Ubi Petrus, ibi Ecclesia: "Dove c'è Pietro, lì c'è la Chiesa" (Sant'Ambrogio, Explanatio Psalmi XL, 30, 5)

mercoledì 19 aprile 2017

FARE UNITA' NELLA DIVERSITA' (Terza parte)



L'UNITA' AD OGNI COSTO!?


“A volte sembra che si ripeta oggi quello che è accaduto a Babele”
(Terza parte)





di Antonino Legname



Senza la presenza e l'opera dello Spirito Santo ci sarebbe una grande Babele anche nella Chiesa cattolica. In occasione dell'Udienza Generale del 22 maggio 2013, Papa Francesco aveva detto: “A volte sembra che si ripeta oggi quello che è accaduto a Babele: divisioni, incapacità di comprendersi, rivalità, invidie, egoismo”. E invitava a mettersi in questione: “Io che cosa faccio con la mia vita? Faccio unità attorno a me? O divido, con le chiacchiere, le critiche, le invidie?”[1].  C’è chi ancora oggi si domanda, con un certo pessimismo: «come siamo arrivati a questa strana babelica confusione?». «Dov'è la nuova Pentecoste del Concilio Vaticano II, dal quale ci si aspettava un'abbondante messe e invece si è raccolto un vuoto sconcertante ben visibile nel progressivo e quasi inarrestabile movimento di scristianizzazione dell'occidente?». Senza essere catastrofisti o profeti di sventure, la parola d'ordine in mezzo a tanto smarrimento dovrebbe essere “unità”, mettendo da parte interessi di parte per evitare che la Chiesa di Cristo, l'unico Popolo di Dio si divida e si disgreghi in tante piccole-chiese. Perché quando un fiume si divide in tanti rivoli perde la sua travolgente forza ed energia! Con il sorgere dei nuovi movimenti nella Chiesa post conciliare, lo Spirito Santo ha fatto emergere una nuova generazione di cristiani, a cui la Chiesa guarda con grande speranza. Ovviamente non mancano le preoccupazione quando la comunione viene messa in crisi dall'eccesso di autoreferenzialità dei diversi gruppi ecclesiali. C'è Babele e confusione dei linguaggi nella Chiesa, quando gli stessi membri delle Comunità cristiane non riescono più a comprendersi; quando ci sono spaccature all'interno della Chiesa, tra schieramenti opposti. Da una parte, per esempio, le rivendicazioni dei cosiddetti “indignati ultra-progressisti”, che accusano la Gerarchia ecclesiastica di mantenere la Chiesa arroccata su posizioni difensive o di retroguardia su alcune tematiche concernenti la bioetica, la sessualità, il celibato, il sacerdozio alle donne, la comunione ai divorziati risposati, l’accoglienza degli omosessuali, il coinvolgimento dei laici nel governo pastorale delle parrocchie, il permesso ai laici di predicare, un maggior coinvolgimento del laicato nella scelta dei vescovi, una maggiore democrazia nella Chiesa, la possibilità della comunità di celebrare la messa senza il prete. In sintesi sono queste le richieste del movimento degli ultra-progressisti cattolici.
Dall'altra parte ci sono gli “indignati ultra-tradizionalisti”, i quali non solo si oppongono a tutte le rivendicazioni dei progressisti, considerate il frutto diabolico del “modernismo”, ma auspicano e pressano per un ritorno ai tempi gloriosi della Chiesa e possibilmente al potere temporale del Papa; e in certi casi arrivano a negare lo stesso Concilio Vaticano II. Il cardinale Prosper Grech, ai Grandi elettori, riuniti nel conclave del 2013 per eleggere il nuovo Papa, dettando la sua meditazione, ebbe a dire parole che si sono rivelate profetiche: “Non meno facile per il futuro pontefice sarà il compito di tenere l’unità nella Chiesa cattolica medesima. Tra estremisti ultratradizionalisti ed estremisti ultraprogressisti, tra sacerdoti ribelli all’obbedienza e quelli che non riconoscono i segni dei tempi, ci sarà sempre il pericolo di scismi minori che non soltanto danneggiano la Chiesa, ma che vanno contro la volontà di Dio: l’unità a ogni costo. Unità però, non significa uniformismo. È evidente che ciò non chiude le porte alla discussione intra-ecclesiale, presente in tutta la storia della Chiesa. Tutti sono liberi di esprimere i loro pensieri circa il compito della Chiesa, ma che siano proposte nella linea di quel «depositum fidei» che il pontefice insieme a tutti i vescovi hanno il compito di custodire”[2].
I nostalgici tradizionalisti dovrebbero convincersi che la Chiesa va avanti e avanza, anche se lentamente, sulle strade della storia verso il futuro escatologico. Indietro non si può e non si deve tornare! Si può essere fedeli alla Tradizione senza per questo essere tradizionalisti, cioè senza essere attaccati alle vecchie e obsolete strutture ecclesiastiche.
E i progressisti più radicali dovrebbero guardare con più fiducia l'immenso e ricco bagaglio di esperienza di fede che ci viene tramandato dalla bimillenaria storia della Chiesa, e guardare l'oggi della Chiesa con gli occhi della fede che vede all'opera lo Spirito Santo anche quando lo crediamo assente dalla vita della Comunità cristiana. Creando un neologismo, Papa Francesco definisce “alternativisti”, quanti entrano nella Chiesa con le loro idee e la loro ideologia, cercando sempre delle alternative al “sentire comune della Chiesa”[3]. Il Pontefice non decide le sue scelte seguendo le tendenze dell'opinione pubblica; nella Chiesa non si può ragionare in termini di maggioranza e di minoranza, e non si possono applicare ad essa criteri presi in prestito dalla politica o dalle democrazie moderne, perché altrimenti bisognerebbe riformulare un altro Vangelo e cancellare duemila anni di Tradizione ecclesiale. 




[1]     Papa Francesco, Udienza Generale in Piazza S. Pietro, del 22 maggio 2013.
[2]     Prospero Grech, Initium Conclavis, 12 Marzo 2013 in: AAS, Vol. CV, 5 Aprilis – 3 Maii, 2013,  n. 4-5,  p. 355.
[3]     Papa Francesco, Omelia della Messa nella Cappella della Casa di Santa Marta in Vaticano, 5 giugno 2014.