Ubi Petrus, ibi Ecclesia: "Dove c'è Pietro, lì c'è la Chiesa" (Sant'Ambrogio, Explanatio Psalmi XL, 30, 5)

mercoledì 19 settembre 2018

QUANDO UN PARROCO CONOSCE ANCHE IL NOME DEI CANI!


IL PRETE VICINO ALLA GENTE
Francesco: «Io ho fatto il parroco: è il lavoro più bello che ho fatto»



di Antonino Legname

Il 17 settembre 2018 Papa Francesco ha ricevuto in udienza un gruppo di giovani francesi della diocesi di Grenoble-Vienne. Alla domanda di Noemi: «Santo Padre: se Lei si trovasse a prendere in carico una parrocchia, oggi, quale sarebbe la prima cosa che farebbe?», Papa Francesco risponde: «Non so qual è stata la prima cosa che ho fatto, non me lo ricordo. Ma penso che, se oggi fossi nominato parroco, la prima cosa che farei sarebbe andare lì, aprire la porta della chiesa, stare seduto lì ad accogliere la gente». Non è un mistero che a Francesco piace tanto stare in mezzo alla gente. Se fosse parroco gli piacerebbe andare in giro per il quartiere della parrocchia a salutare e a conoscere i suoi parrocchiani: «“Come ti chiami? Piacere…” Guardare negli occhi». Un parroco deve stare vicino alla sua gente. E a proposito di questa «vicinanza», il Papa racconta un aneddoto: «Una volta, ho conosciuto un parroco – non era un parroco, era nel servizio diplomatico della Santa Sede – ma era stato parroco prima di entrare. E lui mi diceva: “Io ero tanto felice nel villaggio dove ero parroco. Conoscevo ogni persona, conoscevo anche i nomi dei cani!”. È bello questo! E’ lì, sta vicino, conosce tutto». Quando un prete arriva a conoscere anche il nome dei cani dei suoi parrocchiani, è segno di grande zelo pastorale. Ovviamente, stare vicino alla gente può anche stancare, perché quando le persone hanno fiducia nel loro prete, diventano esigenti: «vengono, ti chiedono, ti dicono...». E c’è un’altra cosa che Francesco farebbe se fosse parroco: consigliare alla gente di «non chiacchierare». Il Pontefice ha parlato così tanto del terrorismo delle chiacchiere nella chiesa da convincersi che quando «una parrocchia impara a non chiacchierare l’uno dell’altro è santa». E con il sorriso sulle labbra ha riferito il racconto divertente di un prete francese:  «nella parrocchia c’era una signora che sparlava di tutti, una chiacchierona. La sua casa era vicina alla finestra della parrocchia, al punto che lei poteva vedere l’interno della chiesa. Un giorno quella donna si è ammalata. E ha chiamato il parroco e gli ha detto: “Padre, io non posso andare alla Messa, a fare la Comunione, Lei me la può portare?”. E il parroco, cosa ha risposto? “Ma signora, non è necessario, con la lingua che ha Lei, dalla sua finestra arriva al Tabernacolo!”». Papa Francesco non si stanca di ripetere che «sparlare è una cosa brutta». E consiglia una medicina per mortificare questa cattiva abitudine delle chiacchiere: «morditi la lingua». Quando si sparla degli altri, si prova un gusto piacevole all’inizio, ma poi resta l’amaro nel cuore. E a chi sente la vocazione al sacerdozio o alla vita religiosa, il Papa consiglia: «Tu vuoi essere prete? Devi essere un uomo vero che va avanti. Tu vuoi essere suora? Devi essere una donna matura che va avanti. Mai rinnegare l’umanità». I preti, i religiosi e le suore devono essere, anzitutto, persone normali: «perché il male che fa un sacerdote nevrotico è terribile! E il male che può fare una suora nevrotica è terribile!». E infine, è importante e necessario che il prete viva la dimensione comunitaria, perché un prete solo è un prete in pericolo; un prete isolato dalla comunità – ha detto Francesco - «è uno “zitellone”». Il prete deve essere educato alla paternità e alla fraternità spirituale; deve essere spiritualmente fecondo, altrimenti inaridisce e vive male il suo celibato sacerdotale.