Ubi Petrus, ibi Ecclesia: "Dove c'è Pietro, lì c'è la Chiesa" (Sant'Ambrogio, Explanatio Psalmi XL, 30, 5)

giovedì 6 settembre 2018

CHIEDERE A DIO LA GRAZIA DI NON TRADIRE!


PER CAPIRE LA CHIESA BISOGNA AMARLA

Francesco: «Quanto amo io la Chiesa? Prego per lei? Mi sento parte della famiglia della Chiesa? Che cosa faccio perché sia una comunità in cui ognuno si senta accolto e compreso, senta la misericordia e l’amore di Dio che rinnova la sua vita?» 



di Antonino Legname
(Parte V)

I cristiani devono superare l’equivoco che si possa credere in Dio Padre, in Gesù Cristo suo Figlio, nello Spirito Santo, e non credere la Chiesa. “A volte – riferisce il Papa - sento: «Io credo in Dio ma non nella Chiesa … Ho sentito che la Chiesa dice … i preti dicono …» . […]. Ma la Chiesa non è formata solo dai preti, la Chiesa siamo tutti! E se tu dici che credi in Dio e non credi nella Chiesa, stai dicendo che non credi in te stesso; e questo è una contraddizione. La Chiesa siamo tutti: dal bambino recentemente battezzato fino ai Vescovi, al Papa; tutti siamo Chiesa e tutti siamo uguali agli occhi di Dio!” [...]. 
Ricordo ancora con emozione le belle e semplici parole di Papa Giovanni Paolo I, in occasione dell'Udienza Generale del 13 settembre 1978: “Noi ce l'abbiamo, la mamma. Se la mamma è malata, se mia madre per caso diventasse zoppa, io le voglio più bene ancora. Lo stesso, nella Chiesa: se ci sono, e ci sono, dei difetti e delle mancanze, non deve mai venire meno il nostro affetto verso la Chiesa”. E per aiutare a comprendere meglio che è possibile aiutare la madre Chiesa incominciando a migliorare se stessi, Papa Luciani racconta un simpatico aneddoto dello scrittore italiano Dino Segre Pitigrilli [1893-1975]: “Un certo predicatore Mac Nabb, inglese, parlando ad Hyde Park, aveva parlato della Chiesa. Finito il discorso, un tizio chiede la parola e dice: belle parole le sue. Ma a me non piace questa Chiesa fatta di peccatori. Il Padre ha detto: ha un po’ ragione, ma posso fare un'obiezione? - Sentiamo - Dice: scusa, ma sbaglio oppure il colletto della tua camicia è un po’ unto? - Dice: sì, lo riconosco. - Ma è unto, perché non hai adoperato il sapone, o perché hai adoperato il sapone e non è giovato a niente? No, dice, non ho adoperato il sapone. Ecco. Anche la Chiesa cattolica ha del sapone straordinario: vangelo, sacramenti, preghiera. Il vangelo letto e vissuto; i sacramenti celebrati nella dovuta maniera; la preghiera [...] sarebbero un sapone meraviglioso capace di farci tutti santi. Non siamo tutti santi, perché non abbiamo adoperato abbastanza questo sapone” [...]. Nel saggio di Karl Lehmann, Vale la pena rimanere nella Chiesa e vivere per essa?, si legge: “d'altra parte quando ci si limita ad elencare gli scandali, i pettegolezzi e sintomi di fallimento, non si riesce nemmeno a scorgere la complessa realtà ecclesiale nelle sue tensioni. Di fronte ad una critica così esteriore alla chiesa, la fede – osservata dall'esterno – risulta impotente”. Hans Küng, nel fare il bilancio della sua vita, ha scritto: “Sono e resto un membro leale della mia Chiesa [...] resto aperto alla comunità della fede cristiana nella sua totalità, a tutte le Chiese […]. Il teologo svizzero messo di fronte all'interrogativo “perché restare nella chiesa?”, risponde: “Ho avuto sempre la sensazione che abbandonare la barca della comunità ecclesiale – che per molti è un atto di onestà e di protesta – per me personalmente sarebbe un atto di disperazione e di capitolazione”. Nonostante il difficile rapporto avuto con la Curia Romana, Küng non si è mai sentito di abbandonare la barca di Cristo in mezzo alle tempeste, né di consegnare agli altri passeggeri la responsabilità di fronteggiare da soli la forza del vento contrario per riuscire a sopravvivere spiritualmente e scrive: “No! Nonostante tutto: dalla comunità di fede, nella quale sono cresciuto, ho ricevuto troppo perché possa abbandonarla così semplicemente" […]. E allora, perché bisogna restare nella Chiesa? Bisogna restare nella Chiesa perché il mondo ha bisogno della Chiesa, nonostante i venti del secolarismo e del relativismo che soffiano forti e contrari  sulla “barca di Pietro” con l'intento di affondarla. Quale grande responsabilità grava su quei cristiani, laici e preti “infedeli”, che pur essendo dentro la Chiesa, remano contro! Il male della Chiesa cattolica è dentro la Chiesa stessa. Per capire la natura vera della Chiesa bisogna anzitutto amarla e affrontare il rischio di fare un'esperienza personale della Chiesa, guardandola con gli occhi liberi dai pregiudizi e dalle deformazioni trasmesse dai mass media. Forse in questa vita terrena non riusciremo mai ad avere la corretta e perfetta visione della natura e della missione della Chiesa, ma quando guarderemo dall’altra parte tutto ci apparirà chiaro.
La Chiesa, pellegrina su questa terra, è come un grande arazzo che riusciamo a vedere solo dalla parte rovesciata, per cui tutto ci appare come una caotica e indecifrabile combinazione di fili, di diverso colore, alcuni dei quali intrecciati e senza senso, con una gran quantità di piccoli o grandi nodi. Guardando la Chiesa dalla prospettiva terrena, sono ben visibili tutti i nodi, cioè tutte le debolezze degli uomini di chiesa, gli scandali e le aberrazioni storiche, che si sono formati nel corso dei secoli e tutti gli intrecci con il potere. Finché siamo su questa terra dobbiamo accontentarci di vedere questo meraviglioso arazzo, che è la Chiesa, dalla parte rovesciata, che è la parte umana, quella visibile, più confusa e più problematica. Ma dobbiamo avere la consapevolezza che ogni filo, ogni nodo e ogni intreccio di questo arazzo è servito a creare la meravigliosa immagine della Chiesa che potremo ammirare e contemplare, nella sua bellezza e perfezione, solo quando ci troveremo dall’altra parte e vedremo l’arazzo dalla parte dritta.
Arazzo di Raffaello: "la consegna dell chiavi a Pietro" 
Non dimentichiamo che Dio riesce a scrivere dritto anche sulle righe storte della Storia della Chiesa. Bisogna amare la Chiesa. L'amore comporta sempre un certo grado di rischio. Chi non è disposto a correre questo rischio avrà sempre una conoscenza superficiale e deformata della Chiesa. E l'amore maturo esige il “rispetto” nei confronti di chi si ama [...]. Ovviamente il rispetto implica la conoscenza di chi si ama. Per cui alla fine si ama veramente solo ciò che si conosce. No, non si può amare veramente la Chiesa se non la si rispetta e non la si può rispettare se non la si conosce nella sua visibilità e singolarità. La conoscenza deve penetrare la superficie della sua realtà visibile e istituzionale per scoprirne l'essenza, la natura e la sua vera missione [...]. E' utile conoscere meglio la Chiesa per poter superare tutti quei pregiudizi e quelle distorsioni che si sono accumulate sul suo conto nel corso dei secoli, e per far cadere tutti i veli del pregiudizio che – come un'ipoteca – gravano ancora oggi sulla sua credibilità. Dunque, il segreto per conoscere la Chiesa è “amarla”. L'amore è una forza unitiva ed è la sola via per conoscere veramente la Sposa di Cristo, perché ti fa tuffare nella profondità della sua stessa essenza.
Papa Francesco pone alcune domande: “quanto amo io la Chiesa? Prego per lei? Mi sento parte della famiglia della Chiesa? Che cosa faccio perché sia una comunità in cui ognuno si senta accolto e compreso, senta la misericordia e l’amore di Dio che rinnova la sua vita?”. “Amiamo la Chiesa! Amiamola sempre – esorta il cardinale Roger Echegaray - soprattutto quando soffriamo per lei o quando soffriamo per mezzo di lei. Penso – continua il cardinale – a ciò che scriveva un giorno, nel più vivo delle sue difficoltà, P. Teilhard de Chardin: «La Chiesa è il più grande centro collettivo d'amore che sia mai apparso al mondo»” [...]. L'amore vero è dinamico e, quando è necessario, sa essere anche critico. Chi desidera cambiare qualcuno lo deve fare amandolo. Solo l'amore rende l'altro vulnerabile e accessibile al cambiamento. 
Diceva don Bosco che se si vuole aiutare un giovane a cambiare bisogna anzitutto mostrargli di amarlo. Quando uno capisce di essere amato accetta meglio anche i rimproveri ed è più disposto al cambiamento. Questo è quello che hanno fatto tanti cristiani anche in riferimento alla riforma della Chiesa. Alcune riforme radicali nella Chiesa è stato possibile realizzarle grazie a quegli uomini e a quelle donne che amarono la Chiesa, furono disposti a soffrire per essa, e con spirito critico e di servizio, cogliendo i segni dei tempi, crearono le condizioni per grandi cambiamenti all'interno della Chiesa: Riforma Gregoriana, Concilio di Trento, Concilio Vaticano II, sono solo alcuni esempi. Ma è sbagliato invocare la riforma nella Chiesa perché si vogliono giustificare e difendere situazioni e posizioni personali. Come suggerisce il cardinale Etchegaray, “la Chiesa ha più bisogno di essere amata che riformata, perché l'uomo sa vedere solo nella misura in cui ama. Il rischio dell'amore è la prima condizione della fede”. Solo chi è capace di correre questo rischio non teme e non fugge di fronte al volto oscuro e deformato della Chiesa. “Si può far piangere la Chiesa – scrive Etchegaray – ma non la si rinnega, al pari della propria madre”, e cita una frase dello scrittore Bernanos: “non riuscirei a vivere cinque minuti fuori della Chiesa, e se ne fossi scacciato, vi rientrerei subito, a piedi nudi, in camicia”. É questo quello che ha voluto dire anche Papa Francesco, in una sua Omelia, quando ha chiesto a Dio la grazia di non tradire mai la Chiesa e di poter morire a casa, cioè dentro la Chiesa di Cristo. 

[dal libro di Antonino Legname, Francesco il traghettatore di Dio, Le Nove Muse Editrice, Catania, Nuova edizione 2015,  pp. 126-131].