuno inviare a ognuno dei membri del congresso, di questa “feria quarta”, tutta la documentazione, anche le cose che sembravano contro il rapporto-Ruini. Io ho ricevuto la notificazione: ricordo che era un sabato sera, in tarda serata. Non mi è sembrato giusto: era come mettere all’asta – scusatemi la parola – il rapporto-Ruini, che era molto ben fatto. E domenica mattina il Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede ha ricevuto una lettera da me, in cui gli chiedevo di dire che invece di inviare alla “feria quarta” inviassero a me, personalmente, le opinioni. Queste opinioni sono state studiate, e tutte sottolineano la densità del rapporto-Ruini. Sì, principalmente si devono distinguere tre cose. Sulle prime apparizioni, quando [i “veggenti”] erano ragazzi, il rapporto più o meno dice che si deve continuare a investigare. Circa le presunte apparizioni attuali, il rapporto ha i suoi dubbi. Io personalmente sono più “cattivo”: io preferisco la Madonna madre, nostra madre, e non la Madonna capo-ufficio telegrafico che tutti i giorni invia un messaggio a tale ora… questa non è la mamma di Gesù. E queste presunte apparizioni non hanno tanto valore. E questo lo dico come opinione personale. Ma chi pensa che la Madonna dica: “Venite che domani alla tale ora dirò un messaggio a quel veggente”; no. E terzo, il nocciolo vero e proprio del rapporto-Ruini: il fatto spirituale, il fatto pastorale, gente che va lì e si converte, gente che incontra Dio, che cambia vita… Per questo non c’è una bacchetta magica, e questo fatto spirituale-pastorale non si può negare. Adesso, per vedere le cose con tutti questi dati, con le risposte che mi hanno inviato i teologi, si è nominato questo Vescovo – bravo, bravo perché ha esperienza – per vedere la parte pastorale come va. E alla fine, si dirà qualche parola”.


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