Ubi Petrus, ibi Ecclesia: "Dove c'è Pietro, lì c'è la Chiesa" (Sant'Ambrogio, Explanatio Psalmi XL, 30, 5)

martedì 20 novembre 2018

NO AL PAGANESIMO DELL’INDIFFERENZA E AL FANATISMO RELIGIOSO


LA SETE INESTINGUIBILE DI DIO

Francesco: «Dobbiamo tenere viva nel mondo la sete dell'assoluto, non permettendo che prevalga una visione della persona umana ad una sola dimensione»


di Antonino Legname


«Con la sua incarnazione Dio ha posto la sua sete – perché anche Dio ha sete - nel cuore di un uomo: Gesù di Nazaret. Dio ha sete di noi, dei nostri cuori, del nostro amore, e ha messo questa sete nel cuore di Gesù. Dunque, nel cuore di Cristo si incontrano la sete umana e la sete divina», ha detto Papa Francesco durante l’Angelus in Piazza San Pietro il 25 gennaio 2015. Ma il silenzio di Dio, coniugato con l'insopprimibile sete religiosa dell'uomo moderno, è una questione molto seria di ieri e di oggi. Papa Francesco, il 20 marzo 2013, proprio all'inizio del suo ministero petrino, ebbe a dire: “avvertiamo il valore di testimoniare nelle nostre società l'originaria apertura alla trascendenza che è insita nel cuore umano”. Veramente il «bisogno religioso» dell'uomo è inerente alla natura umana? Questo è il problema che tormenta i pensatori esistenzialisti. “A me Dio non ha mai detto nulla”, dichiara il filosofo André Comte-Sponville. Ma nello stesso tempo egli riconosce che ci sono credenti che in buona fede dicono di aver stabilito una comunicazione d'amore con Dio. “Tanto meglio per loro, se questo li aiuta. L'umanità è troppo debole, e la vita troppo difficile, perché ci si possa permettere di sputare sulla fede di chicchessia”. E conclude: “Io odio qualsiasi fanatismo, compreso quello ateo”. Come si potrebbe definire il fanatismo? “È prendere la propria fede per un sapere, o volerla imporre con la forza - spiega Comte-Sponville - La religione è un diritto. L'irreligione anche. Bisogna dunque proteggere l'una e l'altra […] impedendo a entrambe di imporsi con la forza”. Quando un ateo vuole a tutti i costi dimostrare che le forme più estreme di fanatismo religioso costituiscano la vera essenza della fede religiosa, si trasforma in un fanatico dell'ateismo, non meno pericoloso del fanatismo fideistico. Ogni tipo di fanatismo, anche quello ateo, è deplorevole e deve essere condannato. Una religione che non implicasse la fede nell'uomo sarebbe un'evasione e un oppio, ma una fede nell'uomo che non si aprisse a ciò che nell'uomo va al di là dell'uomo stesso, lo mutilerebbe  della sua dimensione specificamente umana: la trascendenza. Papa Francesco, parlando ai vari Rappresentanti delle diverse Chiese cristiane e delle altre religioni, il 20 marzo 2013, ebbe a dire: “Dobbiamo tenere viva nel mondo la sete dell'assoluto, non permettendo che prevalga una visione della persona umana ad una sola dimensione, secondo cui l'uomo si riduce a ciò che produce e a ciò che consuma: è questa una delle insidie più pericolose del nostro tempo. Sappiamo quanta violenza abbia prodotto nella storia recente il tentativo di eliminare Dio e il divino dall'orizzonte dell'umanità”. Nel Discorso all'Università Roma Tre, il 17 febbraio 2017, Papa Francesco ha proposto di “ripensare i nostri modelli economici, culturali e sociali, per recuperare il valore centrale della persona umana” ed ha chiesto che si faccia riferimento ad “una visione della persona in tutte le sue dimensioni, soprattutto in quella trascendente”. Occorre mantenere viva la memoria delle realtà divine, perché – spiega il Papa - “se manca la memoria di Dio, tutto si appiattisce, tutto va sull’io, sul mio benessere. La vita, il mondo, gli altri, perdono la consistenza, non contano più nulla, tutto si riduce a una sola dimensione: l’avere”. Quando l'uomo perde il riferimento alla trascendenza e diventa autoreferenziale tende a dimenticarsi degli altri. E “in un mondo in cui ciascuno si pensa come la misura di tutto, non c’è più posto per il fratello” - ha detto Francesco ai Vescovi Italiani, il 16 maggio 2016. Il grande dramma dell'uomo d'oggi è quello di voler vivere ad una sola dimensione, quella materiale e immanente. Questo è il rischio che anche gli uomini religiosi possono correre. Dice il Papa: “si può fuggire da Dio essendo cristiano, essendo cattolico, addirittura essendo prete, vescovo, Papa. Tutti possiamo fuggire da Dio. È una tentazione quotidiana: non ascoltare Dio, non ascoltare la sua voce, non sentire nel cuore la sua proposta, il suo invito”. Non c'è dubbio che “la grande malattia del nostro tempo sia l’indifferenza. È un virus che paralizza, rende inerti e insensibili, un morbo che intacca il centro stesso della religiosità, ingenerando un nuovo tristissimo paganesimo: il paganesimo dell’indifferenza”. Il Vescovo di Roma in tante occasioni ha denunciato quella mentalità che emargina i più deboli: “le nostre società, infatti, sono spesso dominate dalla cultura dello «scarto»; hanno bisogno di superare l’indifferenza e il ripiegamento su sé stesse per apprendere l’arte della solidarietà”. Purtroppo, ha sottolineato il Papa, “siamo abituati a questa indifferenza, sia quando vediamo le calamità di questo mondo sia davanti alle piccole cose. Ci si limita a dire: «Ma, peccato, povera gente, quanto soffrono» per poi tirare dritto. Mentre l’incontro è altro: se io non guardo - non è sufficiente vedere, no: guardare - se io non mi fermo, se io non guardo, se io non tocco, se io non parlo, non posso fare un incontro e non posso aiutare a fare una cultura dell’incontro”. In altre parole, devo imparare a mettermi «nelle scarpe degli altri». Il Papa ammette che “è molto faticoso mettersi nelle scarpe degli altri, perché spesso siamo schiavi del nostro egoismo. A un primo livello possiamo dire che la gente preferisce pensare ai propri problemi senza voler vedere la sofferenza o le difficoltà dell’altro”. Francesco apprezza don Lorenzo Milani, il Priore di Barbiana, anche perché insegnava ai suoi ragazzi a non essere indifferenti di fronte ai problemi e alle ingiustizie della vita; il suo motto era «I care», cioè «mi importa». In pratica significa che “le cose si dovevano prendere sul serio, contro il motto di moda in quel tempo che era «non mi importa»”.