UBI PETRUS

Ubi Petrus, ibi Ecclesia: "Dove c'è Pietro, lì c'è la Chiesa" (Sant'Ambrogio, Explanatio Psalmi XL,30,5)

9 settembre 2018

LA FORZA DEL VANGELO CONTRO TUTTE LE MAFIE


LE NOSTRE RESPONSABILITA’ VERSO I MIGRANTI
«NEI LORO VOLTI  C’É L’IMMAGINE DI DIO»

Lorefice ricevuto in udienza da Francesco: «Ho trovato il Papa pronto a visitare la Sicilia e Palermo»



 di Antonino Legname

«I predoni dell’Africa siamo noi» - ha ribadito con forza Mons. Corrado Lorefice, Arcivescovo di Palermo, nell’intervista a Radio Vaticana Italia, per focalizzare ancora una volta l’attenzione della Chiesa siciliana sul tema dei migranti. «Se facciamo un po’ di esame di coscienza vediamo che tutt’ora l’occidente schiavizza questi popoli e quindi dobbiamo assumerci le nostre responsabilità» - ha detto il Pastore di Palermo. Diventano molto accorate le parole dell’Arcivescovo, quando tocca il cuore del problema dei migranti: «Nel volto di ogni uomo, al di là del suo colore – e stiamo attenti: siamo tutti di colore, anche il bianco è un colore – c’è l’immagine di Dio». Questo significa che ogni essere umano ha diritto di essere rispettato e accolto, specialmente quando il suo volto  «è sfigurato dalla sofferenza e dall’oppressione che, molte volte, siamo stati noi occidentali a creare, a fomentare». Questa è la seconda volta che Papa Francesco viene in Sicilia, dopo la sua visita a Lampedusa, e il prossimo 15 settembre toccherà due città simbolo: Piazza Armerina, per sottolineare l’attenzione del Pontefice per le periferie geografiche e Palermo, per rinnovare l’impegno della Chiesa contro tutte le mafie. 
Lorefice ha ricordato che Palermo è una città che è stata bagnata da «tanto sangue di uomini giusti e santi» e la visita di Francesco sarà un’occasione importante per ricordare l’uccisione, venticinque anni fa, di don Pino Puglisi. «Il Papa viene a confermare che oggi è il tempo opportuno perché si annunzi un Vangelo che s’incarna anche nella città degli uomini come giustizia e soprattutto come energia di un amore che è disposto a dare anche la vita” – ha spiegato Mons. Lorefice, il quale venerdì scorso, 7 settembre, è stato ricevuto in udienza dal Papa. E a proposito di questo incontro privato con Francesco, il presule riferisce: “Ho trovato il Papa pronto a visitare la Sicilia e Palermo” e aggiunge: “Lui è sempre pronto: può avere delle prove, ma è sempre pronto. L’ho trovato con il suo cuore e la sua grinta e soprattutto con un grande desiderio di venire a Palermo». Papa Francesco continua con coraggio apostolico i suoi viaggi, anche nella nostra Italia: «dalle Alpi alle piramidi, da Mazzolari a Puglisi» - ha esemplificato Mons. Lorefice. Si tratta di un tragitto che tocca «luoghi di uomini, preti, sacerdoti, che hanno annunciato un Vangelo che – come sempre – non può essere immediatamente compreso, ma che è capace di diventare realmente compagnia degli uomini, soprattutto negli snodi storici più importanti”. In maniera sintetica, l’Arcivescovo delinea l’itinerario della visita di Francesco a Palermo: la celebrazione dell’Eucaristia al Foro italico e l’incontro con il clero nella Cattedrale, «danno un chiaro tenore pastorale alla visita»; l'atteso incontro con i giovani alle ore 17:00 in Piazza Politeama.
E non poteva mancare la dimensione caritativa della visita con l’incontro del Papa con la benemerita missione “Speranza e Carità” di fratel Biagio Conte, dove Francesco sarà ospite a pranzo. Particolare significato avrà la visita di Francesco a Brancaccio, che è il quartiere dove don Pino Puglisi è nato ed è morto. La storia della Chiesa si intreccia con la storia degli uomini, «perché la comunità cristiana – ha detto Lorefice - non può non essere dentro le maglie della storia, lì dove c’è povertà e lì soprattutto dove c’è la concentrazione dei poteri». La Chiesa continua a mostrare la forza del potere della croce di Cristo, che è capace di sfidare e anche di «mettere paura agli uomini mafiosi” – ha detto con convinzione profetica Mons. Lorefice. «Il Papa viene a portare la bellezza del Vangelo che trasfigura la vita degli uomini», con i valori alti, non solo evangelici, ma, anche umani”. Infine, l’Arcivescovo – con sentimenti di riconoscenza e gratitudine - ricorda che la città di Palermo ha avuto tanti testimoni che hanno donato il loro sangue; «e il sangue dei martiri fruttifica sempre, seppur nel silenzio, come ci ricorda il Vangelo. Ed è questa anche la bellezza di Palermo: tanti uomini anche dal mondo civile, non solo ecclesiale, da questo sangue sono stati rafforzati». Questo è il grido di speranza che Papa Francesco viene a lanciare, affinché oggi, non solo Palermo, ma tutta la Sicilia, abbia la forza e il coraggio «di esporsi perché la cultura dei valori umani e la cultura evangelica possa continuare ad essere un fronte contro la mentalità malavitosa e mafiosa».




8 settembre 2018

ASPETTANDO FRANCESCO, L’ARCIVESCOVO DI PALERMO SPIEGA IL SENSO DELLA VISITA DEL PAPA IN SICILIA


MONS. LOREFICE RICEVUTO DAL SANTO PADRE


Lorefice: «Il Papa viene per entrare nello spirito e nella ‘carne’ della nostra terra e del nostro popolo, per aiutarci ad essere Chiesa-casa tra le case, Chiesa “in uscita” dalle proprie mura»



di Antonino Legname


«Oggi il mondo ha bisogno di cristiani audaci nella testimonianza … come don Pino Puglisi». Parlando dell’imminente viaggio pastorale di Papa Francesco a Palermo, il 15 settembre 2018, Mons. Lorefice ha detto che il Pontefice: «ci vuole coinvolgere in questa sua visione così aperta, così conciliare di una Chiesa che sa stare dentro il mondo con l’audacia della gioia del Vangelo”. Ormai manca una settimana all’incontro del Pontefice con la realtà siciliana e Mons. Lorefice, ieri, 7 settembre 2018, è stato ricevuto in udienza da Francesco. A VaticanNews l’Arcivescovo ha spiegato che «a 25 anni dalla morte di don Puglisi la visita del Papa dà forza a tutta la Chiesa siciliana». Sono parole cariche di speranza per il nostro popolo e “Papa Francesco – ha detto Lorefice - dà sempre una prospettiva di speranza, dà forza” e il suo viaggio a Piazza Armerina e a Palermo infonde entusiasmo in tutti i fedeli siciliani. Lorefice è ben consapevole che Papa Francesco con la sua presenza in Sicilia, “ci viene ad incoraggiare perché anche la Chiesa siciliana sia una chiesa capace di osare nella gioia un annunzio missionario del Vangelo, perché l’amore di Dio raggiunga tutti». E a chi lo avesse dimenticato, il Papa viene a ricordarci «che siamo tutti fratelli» e viene a indicarci «la via della solidarietà, della giustizia e della condivisione».  Mons. Lorefice ribadisce con forza che «oggi il mondo ha bisogno di cristiani audaci nella testimonianza”. E don Pino Puglisi, del quale il prossimo 15 settembre, ricorre il 25° del suo martirio, è l’esempio più chiaro dell’audacia evangelica. Infatti, P. Puglisi fu ucciso 25 anni fa davanti casa sua dalla mafia, proprio perché era impegnato in prima linea con i più poveri e con i giovani del quartiere Brancaccio di Palermo. Come disse il Cardinale Salvatore Pappalardo, don Pino Puglisi fu ucciso perchè "sacerdote del Signore, missionario del Vangelo, formatore delle coscienze e promotore della giustizia sociale". L’arcivescovo Lorefice ringrazia a nome di tutta la Chiesa siciliana il Santo Padre Francesco «per aver scelto proprio questa data, e soprattutto per il suo venire come pellegrino sulla tomba di un martire”. Il Pastore della Chiesa di Palermo conclude ribadendo che «Francesco vuole una Chiesa capace di testimoniare, con quel sorriso tipico di don Pino Puglisi, una Chiesa che è capace addirittura di annunciare il Vangelo senza timore di effondere il sangue”.
Il 6 agosto scorso, in un messaggio alla Città e alla Diocesi di Palermo, Mons. Lorefice ha messo in guardia dal pericolo di vivere la visita del Papa come un «grande spettacolo». Francesco viene a confermare nella fede il popolo siciliano, per questo occorre prepararsi a ricevere il Vicario di Cristo  – ha detto l'Arcivescovo – «impegnando la nostra esistenza ad una continua conversione e a una condivisione appassionata, entusiasta e creativa della Parola in cui tutti possono trovare ristoro ed energia di vita». Viviamo in un’epoca di grandi cambiamenti; «la città secolarizzata è sotto i nostri occhi – ha evidenziato il Presule - La gente della nostra terra si muove ancora all’interno di un orizzonte religioso, che affiora soprattutto durante le processioni patronali, ma si fa ormai fatica a riconoscere collettivamente quei segni della fede che durante la cosiddetta ‘cristianità’ tutti sapevamo discernere quasi insensibilmente». Ma è necessario imparare a valorizzare tutti gli elementi positivi che ci sono nella religiosità del popolo. Bisogna imparare a parlare il linguaggio del popolo. Di questo è convinto Papa Francesco, il quale ha detto che «per comprendere un popolo bisogna entrare nello spirito, nel cuore, nel lavoro, nella storia e nel mito della sua tradizione». Di questo è convinto l’Arcivescovo di Palermo che invita tutti a guardare la «nuda e concreta storia della nostra gente» per riconoscere «i segni, forse anche inconsapevoli, di una fede audace, di una carità feriale, di una speranza incrollabile». È vero che la pietà popolare, anche se a volte si manifesta con segni  equivoci e discutibili di strumentalizzazioni – «mostra la fede del popolo». Si tratta di una spiritualità semplice «che non ha l’ambizione di spiegare e di definire nulla – ha scritto Lorefice - ma esprime un desiderio di vita in cui vibra il grido stesso della fede». L’arcivescovo di Palermo conclude il suo messaggio ricordando che «il Papa viene per entrare nello spirito e nella ‘carne’ della nostra terra e del nostro popolo, per aiutarci ad essere Chiesa-casa tra le case, evangelizzatori prossimi e gioiosi, comunità cristiane capaci di riflettere la luce di Cristo che, come la luna, brilla di luce riflessa nella Chiesa (Lumen gentium, 1). Il Santo Padre viene a chiederci di essere una Chiesa “in uscita” dalle proprie mura, una Chiesa che non annuncia una verità dall’alto delle proprie sicurezze, ma semplicemente il Vangelo di Gesù di Nazareth, Figlio di Dio fattosi carne, nell’umile consapevolezza di poter essere credibile solo camminando sulla strada di tutti.



COME MARIA LASCIAMO CHE DIO CAMMINI CON NOI


CON MARIA VERSO GESU'

Statua della Madonna, venerata nel Santuario di S. Maria di Ognina a Catania, eseguita a Parigi da un monaco cistercense nel 1889


Omelia di Mons. Antonino Legname, in occasione della Festa della Madonna di Ognina a Catania - 8 settembre 2018

È motivo per me di grande gioia spirituale celebrare la festa della Natività di Maria Santissima, con voi tutti, devoti convenuti in questo Santuario di Santa Maria di Ognina. Oggi vogliamo ricordare la nascita di Maria nel mondo come l’arrivo dell’aurora che precede la luce della salvezza che è Cristo Gesù. Maria è il più bel fiore che è sbocciato in mezzo al fango del peccato nel giardino corrotto dell’umanità. Ella è il fiore più puro, più innocente, più degno che Dio ha fatto nascere, perché fosse una degna dimora per il suo Figlio Gesù. Nel piano della salvezza, Maria è la nuova Eva. Come diceva S. Ireneo: « Il nodo della disobbedienza di Eva ha avuto la sua soluzione con l’obbedienza di Maria; ciò che Eva aveva legato con la sua incredulità, Maria l’ha sciolto con la sua fede». E in forza di questa fede e obbedienza, «Ella generò sulla terra lo stesso Figlio del Padre, senza conoscere uomo, ma sotto l’ombra dello Spirito Santo» (Cost. dog. Lumen gentium, 63). Questo è un punto su cui i Padri della Chiesa hanno molto insistito: «Maria ha concepito Gesù nella fede e poi nella carne, quando ha detto "sì" all’annuncio che Dio le ha rivolto mediante l’Angelo». Per questo Maria è, dopo Gesù, il capolavoro della creazione; con la sua immacolata nascita, Maria restituisce agli uomini l’immagine della perfezione di Dio: «per essere santi e immacolati al suo cospetto». Maria è la lampada che ha portato all’umanità, avvolta nelle tenebre, la luce divina, Gesù. La nascita immacolata di Maria costituisce, in un certo senso, lo spartiacque della storia della salvezza, come ha detto un Padre della Chiesa del VII secolo, Andrea di Creta, parlando della festa odierna: «L’ombra della notte si ritira all’appressarsi della luce del giorno… La presente festa è come una pietra di confine fra il Nuovo e l’Antico Testamento». Il Vangelo di oggi (Mt 1,1-16.18-23) ci narra la genealogia di Gesù. È la sintesi di una storia viva, che è stata condotta da Dio verso la nascita di Maria e di Gesù. In “questo elenco – ha detto Papa Francesco – ci sono dei santi e anche dei peccatori, ma la storia va avanti perché Dio ha voluto che gli uomini fossero liberi”. È vero che l’uomo ha usato male della sua libertà ed è stato cacciato via dal Paradiso; ma Dio non abbandona gli uomini, e promette di camminare con loro. Il Dio della storia si fa storia; quando arriva la pienezza dei tempi si incarna nel suo Figlio per poter essere ancora più vicino all’umanità, fatta di uomini giusti e peccatori. Come abbiamo ascoltato nel Vangelo, questa lunga e grande storia dell’umanità trova il suo culmine in una piccola storia, quella di Maria: umile ancella del Signore. Quanta pazienza ha avuto Dio «con tutte queste generazioni; con queste persone – ha detto Papa Francesco – che hanno vissuto la loro storia di grazia e peccato». Dio ha pazienza con gli uomini, perché a tutti i costi vuole che ognuno di noi arrivi ad essere conforme all’immagine del suo Figlio Gesù. San Paolo nella lettera ai Romani scrive: "Quelli che egli da sempre ha conosciuto li ha anche predestinati ad essere conformi all'immagine del Figlio suo" (8,29). Questo si realizza anzitutto in Maria, predestinata ad essere conforme all'immagine del Figlio di Dio e figlio suo. La nascita di Maria è il segno che Dio ha preparato per noi la salvezza: per questo ha preparato il corpo e l'anima della madre di Gesù, che è anche madre nostra. Dio entra nella storia e «la nascita di Maria è l’anticamera di questa storia dell’umanità». Come dice Papa Francesco: «Come Maria, lasciamo che Dio cammini con noi». Cosa vogliamo offrire a Maria nel giorno del suo compleanno: un mazzo di fiori viventi, cioè i nostri cuori palpitanti d’amore per Lei, Madre di Gesù e Madre nostra. Sono fiori diversi e variopinti, così come sono diversificate le nostre singole storie. In questo particolare giorno di festa per la nascita di Maria di Nazareth, noi vogliamo ringraziare Dio per averci donato questa Mamma celeste; e vogliamo gioire con Maria per averci donato Gesù nostro salvatore; alla Sua materna protezione e intercessione vogliamo affidare noi e le nostre famiglie


 PREGHIERA ALLA MADONNA DI OGNINA


O Vergine Santa
Regina e Signora di Ognina
volgi a noi il tuo dolcissimo volto di Madre
e ascolta la nostra preghiera:
aiuta chi soffre, consola chi piange,
assisti chi è solo nell'ora della prova.
Proteggi i tuoi figli da ogni pericolo:
di terra, di cielo e di mare.
Dona luce a chi è privo di fede,
dona gioia a chi è senza conforto,
dona vita a chi è senza speranza,
dona forza e coraggio a chi lotta
per la giustizia, il progresso e la pace.
Insegnaci ad essere Chiesa in servizio
del mondo per annunciare il Vangelo
e testimoniare l'Amore,
in solidarietà con chi è povero,
ammalato, disoccupato, bisognoso di aiuto.
O soave Madonna di Ognina
sii sempre con noi sui sentieri del tempo,
tra le case, le piazze, le strade, in famiglia,
nel cuore, nella mente, nella vita
di ogni uomo nostro fratello.
Sii sempre con noi o Maria: Madre, sorella,
amica e compagna di cammino. Amen.

6 settembre 2018

NON PUNTARE IL DITO VERSO GLI ALTRI


LA VERGOGNA DI SENTIRSI PECCATORE
Francesco: «È un brutto segnale voler mettere il “naso” nella vita altrui»


 
di Antonino Legname

«Un segnale che una persona, che un cristiano non sa accusare se stesso è quando è abituato ad accusare gli altri, a sparlare degli altri, a mettere il naso nella vita altrui. È ciò un brutto segnale», ha detto Papa Francesco nella Meditazione della Messa a Santa Marta, il 6 settembre 2018. Il Pontefice prende lo spunto dal passo evangelico della «pesca miracolosa» e, in particolare, dall’esperienza dell’apostolo Pietro, il quale «si avvicinò a Gesù si gettò alle sue ginocchia dicendo: “Signore, allontanati da me perché sono un peccatore”». Questa dichiarazione di umana debolezza fu «il primo passo decisivo di Pietro sulla strada del discepolato». Per ognuno di noi questo riconoscimento del proprio peccato deve essere l’inizio della conversione e della sequela a Cristo:  «senza accusare se stesso non si può camminare nella vita cristiana» - ha ricordato Francesco. Purtroppo, c’è il rischio che diventi un’abitudine formale dire: «Sono peccatore», come dire «Io sono umano», o «Io sono cittadino». Chi si riconosce veramente un peccatore deve stupirsi, anzi deve provare vergogna per il proprio peccato. Che significa accusare se stesso? Il Vescovo di Roma spiega: «accusare se stesso è il sentimento della mia miseria, di sentirsi miserabili, misero, davanti al Signore. Il sentimento della vergogna». E infatti «accusare se stesso» non si può fare a parole, bisogna sentirlo nel cuore: «è sempre un’esperienza concreta». E parlando della Confessione, il Papa ha detto che non può essere vissuta come una seduta per abbellirsi esteriormente: «la salvezza di Gesù non è una cosa cosmetica, che ti cambia un po’, con due pennellate ti cambiano la faccia. È una cosa che entra dentro e trasforma». In altre parole, la vera conversione nasce dalla vergogna di essere peccatore e approda allo «stupore di sentirsi salvato». È veramente biasimevole puntare il dito contro i peccati degli altri senza rendersi conto delle proprie fragilità. A questo punto – consiglia Francesco – ci farà bene domandarci: “Io accuso me stesso o accuso gli altri?”. E con molto realismo, il Papa fa notare che «c’è gente che vive sparlando degli altri, accusando gli altri e mai pensa a se stesso». È un «brutto segnale voler mettere il «naso nella vita altrui». Il Pontefice ci mette davanti ad un’altra domanda: «quando vado a confessarmi come mi confesso, come i pappagalli? “Bla, bla, bla, ho fatto questo, questo”». E ribadisce: «Non si tratta di «fare cosmetica» né di «truccarsi un po’ per uscire bello». Bisogna puntare al cuore per imparare ad accusare se stessi e per cominciare a cambiare, ponendo la scure alla radice del proprio albero.

CHIEDERE A DIO LA GRAZIA DI NON TRADIRE!


PER CAPIRE LA CHIESA BISOGNA AMARLA

Francesco: «Quanto amo io la Chiesa? Prego per lei? Mi sento parte della famiglia della Chiesa? Che cosa faccio perché sia una comunità in cui ognuno si senta accolto e compreso, senta la misericordia e l’amore di Dio che rinnova la sua vita?» 



di Antonino Legname
(Parte V)

I cristiani devono superare l’equivoco che si possa credere in Dio Padre, in Gesù Cristo suo Figlio, nello Spirito Santo, e non credere la Chiesa. “A volte – riferisce il Papa - sento: «Io credo in Dio ma non nella Chiesa … Ho sentito che la Chiesa dice … i preti dicono …» . […]. Ma la Chiesa non è formata solo dai preti, la Chiesa siamo tutti! E se tu dici che credi in Dio e non credi nella Chiesa, stai dicendo che non credi in te stesso; e questo è una contraddizione. La Chiesa siamo tutti: dal bambino recentemente battezzato fino ai Vescovi, al Papa; tutti siamo Chiesa e tutti siamo uguali agli occhi di Dio!” [...]. 
Ricordo ancora con emozione le belle e semplici parole di Papa Giovanni Paolo I, in occasione dell'Udienza Generale del 13 settembre 1978: “Noi ce l'abbiamo, la mamma. Se la mamma è malata, se mia madre per caso diventasse zoppa, io le voglio più bene ancora. Lo stesso, nella Chiesa: se ci sono, e ci sono, dei difetti e delle mancanze, non deve mai venire meno il nostro affetto verso la Chiesa”. E per aiutare a comprendere meglio che è possibile aiutare la madre Chiesa incominciando a migliorare se stessi, Papa Luciani racconta un simpatico aneddoto dello scrittore italiano Dino Segre Pitigrilli [1893-1975]: “Un certo predicatore Mac Nabb, inglese, parlando ad Hyde Park, aveva parlato della Chiesa. Finito il discorso, un tizio chiede la parola e dice: belle parole le sue. Ma a me non piace questa Chiesa fatta di peccatori. Il Padre ha detto: ha un po’ ragione, ma posso fare un'obiezione? - Sentiamo - Dice: scusa, ma sbaglio oppure il colletto della tua camicia è un po’ unto? - Dice: sì, lo riconosco. - Ma è unto, perché non hai adoperato il sapone, o perché hai adoperato il sapone e non è giovato a niente? No, dice, non ho adoperato il sapone. Ecco. Anche la Chiesa cattolica ha del sapone straordinario: vangelo, sacramenti, preghiera. Il vangelo letto e vissuto; i sacramenti celebrati nella dovuta maniera; la preghiera [...] sarebbero un sapone meraviglioso capace di farci tutti santi. Non siamo tutti santi, perché non abbiamo adoperato abbastanza questo sapone” [...]. Nel saggio di Karl Lehmann, Vale la pena rimanere nella Chiesa e vivere per essa?, si legge: “d'altra parte quando ci si limita ad elencare gli scandali, i pettegolezzi e sintomi di fallimento, non si riesce nemmeno a scorgere la complessa realtà ecclesiale nelle sue tensioni. Di fronte ad una critica così esteriore alla chiesa, la fede – osservata dall'esterno – risulta impotente”. Hans Küng, nel fare il bilancio della sua vita, ha scritto: “Sono e resto un membro leale della mia Chiesa [...] resto aperto alla comunità della fede cristiana nella sua totalità, a tutte le Chiese […]. Il teologo svizzero messo di fronte all'interrogativo “perché restare nella chiesa?”, risponde: “Ho avuto sempre la sensazione che abbandonare la barca della comunità ecclesiale – che per molti è un atto di onestà e di protesta – per me personalmente sarebbe un atto di disperazione e di capitolazione”. Nonostante il difficile rapporto avuto con la Curia Romana, Küng non si è mai sentito di abbandonare la barca di Cristo in mezzo alle tempeste, né di consegnare agli altri passeggeri la responsabilità di fronteggiare da soli la forza del vento contrario per riuscire a sopravvivere spiritualmente e scrive: “No! Nonostante tutto: dalla comunità di fede, nella quale sono cresciuto, ho ricevuto troppo perché possa abbandonarla così semplicemente" […]. E allora, perché bisogna restare nella Chiesa? Bisogna restare nella Chiesa perché il mondo ha bisogno della Chiesa, nonostante i venti del secolarismo e del relativismo che soffiano forti e contrari  sulla “barca di Pietro” con l'intento di affondarla. Quale grande responsabilità grava su quei cristiani, laici e preti “infedeli”, che pur essendo dentro la Chiesa, remano contro! Il male della Chiesa cattolica è dentro la Chiesa stessa. Per capire la natura vera della Chiesa bisogna anzitutto amarla e affrontare il rischio di fare un'esperienza personale della Chiesa, guardandola con gli occhi liberi dai pregiudizi e dalle deformazioni trasmesse dai mass media. Forse in questa vita terrena non riusciremo mai ad avere la corretta e perfetta visione della natura e della missione della Chiesa, ma quando guarderemo dall’altra parte tutto ci apparirà chiaro.
La Chiesa, pellegrina su questa terra, è come un grande arazzo che riusciamo a vedere solo dalla parte rovesciata, per cui tutto ci appare come una caotica e indecifrabile combinazione di fili, di diverso colore, alcuni dei quali intrecciati e senza senso, con una gran quantità di piccoli o grandi nodi. Guardando la Chiesa dalla prospettiva terrena, sono ben visibili tutti i nodi, cioè tutte le debolezze degli uomini di chiesa, gli scandali e le aberrazioni storiche, che si sono formati nel corso dei secoli e tutti gli intrecci con il potere. Finché siamo su questa terra dobbiamo accontentarci di vedere questo meraviglioso arazzo, che è la Chiesa, dalla parte rovesciata, che è la parte umana, quella visibile, più confusa e più problematica. Ma dobbiamo avere la consapevolezza che ogni filo, ogni nodo e ogni intreccio di questo arazzo è servito a creare la meravigliosa immagine della Chiesa che potremo ammirare e contemplare, nella sua bellezza e perfezione, solo quando ci troveremo dall’altra parte e vedremo l’arazzo dalla parte dritta.
Arazzo di Raffaello: "la consegna dell chiavi a Pietro" 
Non dimentichiamo che Dio riesce a scrivere dritto anche sulle righe storte della Storia della Chiesa. Bisogna amare la Chiesa. L'amore comporta sempre un certo grado di rischio. Chi non è disposto a correre questo rischio avrà sempre una conoscenza superficiale e deformata della Chiesa. E l'amore maturo esige il “rispetto” nei confronti di chi si ama [...]. Ovviamente il rispetto implica la conoscenza di chi si ama. Per cui alla fine si ama veramente solo ciò che si conosce. No, non si può amare veramente la Chiesa se non la si rispetta e non la si può rispettare se non la si conosce nella sua visibilità e singolarità. La conoscenza deve penetrare la superficie della sua realtà visibile e istituzionale per scoprirne l'essenza, la natura e la sua vera missione [...]. E' utile conoscere meglio la Chiesa per poter superare tutti quei pregiudizi e quelle distorsioni che si sono accumulate sul suo conto nel corso dei secoli, e per far cadere tutti i veli del pregiudizio che – come un'ipoteca – gravano ancora oggi sulla sua credibilità. Dunque, il segreto per conoscere la Chiesa è “amarla”. L'amore è una forza unitiva ed è la sola via per conoscere veramente la Sposa di Cristo, perché ti fa tuffare nella profondità della sua stessa essenza.
Papa Francesco pone alcune domande: “quanto amo io la Chiesa? Prego per lei? Mi sento parte della famiglia della Chiesa? Che cosa faccio perché sia una comunità in cui ognuno si senta accolto e compreso, senta la misericordia e l’amore di Dio che rinnova la sua vita?”. “Amiamo la Chiesa! Amiamola sempre – esorta il cardinale Roger Echegaray - soprattutto quando soffriamo per lei o quando soffriamo per mezzo di lei. Penso – continua il cardinale – a ciò che scriveva un giorno, nel più vivo delle sue difficoltà, P. Teilhard de Chardin: «La Chiesa è il più grande centro collettivo d'amore che sia mai apparso al mondo»” [...]. L'amore vero è dinamico e, quando è necessario, sa essere anche critico. Chi desidera cambiare qualcuno lo deve fare amandolo. Solo l'amore rende l'altro vulnerabile e accessibile al cambiamento. 
Diceva don Bosco che se si vuole aiutare un giovane a cambiare bisogna anzitutto mostrargli di amarlo. Quando uno capisce di essere amato accetta meglio anche i rimproveri ed è più disposto al cambiamento. Questo è quello che hanno fatto tanti cristiani anche in riferimento alla riforma della Chiesa. Alcune riforme radicali nella Chiesa è stato possibile realizzarle grazie a quegli uomini e a quelle donne che amarono la Chiesa, furono disposti a soffrire per essa, e con spirito critico e di servizio, cogliendo i segni dei tempi, crearono le condizioni per grandi cambiamenti all'interno della Chiesa: Riforma Gregoriana, Concilio di Trento, Concilio Vaticano II, sono solo alcuni esempi. Ma è sbagliato invocare la riforma nella Chiesa perché si vogliono giustificare e difendere situazioni e posizioni personali. Come suggerisce il cardinale Etchegaray, “la Chiesa ha più bisogno di essere amata che riformata, perché l'uomo sa vedere solo nella misura in cui ama. Il rischio dell'amore è la prima condizione della fede”. Solo chi è capace di correre questo rischio non teme e non fugge di fronte al volto oscuro e deformato della Chiesa. “Si può far piangere la Chiesa – scrive Etchegaray – ma non la si rinnega, al pari della propria madre”, e cita una frase dello scrittore Bernanos: “non riuscirei a vivere cinque minuti fuori della Chiesa, e se ne fossi scacciato, vi rientrerei subito, a piedi nudi, in camicia”. É questo quello che ha voluto dire anche Papa Francesco, in una sua Omelia, quando ha chiesto a Dio la grazia di non tradire mai la Chiesa e di poter morire a casa, cioè dentro la Chiesa di Cristo. 

[dal libro di Antonino Legname, Francesco il traghettatore di Dio, Le Nove Muse Editrice, Catania, Nuova edizione 2015,  pp. 126-131]. 

5 settembre 2018

IL RIPOSO DELLA DOMENICA PER FARE PACE CON LA VITA


LA VITA È BELLA
Francesco: «È necessario riconciliarsi con la propria storia, con i fatti che non si accettano, con le parti difficili della propria esistenza»



di Antonino Legname

«L’uomo non si è mai riposato tanto come oggi, eppure l’uomo non ha mai sperimentato tanto vuoto come oggi!» - ha detto Papa Francesco nella Catechesi dell’Udienza Generale del Mercoledì, 5 settembre 2018, in Piazza San Pietro. Il Pontefice ha spiegato il senso del terzo comandamento del Decalogo, «sul giorno del riposo». A volte si pensa in modo errato che questo comandamento sia facile da mettere in pratica; in realtà – ha detto il Pontefice - riposarsi davvero non è semplice, perché c’è riposo falso e riposo vero». In che modo è possibile riconoscerli? Francesco offre un breve profilo della società di oggi, «assetata di divertimenti e vacanze».
Non c’è dubbio che, nel non mondo in cui viviamo, «l’industria della distrazione» e del divertimento  sia molto fiorente. In tutti i modi viene disegnato e pubblicizzato un «mondo ideale come un grande parco giochi dove tutti si divertono». Non è forse vero che uno degli slogan più accreditati nella società dei consumi è: “non rinviare mai a domani il divertimento e il godimento che puoi avere oggi”. Il Vescovo di Roma fa notare che «il concetto di vita, oggi dominante, non ha il baricentro nell’attività e nell’impegno ma nell’evasione. Guadagnare per divertirsi, appagarsi». Il modello emergente di uomo è quello di «persona di successo, che può permettersi  ampi e diversi spazi di piacere». Questa mentalità prima o poi conduce all’insoddisfazione e alla frustrazione esistenziale. 
Tanti più piaceri, tanti più svaghi e sentire la vita sfuggire tra le dita come sabbia. Si rischia di vivere «un’esistenza anestetizzata dal divertimento», che conduce  ad alienarsi e a fuggire dalla realtà. Papa Francesco annota che «l’uomo non si è mai riposato tanto come oggi, eppure l’uomo non ha mai sperimentato tanto vuoto come oggi! Le possibilità di divertirsi, di andare fuori, le crociere, i viaggi, tante cose non ti danno la pienezza del cuore. Anzi: non ti danno il riposo», quello vero. E quale sarebbe il vero riposo? Per noi cristiani il riposo «è il momento della contemplazione, è il momento della lode, non dell’evasione. È il tempo per guardare la realtà e dire: com’è bella la vita! Al riposo come fuga dalla realtà, il Decalogo oppone il riposo come benedizione della realtà». In che modo è possibile vivere il riposo? Santificando il giorno del Signore. «Per noi cristiani – ricorda il Papa - il centro del giorno del Signore, la domenica, è l’Eucaristia, che significa “rendimento di grazie”. È il giorno per dire a Dio: grazie Signore della vita, della tua misericordia, di tutti i tuoi doni». È molto bello il riferimento che Francesco ci offre sulla necessità di fare pace: «la domenica è la giornata per fare pace con la vita, dicendo: la vita è preziosa; non è facile, a volte è dolorosa, ma è preziosa». Ovviamente nessuno può imporre la pace agli altri; la pace – ha detto il Papa – è la scelta libera dell’uomo di allontanarsi dalle «pieghe amare del proprio cuore» e di «riconciliarsi con la propria storia, con i fatti che non si accettano, con le parti difficili della propria esistenza». In sintesi, la vera pace non si raggiunge cambiando la propria storia, ma al contrario, occorre «accoglierla, valorizzarla, così com’è andata». Dobbiamo imparare ad apprezzare la vita, perché è bella – ha detto Francesco; ed è bella perché sa gioire delle cose semplici e umili, delle «piccole grazie», che alla fine sono quelle che ci fanno gustare la felicità che ha il sapore dell’eternità. E non è raro il caso di incontrare persone che soffrono, anche a causa di una malattia, capaci di infondere negli altri quella pace e quella serenità, che «non si trova nei gaudenti e negli edonisti!». Francesco conclude ribadendo che «la vita diventa bella quando si apre il cuore alla Provvidenza e si scopre vero quello che dice il Salmo: “Solo in Dio riposa l’anima mia” (62,2)». 


4 settembre 2018

IL COMBATTIMENTO SPIRITUALE


IL CUORE È UN CAMPO DI BATTAGLIA
Francesco: «Fare l’esame di coscienza per conoscere cosa succede nel cuore»



di Antonino Legname

«Ci sono due spiriti, due modalità di pensare, di sentire, di agire: quella che mi porta allo Spirito di Dio e quella che mi porta allo spirito del mondo», ha detto Francesco nella Meditazione della Messa a Santa Marta, il 4 settembre 2018. Il cuore è un abisso senza fondo, chi può conoscerlo? Il Pontefice ha riproposto l’immagine del cuore come «campo di battaglia». In questo campo lottano continuamente «lo spirito di Dio, che ci porta alle opere buone, alla carità, alla fraternità», e «lo spirito del mondo che» invece «ci porta verso la vanità, l’orgoglio, la sufficienza, il chiacchiericcio». Il Papa ha detto che non basta «studiare la Bibbia, studiare storia, studiare teologia per arrivare ai sentimenti di Gesù», occorre anzitutto «lasciarsi portare avanti dallo Spirito Santo». Infatti, quando l’uomo è lasciato a se stesso e confida solo nelle sue forze umane «non comprende le cose dello Spirito». Dentro il cuore umano convivono i due spiriti: quello di Dio e quello del mondo. 
«Nella vita cristiana si deve combattere per lasciare spazio allo spirito di Dio e cacciare via — come Gesù ha cacciato questo demonio — lo spirito del mondo». Il Vescovo di Roma ha esortato tutti a fare ogni sera l’esame di coscienza per capire quello cosa è successo nel nostro cuore: «come io mi sono difeso dallo spirito del mondo che mi porta alla vanità, alle cose basse, ai vizi, alla superbia». Solo con la forza dello Spirito Santo – conclude Francesco - «saremo vincitori in questo combattimento spirituale e in questa guerra dello spirito».

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La Meditazione del Papa mi offre lo spunto per fare una mia semplice riflessione:

Il pensiero umano è stato sempre costellato dalla controversia tra queste due concezioni: l'uomo ha una malvagità innata o l'uomo è intrinsecamente buono per natura? Nella fede cristiana c'è la chiara consapevolezza che già fin dalla creazione si sia verificata una scissione lacerante nell'esistenza umana. 
L'uomo viene tirato da due forze opposte: da una parte la tendenza innata che lo spinge verso Dio per amarlo, e dall'altra la tendenza acquisita dalla natura umana corrotta che lo allontana da Dio fino al punto da odiarlo. Il gusto per la contraddizione si manifesta in tante scelte dell'uomo anche in riferimento ai principi e alle regole imposte dalla morale. Pur sapendo ciò che è bene e ciò che è male, a volte gli uomini non riescono ad essere ciò che vorrebbero essere e a fare ciò che vorrebbero fare. Già il poeta latino Ovidio aveva individuato l'intrinseca contraddittorietà dell'essere umano, quando diceva di fare il contrario di ciò che avrebbe voluto fare: “vedo e approvo le cose migliori, ma seguo le peggiori”. Nella mente dell’uomo si combatte una vera e propria guerra civile. Di questo era ben consapevole anche San Paolo, il quale nella lettera ai Romani [7,19] scrive: “io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio”. In Paolo si leva il grido: “Sono uno sventurato! Chi mi redimerà da questa contraddizione interna?” [cfr. Rm 7,24]. Freud è riuscito a fare una sintesi laica delle due posizioni: da una parte esiste l'innata distruttività dell'uomo a causa del suo naturale istinto di morte; dall'altra l'istinto di conservazione. Secondo la concezione di Freud c'è un campo di battaglia sul quale si incontrano due forze egualmente potenti: l'impulso a vivere e l'impulso a morire. In fondo la concezione freudiana è dualistica: l'uomo non è né cattivo, né buono, è un “ring” sul quale lottano continuamente due forze contraddittorie di uguale potenza. L'uomo è capace di atti di grande bontà e atti di incredibile capacità distruttiva. Questo significa che anche nel peggiore degli uomini c’è qualcosa di buono e c’è qualcosa di malvagio anche nel migliore degli uomini.
Già Platone nel “mito del carro e dell’auriga” immaginava due cavalli testardi, uno di colore nero (che rappresenta le passioni più basse, legate al corpo) e l’altro bianco (rappresenta le passioni spirituali più elevate e sublimi): la ragione è il cocchiere che fa di tutto per guidare e tenere a bada i due cavalli, ciascuno dei quali vorrebbe andare nella direzione opposta. La morale proposta dal Magistero della Chiesa, ossia il cavallo bianco di cui parla Platone, è oggi in crisi profonda. Sembra che gli uomini d'oggi non si curino più di quello che la Chiesa insegna sul comportamento morale. Su questo argomento la Chiesa appare all’uomo del nostro tempo troppo anacronistica e retrograda, e nel corpo sociale viene avvertita come “un fastidioso elemento estraneo”. Nel Messaggio per la Giornata Missionaria Mondiale 2013, Papa Francesco ha scritto: “A volte si pensa ancora che portare la verità del Vangelo sia fare violenza alla libertà. Paolo VI ha parole illuminanti al riguardo: «Sarebbe ... un errore imporre qualcosa alla coscienza dei nostri fratelli. Ma proporre a questa coscienza la verità evangelica e la salvezza di Gesù Cristo con piena chiarezza e nel rispetto assoluto delle libere opzioni che essa farà ... è un omaggio a questa libertà» (Esort, ap. Evangelii nuntiandi, 80). Dobbiamo avere sempre il coraggio e la gioia di proporre, con rispetto, l’incontro con Cristo, di farci portatori del suo Vangelo”.

LE FRAGILITA’ PSICHICHE E LE DIPENDENZE NEI PROCESSI DI NULLITA’ MATRIMONIALE 

Intervista a Mons. Antonino Legname Vicario giudiziale del Tribunale Ecclesiastico Interdiocesano Siculo

Il matrimonio può essere dichiarato nullo per motivi psichici?  
«Ovviamente, se i problemi di carattere psicologico o psichiatrico erano presenti al momento in cui si celebrava il matrimonio».

E se la malattia psichica si manifesta durante la vita matrimoniale? 
«Se un matrimonio è contratto validamente non può essere dichiarato nullo successivamente perché è insorta una malattia psichica o di demenza. Per la dichiarazione di nullità del matrimonio, si dovrebbe dimostrare – con l’aiuto dei periti, psicologi e psichiatri – che l’anomalia psichica era antecedente o latente, cioè era presente in qualche modo al momento in cui si contraeva il matrimonio».

Chi sono incapaci a contrarre un matrimonio valido? 
«Il canone 1095 del Codice di Diritto Canonico, prevede tre categorie di persone che non sono in grado di decidere sui diritti e sui doveri del matrimonio: coloro che mancano di sufficiente uso di ragione; coloro che difettano gravemente di discrezione di giudizio; coloro che per problemi di natura psichica non possono assumere gli obblighi essenziali del matrimonio».

Le dipendenze da droga, da alcool, dal gioco d’azzardo o da internet incidono sulla validità o meno del matrimonio? 
«Possono invalidare il consenso matrimoniale nella misura in cui provocano nella persona che si deve sposare una vera e propria alienazione dalla realtà. L’uso eccessivamente esagerato di internet e dei social network  può rivelare una certa immaturità e fragilità psicologica. Chi soffre di queste dipendenze non è capace di dialogo e di condivisione della vita con il proprio coniuge, perché preferisce vivere dentro un mondo virtuale. Ai fini della nullità matrimoniale tali dipendenze e anomalie devono essere antecedenti al matrimonio. 

I capi di nullità del matrimonio per cause di natura psichica sono in crescita?  
«Nel nostro Tribunale, tali casi, purtroppo, sono in continuo aumento. Questo ci fa capire che viviamo in una società nella quale, specialmente le nuove generazioni vivono molte fragilità a causa di disagi familiari, sociali, culturali e anche religiosi». 

Si tratta di immaturità? 
«Si, nel senso che la volontà di quella persona non è matura e, pertanto, non è in grado di formare un giudizio di valori sugli aspetti essenziali del Matrimonio. In altre parole, la persona per contrarre un matrimonio valido deve possedere discrezione di giudizio, cioè deve essere in grado di sapere veramente a che cosa dà il suo consenso e deve avere la necessaria libertà interiore per potersi sposare».

Chi vuole contrarre un matrimonio valido, quali elementi essenziali deve conoscere e accettare? «Deve sapere che il matrimonio è una comunità di tutta la vita, ordinata al bene dei coniugi, alla procreazione e all’educazione dei figli. E inoltre deve accettare le proprietà essenziali del matrimonio che sono l’unità e l’indissolubilità. Chi dice: «mi sposo, poi tanto se non va bene mi separo e divorzio», inficia alla radice la sacralità e la validità del vincolo matrimoniale che è per tutta la vita.

E se una persona, già prima del matrimonio si rende conto che non è capace di mantenere la fedeltà, rischia di celebrare un matrimonio invalido? 
«L’unità del matrimonio esclude l’infedeltà. Pertanto, chi – prima del matrimonio – è consapevole che non riuscirà ad essere fedele al suo futuro coniuge, rischia seriamente di celebrare un matrimonio invalido. Altra questione, invece, se l’infedeltà si concretizza e si consuma dopo il matrimonio a causa di problematiche familiari e di coppia sopraggiunte».

I processi canonici di nullità matrimoniale per problemi di natura psichica durano molto di più? 
«La durata del processo dipende da diversi fattori; in generale la procedura è più lunga, perché si richiede la perizia sulla parte interessata, e la raccolta di prove a volte è molto laboriosa, specialmente se c’è opposizione dell’altra parte in causa. 

E la riforma di Papa Francesco sui processi di nullità matrimoniale ha velocizzato la procedura?  
«Qualora la nullità del matrimonio è chiaramente manifesta, ad esempio, per problemi psichici e si può provare in modo evidente, anche con documenti medici e circostanze di fatti e di persone, è possibile percorrere la via del processo breve, che ha una durata media di un paio di mesi. Ovviamente, la prima condizione perché si proceda con il processo breve è il consenso esplicito di entrambi i coniugi».  

3 settembre 2018

UN TEMPO PER TACERE E UN TEMPO PER PARLARE


IL SILENZIO ELOQUENTE

Francesco: «La verità è mite, la verità è silenziosa, la verità non è rumorosa»
  
La Vergine del silenzio

di Antonino Legname

«Con le persone che non hanno buona volontà, con le persone che cercano soltanto lo scandalo, che cercano soltanto la divisione, che cercano soltanto la distruzione, anche nelle famiglie», c’è un solo rimedio: «silenzio e preghiera» – ha consigliato Francesco nella Meditazione della Messa a Santa Marta, il 3 settembre 2018. Ci sono momenti e situazioni della vita che richiedono la forza del silenzio, paziente e fruttuoso. Con l’aiuto di Dio occorre imparare a discernere quando bisogna parlare e quando invece è necessario tacere. Sant’Arsenio diceva: «tante volte mi sono pentito di aver parlato, mai di aver taciuto». A volte il silenzio è più eloquente di tante parole. E Gesù ci insegna questo modo di agire quando nella vita quotidiana «ci sono dei malintesi, delle discussioni». Non c’è dubbio – avverte il Papa – che il diavolo, «padre della menzogna» e artefice della divisione, fa di tutto «per distruggere l’unità di una famiglia, di un popolo». Anche il Signore ha dovuto lottare contro la tentazione e con la forza della Parola di Dio, citando la Scrittura, vince il diavolo. Anche nella Sinagoga, Gesù apre il rotolo e «legge il passo del profeta Isaia dove si preannuncia il tempo del messia». Tutti i presenti erano meravigliati di quelle «parole di grazia che uscivano dalla sua bocca». Ma ben presto il Signore farà l’esperienza dell’incomprensione e del rifiuto, proprio da parte della sua gente, fino al punto da dire: «nessun profeta è bene accetto nella sua patria». Ad un certo momento, le stesse persone che lo aveva elogiato, perché stupiti del suo insegnamento, cambiarono atteggiamento: «dallo stupore allo sdegno». Francesco attribuisce al diavolo la semina della divisione e della ribellione nei confronti di Gesù: «Si alzarono, lo cacciarono via, entrarono in questo atteggiamento di branco: non erano persone, erano una muta di cani selvaggi che lo cacciarono fuori dalla città. Non ragionavano». Il Papa mette in evidenza il saggio atteggiamento di Gesù, il quale di fronte al comportamento dei voltagabbana, preferisce tacere con grande dignità: «con il suo silenzio vince quella muta selvaggia e se ne va. Perché non era arrivata ancora l’ora». Purtroppo, anche il Venerdì Santo il popolo, manovrato e influenzato, cambia idea e grida contro Gesù: «crucifige»; erano passati pochi giorni dalla Domenica delle Palme, quando la gente festosa acclamava e osannava Gesù come Figlio di Davide. Di fronte al popolo inferocito, «Gesù faceva silenzio». E in questo caso «il silenzio è d’oro», come recita un antico proverbio. Quando non si sa tacere al momento opportuno, si rischia di usare le parole come pietre da scagliare sugli altri e si distrugge l’unità e l’armonia dei rapporti umani. «Quante volte – dice Francesco - nelle famiglie incominciano delle discussioni sulla politica, sullo sport, sui soldi e quelle famiglie finiscono distrutte, in queste discussioni nelle quali si vede che il diavolo è lì che vuol distruggere». In una società come la nostra dove si parla e si sparla continuamente, è quanto mai urgente riscoprire il valore del silenzio eloquente. Francesco consiglia di imparare a capire quando è necessario parlare e quando invece è assolutamente opportuno e salutare tacere: «Perché la verità è mite, la verità è silenziosa, la verità non è rumorosa». Impariamo il silenzio dalla Vergine Maria, che "serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore".

2 settembre 2018

«L’UNIVERSITA’ DELLE MAMME È IL LORO CUORE»


LA CHIESA PIANGE E PREGA PER I SUOI FIGLI

Francesco: «Ama la Chiesa come ami tua madre»


di Antonino Legname

(Parte IV)

Papa Francesco ha detto che per lui l’immagine più bella della Chiesa è quella della “Chiesa madre”. La Chiesa è nostra Madre, perché ci ha generati alla fede e non ci si separa dalla propria madre solo perché si è arrabbiati con lei, a causa dei tanti errori storici di alcuni suoi figli o per aver subìto qualche torto dai propri fratelli. Bisogna riscoprire il volto materno della Chiesa. Il Papa ha ricordato ai Vescovi brasiliani che l’azione pastorale della Chiesa non è altra cosa dall’esercizio della maternità della Chiesa: essa genera, allatta, fa crescere, corregge, alimenta, conduce per mano – ha detto - Serve, allora, una Chiesa capace di riscoprire le viscere materne della misericordia. Senza la misericordia c’è poco da fare oggi per inserirsi in un mondo di «feriti», che hanno bisogno di comprensione, di perdono, di amore”. Nell’intervista a “La Civiltà Cattolica” Bergoglio ha detto che “la cosa di cui la Chiesa ha più bisogno oggi è la capacità di curare le ferite e di riscaldare il cuore dei fedeli, la vicinanza, la prossimità” e paragona la Chiesa di oggi a un “ospedale da campo dopo una battaglia” e spiega: “è inutile chiedere a un ferito grave se ha il colesterolo e gli zuccheri alti! Si devono curare le sue ferite. Poi potremo parlare di tutto il resto. Curare le ferite … e bisogna cominciare dal basso”. Anche ai preti del clero di Roma, il Papa raccomanda di curare soprattutto con la misericordia e con la vicinanza le tante ferite della gente; e sono tante le persone ferite dentro e fuori questo “ospedale da campo” che è la Chiesa di oggi: “gente ferita dai problemi materiali, dagli scandali, anche nella Chiesa … Gente ferita dalle illusioni del mondo”. Bisogna curare non solo le “ferite aperte”, quelle ben visibili, ma anche le “ferite nascoste” di coloro che si allontanano dalla madre Chiesa con amarezza e delusione [...]. Tutti hanno un punto debole, il mio è l'amore per la Chiesa: come un figlio che ama la propria madre. E non si può parlare della propria madre come se fosse un'estranea o una poco di buono.
É vero che a volte la Chiesa potrebbe apparire come una madre invecchiata, con il corpo pieno di cicatrici, che sono i peccati dei suoi figli, con le rughe del tempo molto marcate, con molte protesi (che sono le strutture storiche e contingenti della Chiesa) e claudicante, e che in certi momenti stenta a tenere il passo con i tempi; mi rammarico e mi addoloro quando vedo questa madre un po’ sporca, anche a causa del mio peccato […]; ma io devo aiutare questa madre a rialzarsi e a ripulirsi. Come? Cercando anzitutto di purificare me stesso; infatti sono le tante e singole gocce di acqua sporca che fanno un mare inquinato. 
Quando ero bambino pensavo da bambino, agivo da bambino, ma quando sono diventato adulto, la madre Chiesa, che durante la mia infanzia e adolescenza mi sembrava così perfetta – come ogni bambino che esalta e idealizza le qualità della propria madre – ora invece, anzi da tempo, questa madre mi appare in tutta la sua miseria umana. A volte si abbellisce e si cura esternamente e sembra tanto bella, ma quando cala la sera, la sera dei problemi, degli scandali, delle invidie, delle diatribe tra fratelli, delle corse ai primi posti e tutto il maquillage esterno e appariscente si cancella, allora mi rendo conto che il volto di questa madre appare quasi spaventoso. Questa madre soffre e il suo volto viene sfigurato dagli scandali dei suoi figli, i quali continuano a procurarle tanti problemi e preoccupazioni, come se non bastassero gli scandali e gli errori del passato. Ma è sempre mia madre! “E’ un po’ invecchiata – ammette il Papa – e dobbiamo ringiovanirla, ma non portandola dal medico che fa la cosmetica”. La Chiesa “diventa più giovane quando è capace di generare figli; diventa più giovane quanto più diventa madre”. E come una madre pulisce il proprio bambino che si sporca, così la Chiesa – ha detto il Papa – “è tanto madre, che ci vuole anche così, tante volte sporchi, ma … ci pulisce: perché è madre!”. C’è chi si ostina a volere questa madre all’altezza dei tempi di oggi, aperta alle esigenze del mondo moderno; c’è invece chi la vuole all’antica, fortemente attaccata alla tradizione e alla sua vecchia liturgia. Questa madre è tirata e a volte strattonata dai suoi stessi figli, preti e laici, da tutte le parti, perché tutti pensano di farle del bene. Ma le lacrime di questa madre, per le infedeltà e le incoerenze dei suoi figli, sono lacrime vere. “La nostra madre Chiesa – ha detto Papa Francesco – quando è fedele sa piangere. Quando la Chiesa non piange, qualcosa non va bene. Piange per i suoi figli e prega! […]. E cosa dice il Signore alla Chiesa? – continua il Papa - «non piangere. Io sono con te, io ti accompagno, io ti aspetto»”. L'allora cardinale Jorge Mario Bergoglio, in una intervista per Vatican Insider, a commento delle tensioni e della fuga di documenti dal Vaticano, ebbe a dire: “Non devo scandalizzarmi, perché la Chiesa è mia madre: devo guardare ai peccati e alle mancanze come guarderei ai peccati e alle mancanze di mia mamma. E quando io mi ricordo di lei, mi ricordo innanzitutto di tante cose belle e buone che ha compiuto, non tanto delle mancanze o dei suoi difetti. Una madre si difende con il cuore pieno d’amore, prima che con la parole. Mi chiedo se nel cuore di molti che entrano in questa dinamica degli scandali ci sia l’amore per la Chiesa”. Papa Francesco ha ricordato a tutti i cristiani che “non si appartiene alla Chiesa come si appartiene ad una società, ad un partito o ad una qualsiasi altra organizzazione”. Tra i cristiani e la Chiesa c’è un legame viscerale e vitale come quello tra il figlio e la madre; perché, come afferma sant’Agostino, “la Chiesa è realmente madre dei cristiani”, perché li ha generati alla fede attraverso il Battesimo. Peccato che tanti cristiani non ricordano la data del loro battesimo, che è la data della loro nascita alla Chiesa – annota il Papa – è “la data nella quale la nostra mamma Chiesa ci ha partorito!”, ed ha esortato tutti i cristiani ad “amare la Chiesa come si ama la propria mamma […], la aiutiamo ad essere più bella, più autentica, più secondo il Signore”. 
Madre Teresa di Calcutta
Il compito di una madre è quello di aiutare i figli a crescere bene, di nutrirli, di educarli e di accompagnarli, con affetto e con amore, nel loro sviluppo. Ma una madre sa anche “correggere, perdonare, comprendere, sa essere vicina nella malattia, nella sofferenza” e “una buona mamma aiuta i figli a uscire da se stessi, a non rimanere comodamente sotto le ali materne, come una covata di pulcini sta sotto le ali della chioccia” […]. “La Chiesa come buona madre […] fa la stessa cosa: accompagna la nostra crescita trasmettendo la Parola di Dio, che è una luce che ci indica il cammino della vita cristiana; amministrando i Sacramenti. Ci nutre con l’Eucaristia, ci porta il perdono di Dio attraverso il Sacramento della Penitenza, ci sostiene nel momento della malattia con l’Unzione degli infermi. La Chiesa ci accompagna in tutta la nostra vita di fede, in tutta la nostra vita cristiana”. Questa è la Chiesa: una madre coraggiosa che “va avanti e fa crescere i suoi figli, dà loro forza e li accompagna fino all’ultimo congedo”. Come una madre, che con tenerezza e amore orienta i suoi figli, indicando loro la strada giusta del bene, e raddrizza il loro cammino quando sbandano e si dirigono verso i burroni della vita, così la madre Chiesa, “orienta la nostra vita, ci dà degli insegnamenti per camminare bene” e come una mamma, anche la Chiesa “non insegna mai ciò che è male”.  Una mamma non impara dai libri ciò che serve alla crescita e all’educazione dei figli, ma attinge dal suo cuore quello che insegna ai figli per farli crescere bene nella vita. “L’Università delle mamme è il loro cuore!” – ha detto Papa Francesco. 

[dal libro di Antonino Legname, Francesco il traghettatore di Dio, Le Nove Muse Editrice, Catania, Nuova edizione 2015,  pp. 123-126]. 


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