Ubi Petrus, ibi Ecclesia: "Dove c'è Pietro, lì c'è la Chiesa" (Sant'Ambrogio, Explanatio Psalmi XL, 30, 5)

sabato 1 settembre 2018

IL SOGNO DI UNA CHIESA PIU' ESPERTA IN UMANITA'


LA CHIESA S-GRADITA!?

Francesco: «Tante persone si sono allontanate dalla Chiesa. Dobbiamo continuare il cammino del Concilio Vaticano II, spogliarci di cose inutili e dannose, di false sicurezze mondane che appesantiscono la Chiesa e danneggiano il suo vero volto»


di Antonino Legname
(Parte III)

“Perché la Chiesa riesce sgradita a così tante persone, e addirittura anche a credenti, anche a persone che fino a ieri potevano essere annoverate tra le più fedeli o che, pur tra sofferenze, lo sono in qualche modo ancor oggi?”. É questo l'interrogativo che si poneva, un ventennio fa, l'allora cardinale Joseph Ratzinger […]. Perchè tanta ira, amarezza, delusione e avversione nei confronti della Chiesa?


        Perché  tanti cristiani non amano la compagnia della Chiesa e se ne stanno a guardare indifferenti o se ne allontanano disgustati? A che serve la Chiesa? In un mondo che cambia in fretta, che senso ha l’adesione alla Chiesa cattolica, considerata da tanti una realtà stagnante, sorpassata e senza prospettiva? Non è forse diventato inutile e a volte perfino dannoso un cristianesimo che sembra aver fallito nelle sue promesse lusinghiere di salvare l'uomo dalla miseria, dalle paure e dalle angosce esistenziali? Una risposta ancora valida e attuale potrebbe essere quella del teologo e cardinale Karl Lehmann: “Se osserviamo tanta mestizia, rassegnazione, disgusto e allontanamento dalla chiesa, questo perché il rinnovamento ecclesiale non è abbastanza profondo né sufficientemente continuo”. Di fronte alla crisi epocale che vede tanti cattolici, specialmente giovani, allontanarsi dalla Chiesa, Papa Francesco ha tentato di individuare alcune cause di questo esodo di massa, che si sta consumando, non solo in Europa e nel mondo occidentale, ma anche in tanti Paesi dell’America Latina: “forse la Chiesa è apparsa troppo debole, forse troppo lontana dai loro bisogni, forse troppo povera per rispondere alle loro inquietudini, forse troppo fredda nei loro confronti, forse troppo autoreferenziale, forse prigioniera dei propri rigidi linguaggi, forse il mondo sembra aver reso la Chiesa un relitto del passato, insufficiente per le nuove domande; forse la Chiesa aveva risposte per l’infanzia dell’uomo ma non per la sua età adulta”. Tutti questi “forse”, pronunciati dal Papa, sono “forse” un modo velato, indiretto e rispettoso, per esprimere la cruda realtà ecclesiale  di oggi. I cattolici delusi dalla Chiesa sono tanti; soprattutto i giovani gridano, con il silenzio dell’indifferenza, la loro rassegnazione e amarezza nei confronti di una Chiesa, che appare ancora troppo “secolarizzata” e “istituzionalizzata”, carente di umanità, di creatività, di misericordia, troppo discriminante, perché non la si vede, nei fatti, come una casa di riconciliazione e di accoglienza per tutti i suoi figli. Che significa per la Chiesa essere “casa”? Papa Francesco spiega: “quando diciamo casa intendiamo un luogo di accoglienza, una dimora, un ambiente umano dove stare bene, ritrovare se stessi, sentirsi inseriti in un territorio, in una comunità. Ancora più profondamente, «casa» è una parola dal sapore tipicamente familiare, che richiama il calore, l’affetto, l’amore che si possono sperimentare in una famiglia. La casa allora rappresenta la ricchezza umana più preziosa, quella dell’incontro, quella delle relazioni tra le persone, diverse per età, per cultura e per storia, ma che vivono insieme e che insieme si aiutano a crescere. Proprio per questo, la casa è un luogo decisivo nella vita, dove la vita cresce e si può realizzare, perché è un luogo in cui ogni persona impara a ricevere amore e a donare amore. Questa è la casa. E in un'altra occasione, il Papa argentino ha detto:La Chiesa è famiglia in cui si ama e si è amati”. Ma per tanti, purtroppo, non è così facile vedere la Chiesa come una “casa” o come una “famiglia”. E ancora più difficile lo è per chi osserva dall'esterno la realtà della Chiesa; è comprensibile un tale giudizio negativo nei confronti del cristianesimo e della Chiesa, di fronte alle tante miserie umane e alle ingiustizie irrisolte. 
Nell'epistolario del cardinale Carlo Maria Martini ci sono alcune lettere di giovani che gli avevano scritto per spiegare il motivo del loro allontanamento dalla Chiesa e dalla religione cristiana: “Io non credo più in niente – gli scrive Sara – Qualche volta penso che ha ragione mio padre quando dice che anche la Chiesa è una bottega, un partito politico, un'invenzione per tenere buona la gente. Non credo neanche nell'Aldilà, o meglio, ci credevo quand'ero bambina ... ma poi sono cresciuta, ho conosciuto la realtà, il dolore, la morte, l'ingiustizia, il male e mi sono domandata: ma in mezzo a tutto questo caos Dio che cosa fa? Esiste? E, se esiste, perché permette tutto questo dolore? Mah...”. Anche Marco gli scrive di essersi allontanato dalla Chiesa, e spiega il perché: “i miei genitori mi hanno mandato al catechismo per la Comunione e la Cresima, ma vedevo che a loro non interessava quanto mi insegnavano; a un certo punto non mi hanno più obbligato e io non ci sono più andato”. E anche ciò che scrive Cristian può essere sottoscritto da tanti altri giovani: “Io non sono molto disposto a lasciarmi istruire dai preti... Alcuni vogliono convertirti a tutti i costi: ho deciso di non farmi ammaestrare da nessuno. Non voglio essere né manovrato, né inquadrato. A vivere imparo da solo. Se sbaglio, pagherò”. 
Il cardinale Martini ammise di sentirsi “spiazzato” di fronte a queste espressioni, sotto le quali “scorre la vita, la gioia, il dolore, la sofferenza, la noia mortale” di tanti giovani che gli hanno scritto o che lui stesso ha incontrato. In tanti giovani “disperati” - scrive Martini – “esiste il sogno dell'amore, la voglia di fare qualche cosa di bene; in ognuno è ardente il desiderio di amicizia, la speranza di vivere la vita più bella e piacevole”. A tanti la parola della Chiesa appare oggi stantia e retrograda, ancorata al passato. “Di sicuro la Chiesa non ha ancora effettuato fino in fondo il balzo nel presente – ammise Ratzinger - Il grande compito che ci attende è quello di riempire di esperienza di vita le vecchie, grandi parole della tradizione che sono ancora davvero valide, così da renderle comprensibili”. Anche Papa Francesco è convinto che “chi lavora con i giovani non può fermarsi a dire cose troppe ordinate e strutturate come un trattato, perché queste cose scivolano addosso ai ragazzi. C’è bisogno di un nuovo linguaggio, di un nuovo modo di dire le cose”. Non si può certo negare che sia diffuso oggi un certo discredito nei confronti della Chiesa cattolica, non solo da parte di coloro che si dicono non credenti, ma anche tra i cattolici praticanti, alcuni dei quali hanno abbandonato la Chiesa e altri, non senza sofferenza, hanno deciso di restare fedeli a questa Chiesa, nonostante gli scandali e i peccati di cui si è macchiata, anche nel recente passato. “Tante persone si sono allontanate dalla Chiesa – ha ammesso il Papa - É sbagliato scaricare le colpe da una parte o dall’altra, anzi, non è il caso di parlare di colpe. Ci sono responsabilità nella storia della Chiesa e dei suoi uomini, ce ne sono in certe ideologie e anche nelle singole persone. Come figli della Chiesa dobbiamo continuare il cammino del Concilio Vaticano II, spogliarci di cose inutili e dannose, di false sicurezze mondane che appesantiscono la Chiesa e danneggiano il suo vero volto”. Il fatto è che da una parte c'è chi accusa la Chiesa di essersi mondanizzata e adeguata ai parametri della società globalizzata, dall'altra parte invece, ci sono coloro che sono arrabbiati perché la Chiesa – secondo loro – è troppo ancorata al passato. Chi ha ragione? C'è chi si sente limitato nella sua libertà, anche nella sfera personale più intima, dai tanti divieti imposti dal Magistero della Chiesa, considerati un abuso e una limitazione arbitraria nei confronti della libertà umana, e chi, invece, ritiene che la Chiesa stia diventando troppo indulgente nei confronti del relativismo dominante. Da una parte non mancano accuse contro una Chiesa considerata l' “ultimo baluardo dell'intolleranza” e dall'altra si vorrebbe una chiesa intollerante nei confronti delle altre religioni, specialmente nei confronti dell'Islam. Questa è “l'intolleranza dei tolleranti”. Dai segni eloquenti e dalle parole significative di Papa Francesco si capisce bene il suo impegno, non solo a voler evitare ogni forma di provocazione e di conflitto con le altre religioni, ma soprattutto a voler costruire e garantire uno spazio di libertà, di rispetto, di amicizia e di tolleranza reciproca, anche all'interno della stessa Chiesa cattolica […]. Sappiamo che nel passato a volte l'intolleranza della Chiesa cattolica ha avuto risvolti molto negativi, non solo nei confronti dei non cristiani ma anche verso alcuni membri della Chiesa, perseguitati e in alcuni casi condannati ed eliminati.
Madre della tenerezza. Icona bizantina
É legittimo desiderare e sognare una Chiesa madre più santa, più tollerante, più esperta in umanità, più pronta alla tenerezza e alla misericordia! Una Chiesa che non abbia paura della tenerezza “specialmente con i peccatori, con quelli che sono più lontani”. “Serve una Chiesa – ha detto Papa Francesco - che non abbia paura di entrare nella loro notte. Serve una Chiesa capace di incontrarli nella loro strada. Serve una Chiesa in grado di inserirsi nella loro conversazione”. E’ ancora il Papa a dire che “davanti a questo panorama, serve una Chiesa in grado di far compagnia, di andare al di là del semplice ascolto; una Chiesa che accompagna il cammino mettendosi in cammino con la gente” [...]. La complessità delle problematiche del mondo di oggi richiede l’opera di pastori, di religiosi, religiose e laici esperti in umanità. “Per questo è importante promuovere e curare una formazione qualificata – ha detto - che crei persone capaci di scendere nella notte senza essere invase dal buio e perdersi; di ascoltare l’illusione di tanti, senza lasciarsi sedurre; di accogliere le delusioni, senza disperarsi e precipitare nell’amarezza; di toccare la disintegrazione altrui, senza lasciarsi sciogliere e scomporsi nella propria identità”. 

[dal libro di Antonino Legname, Francesco il traghettatore di Dio, Le Nove Muse Editrice, Catania, Nuova edizione 2015,  pp. 38-45].